I contributi dei visitatori di "Pagine corsare"
 

"Pagine corsare"
I contributi dei visitatori

"Biciclettone" di Pier Paolo Pasolini
da Emilio Bottale
.

.
Pasolini ancora oggi mi insegna tante cose ogni volta che ne leggo qualche riga. Il primo contatto con la sua opera l'ho avuto attraverso un libro che avevamo in casa, una raccolta dal titolo Racconti nuovi edita nel 1960 dagli Editori Riuniti, curata da Dina Rinaldi e Leone Sbrana. Conteneva racconti scritti per i ragazzi da alcuni grandi scrittori italiani. C'erano Elsa Morante, Carlo Levi, Carlo Bernari, Alberto Moravia, Giovanni Arpino e tanti altri tra i quali, appunto, Pier Paolo Pasolini. Possiedo ancora quel libro e ho pensato di fare cosa gradita copiando e inviando a "Pagine corsare" il racconto di Pasolini. Il titolo è "Biciclettone".

Sul galleggiante non c’era ancora quasi nessuno. Qualche commesso che se ne sarebbe andato verso le tre.
Poi da Ponte Garibaldi e Ponte Sisto cominciarono a scendere i veri clienti. In mezzora lo spiazzo di sabbia tra il muraglione e il galleggiante fu un verminaio.
Nando era seduto sull’altalena; mi voltava le spalle. Era un ragazzino sui dieci anni, magro, storcinatello, con un ciuffo biondo largo sulla faccina stenta, dove una grande bocca sorrideva senza sosta.
Una tonsilla, o comunque una ghiandola, era in suppurazione, e gli spurgava. Egli mi guardava obliquamente, con l’aria di chiedermi una spinta. Mi avvicinai e gli dissi: –  Vuoi che ti spinga?
Lui accennò di sì, allegro, allargando ancora di più la bocca.
Bada che ti lancio in alto! –  lo avvertii sorridendo.
–  Non fa niente –  rispose. Lo feci volare, e lui gridava a degli altri ragazzini: –  A maschi, guardate come vado alto!
Dopo cinque minuti era di nuovo sull’altalena ferma, e questa volta non si limitò a guardarmi. –  A moro –  mi disse – me dai ’na spintarella?
Quando scese mi stette vicino. Gli chiesi il suo nome. – Nando! – mi fece svelto guardandomi. –  E il soprannome? – Lui mi guardò un pochetto, incerto, ridendo e facendosi rosso: poi si decise: –  Biciclettone – , disse.
Aveva le spalle scottate, come se fosse la febbre ad arrossarle, invece del sole. Mi comunicò che gli pizzicavano. Ormai il galleggiante di Orazio era un carosello: chi alzava i pesi, chi si issava sugli anelli, chi si svestiva, chi oziava –  e tutti urlavano ironici, strafottenti e tranquilli. Una prima squadra mosse verso il trampolino, e cominciarono i caposotto, i pennelli e i caprioli. Andai a fare il bagno anch’io, sotto i piloni di Ponte Sisto. Dopo mezzora tornato sulla sabbia vidi Nando aggrappato alla spalletta del galleggiante che mi chiamava. –  Aòh – mi disse –  sai portare la barca?
–  Me la cavo –  risposi. Egli si rivolse al bagnino. –  Quanto si paga? –  chiese. Il bagnino non lo guardò neanche; pareva che parlasse con l’acqua, su cui era chino, e per di più arrabbiato:
–  Centocinquanta lire per un’ora, due persone.
–  Ammazzalo –  disse Nando, col suo faccino che rideva sempre. Poi scomparve dentro gli spogliatoi. Mi ricomparve accanto, sulla sabbia, come un vecchio amico.
–  Io tengo cento lire mi disse.
–  Beato te –  gli risposi   io sono completamente al verde. Egli non capì. –  Che vuol dire al verde? –  chiese.
–  Che non ci ho neanche un soldo – gli spiegai.
–  Perché? Non lavori?
–  No, non lavoro – . –  Io credevo che tu lavorassi –  aggiunse. –  Studio –  gli dissi, per semplificare le cose. – E non ti pagano? –  Bè, son io che devo pagare – . –  Sai nuotare? – .
–  Io sì, e tu? –  Io non sono buono, ho paura. Vado solo nell’acqua che mi arriva fin qui!
–  Andiamo a fare il bagno? Egli fu d’accordo e mi venne dietro come un cagnolino.
Presso il trampolino, presi la cuffia che tenevo infilata nel costume.  – Come si chiama questa? –  egli mi domandò indicandola.
–  Cuffia –  io gli risposi.
–  Quanto costa?
–  Quattrocento lire, l’ho pagata, l’anno scorso.
 –  Quant’è bella –  ‘disse, mettendosela in testa.  Noi siamo poveri, ma se fossimo ricchi mia mamma me la comprerebbe, la cuffia.
–  Siete poveri?–  gli chiesi.
