"Pagine
corsare"
I contributi dei visitatori
Massimo Consoli
Pier Paolo Pasolini Iniziative,
ricordi, poesie
dall'Archivio Consoli
.
Il 2 dicembre 1976 - mentre
iniziava il processo a Giuseppe Pelosi - l'Associazione culturale
Ompo's, fondata e diretta da Massimo Consoli, promosse un "Controprocesso
all'assassino di Pier Paolo Pasolini" al quale parteciparono Alberto Bevilacqua,
Giuseppe Caputo, Laura di Nola, Dario Bellezza, Elio Pecora e lo stesso
Massimo Consoli.
Dagli "atti" di quel controprocesso,
che Massimo Consoli ci ha inoltrato, insieme a una documentazione sull'Associazione,
come contributo a "Pagine corsare" sono qui riportati alcuni passaggi significativi
relativi ai vari interventi. Riportiamo inoltre due poesie dedicate a Pier
Paolo Pasolini dal poeta Dario Bellezza.
MASSIMO CONSOLI
Questa mattina, al Tribunale di Piazzale Clodio, è cominciato il
processo a Giuseppe Pelosi, accusato di aver ammazzato Pasolini. Questa
sera, al tribunale del TIPCCO [Tribunale Internazionale Permanente per
i Crimini Contro l'Omosessualità, fondato il 15/3/1975 da Consoli
su ispirazione del Tribunale Russell, presidente il poeta Dario Bellezza],
ha inizio il controprocesso al medesimo assassino. Noi vogliamo capire
perché sia stato possibile un dramma così atroce ed efferato,
loro cercheranno di stabilire come si è svolto. Loro sono giudici.
avvocati... gente pagata per fare il loro mestiere. Noi siamo scrittori,
giornalisti. intellettuali e gay e non gay che paghiamo di persona affinché
altri facciano il loro mestiere. La differenza, come potete vedere, è
piccola, quasi insignificante [...]
ALBERTO BEVILACQUA
Io credo sia difficile parlare della situazione che si è venuta
a creare dopo il ritiro della parte civile in questo processo... Credo
sia difficile perché da una parte si rischia di cadere in una retorica
dei fatti, e dall'altra, perché ci mancano in realtà gli
elementi di prova. Degli elementi sui quali si possa discutere con certezza.
Però, rimane una cosa indiscutibile, secondo me: noi faremo un passo
indietro.
Questo processo farà
un passo indietro, nel dibattimento di seconda istanza. Cioè,
già da ora. Non possiamo illuderci che avvenga il contrario. La
condanna di Pelosi sarà ridotta. Quello che è stato prospettato
come un delitto collegato non soltanto all'azione individuale di un ragazzo,
ma strutturato in un mondo plurimo, sarà fatto passare come la semplice
reazione di un ragazzo aggredito, di un ragazzo usato. E quindi tutto quello
che è stato il lavoro non soltanto polemico, non soltanto di sottolineatura,
diciamo così, culturale, della situazione... tutto quello che è
stato il lavoro di ricerca, anche nostro... tutto questo lavoro va nel
niente. Tutto il lavoro fatto per mettere in rilievo dei fatti indiscutibili
che testimoniano proprio che Pasolini non era solo, che Pelosi non era
solo, che ci sono state più persone a commettere questo delitto.
Ecco questa è l'unica cosa veramente sgomentante. Ora, se questo
fatto, se questa circostanza, ci sgomenta e ci pone dei grossi interrogativi,
è a lato di questa circostanza che bisognerebbe discutere, e a fondo,
del perché la parte civile si è ritirata.
E' un ritiro che asseconda
pienamente quella che è stata la reazione della Procura contro la
sentenza di primo grado. Una reazione che, in fondo, è stata provocata
da un male ormai endemico della nostra società. Quella che è
la protesta delle strutture culturali, degli intellettuali, passa in seconda
linea, viene considerata quasi irrilevante dal punto di vista legale, concreto,
di fronte a quelli che sono i sistemi operativi degli altri poteri: il
potere giudiziario, il potere della burocrazia in senso lato. Hanno voglia
gli intellettuali, chiamiamoli così, a protestare, a far valere
le loro ragioni, ad avanzare anche della prove precise. Hanno voglia. In
fondo sono da non tenere presenti.