–  Si, abitiamo nelle baracche di via Casilina.
–  E come mai oggi avevi una piotta in tasca?
–  L’ho guadagnata portando le valigie. 
–  Dove?
–  Alla stazione. Ma esitava un po’ nel rispondermi: forse erano bugie; forse era andato all’elemosina: quei suoi due braccini avrebbero stentato a sollevare un fagotto. Guardai la sua «gràndola » che ogni tanto gli faceva cadere qualche gocciolina di pus sulla spalla, e pensai alla baracca dove viveva. Gli tolsi la cuffia carezzandogli il ciuffo e gli chiesi: –  Vai a scuola?
–  Sì, faccio la seconda... Adesso ho dodici anni, ma per cinque anni sono stato malato… Non fai il bagno?
–  Sì, adesso mi tuffo.
–  Fai il tuffo a angelo, mi gridò dietro mentre mi spingevo sull’asse del trampolino. Feci un qualsiasi mediocre caposotto, e dopo due bracciate, mi inerpicai per l’erbaccia, il pantano e l’immondezza della riva.
–  Perché non hai fatto il tuffo a angelo? – mi chiese.
–  Bè, ora cerco di farlo. Non l’avevo mai fatto, ma per accontentarlo mi ci provai. Lo ritrovai sulla riva contento. Un bel tuffo a angelo, disse. In mezzo al Tevere un giovanotto remava controcorrente, su un’imbarcazione dall’aspetto di canoa.
–  Che ci vuole a remare così? –  disse Nando –  e il bagnino a me non m’ha fatto andare su quella barca!
–  Hai mai remato? –  gli chiesi. –  No, ma che ci vuole? – Quando a colpi di pagaia il giovanotto fu abbastanza vicino al trampolino,  Nando si accostò alla corrente e sporgendosi in avanti, con le mani a imbuto, gridò a squarciagola: –  A moro, a moro, me fai montà? –  L’altro non gli rispose nemmeno. Allora Nando sempre allegro ritornò verso di me. In quel momento passavano alcuni miei amici e andai con loro. Essi nel piccolo bar del galleggiante fecero una partita a scopa, e io stavo a guardarli.
Nando ricomparve ancora, questa volta con l’«Europeo» in mano.
–  Tiè –  mi disse –  leggi. È mio.
Lo presi, per fargli piacere, e cominciai a sfogliarlo. Ma venne Orazio, e senza dir nulla me lo tolse di mano, e, impaturgnato, si mise a leggerlo lui: era uno scherzo. Io risi, e tornai a guardare la partita. Nando si avvicinò al banco.
–  Io tengo cento lire –  disse al bagnino –  che me posso comprà?
–  Aranciate, birre, chinotti –  rispose l’altro, del tutto privo di inventiva.
–  Quanto costa un chinotto? –  chiese ancora Nando.
–  Quaranta lire.
–  Dammene due.
Dopo un poco mi sentii battere a una spalla, e vidi Nando che mi porgeva una bottiglia di chinotto. Mi venne un nodo alla gola, tanto che non avevo quasi la voce per ringraziarlo, per dire qualcosa: ingoiai il liquido e dissi a Nando: –  Ci sarai qui lunedì o martedì?
–  Sì –  rispose
–  Allora ricambierò –  gli dissi –  e andremo in barca.
–  Lunedì, ci sarai? –  mi chiese.
–  Non è proprio certo, forse avrò da fare. Ma se non lunedì, martedì certamente...
Nando contò il denaro che gli rimaneva. «Ho ventidue lire» disse. Stette soprappensiero, guardando con la sua faccia allegra la lista delle bibite coi prezzi. Pensai di andargli in aiuto. –  Che me posso comprà co’ venti lire? –  chiedeva egli intanto al bagnino.
–  E tientele –  rispose questi. –  Guarda –  gli dissi io – c’è l’acqua acetosa che costa dieci lire al bicchiere.
–  È calda –  disse il bagnino.
–  Che me posso comprà co’ venti lire? –  si ripeteva intanto Nando.
Poi si rivolse al bagnino: –  Non fa niente se è calda, dammene du’ bicchieri – Il bagnino versò due bicchieri e Nando mi disse: –  Bevi – . Mi offriva da bere per la seconda volta. –  Se non ciài da fare, vieni lunedì? –  mi chiese.
 –  Certo, e vedrai che ricambierò, ti farò divertire! Poi decise di tornare un po’ sull’altalena: io lo spinsi tanto forte che lui ridendo mi gridava: –  Basta, che me gira la capoccia! 
Scese la sera, e ci salutammo.
Adesso non vedo l’ora che venga martedì, per far divertire un poco Nando; sono senza lavoro, non ho soldi, ma del resto anche Nando possedeva soltanto quelle cento lire. Pensandoci faccio fatica a cacciare indietro le lacrime.
 









 


I contributi dei visitatori di "Pagine corsare" - Emilio Bottale
 

Vai alla pagina principale