Quindi la procura, la reazione
della procura alla sentenza di primo grado, non è soltanto un atto,
uno sterco buttato sul lavoro dei giudici di prima istanza, ma è
secondo me sterco buttato anche su quella che è stata la protesta
e la presa di posizione della cultura italiana, cioè la smentita,
ancora una volta, della validità che la cultura italiana ha
a farsi sentire in un contesto non strettamente culturale. Ecco, ora tutto
rifluirà in quella dimensione di ignoti
in cui in fondo sono rifluiti
anche processi perfino più drammatici: i processi relativi alle
stragi, i processi relativi a quella strategia della tensione di cui, in
fondo, proprio Pasolini aveva capito più di ogni altro, proprio
sintonizzandosi anche con se stesso, alcuni punti fondamentali.
Tutto viene archiviato in
questa dimensione di ignoti.
C'è poi un altro
fatto che fa molto comodo: individuare questo delitto, archiviarlo con
la cornice di un delitto di un mondo oscuro di omosessuali.
Ma perché? Perché
la nostra opinione pubblica, prevalente all'interno dei poteri che decidono
la nostra vita, non conoscendo la verità, in fondo desidera conoscere
quel poco, praticare quel poco che sa, e catalogare in certi loculi quello
che avviene.
Quindi mi pare che questo
processo, che oggi ha avuto inizio a piazzale Clodio, sia una delle cose
più aberranti, ancora più aberranti del fatto in se stesso.
E ancora più riprovevole è, secondo me, il ritiro della parte
civile. Io credo che questo sia uno degli elementi su cui stasera noi dobbiamo
discutere. Dobbiamo interrogarci con quei pochi elementi che abbiamo perché
questa, secondo me, è un'alzata di mani ed è, forse, anche
un atto di connivenza.
GIUSEPPE CAPUTO
[...] Io credo che con una sentenza si voglia chiudere ignominiosamente
una pagina della nostra storia civile e una pagina della nostra poesia.
Che di Pasolini si voglia fare la figura del poeta maledetto, una figura
comoda, una figura che consente perfino ai benpensanti di accettarne le
provocazioni. In fondo un Rimbaud in più fa poco male.
Il punto è che questa
immagine di poeta maledetto Pasolini non l'avrebbe accettata mai perché
tutto era fuorché un poeta maledetto.
Il fatto è che questa
immagine serve solo ed esclusivamente ad abrograre la verità. Una
verità tremenda. La verità che Pasolini e sì vittima
di un delitto di gruppo come dice la sentenza del tribunale, ma di un delitto
la cui matrice non è stata scavata a sufficienza; la cui matrice
è, mi pare che tra le righe lo dicesse prima Bevilacqua, in quella
stessa strategia della tensione denunciata da Pier Paolo sulle colonne
del «Corriere». Io sono convinto che il delitto Pasolini è
l'episodio più riuscito, più diabolicamente architettato,
della strategia della tensione, della strategia del terrore.
Me ne sono reso conto quando
ho visto il modo in cui si conducevano le indagini. Pensate un momento:
chi conosce minimamente il mondo equivoco, ambiguo, quello sì davvero
equivoco ed ambiguo, non quello degli omosessuali, ma quello che ruota
attorno alla Stazione Termini, il ghetto che è la Stazione Termini,
sa benissimo una cosa: che lì una retata della polizia significa
cambiare completamente da una sera all'altra la fauna umana che lo frequenta.
Ebbene, dopo la morte di Pasolini, ci sono state retate continue della
polizia che sembravano fatte, certamente non in maniera dolosa, ma per
imperizia, proprio per inquinare le prove. E poi, indagini solo in quella
direzione e in nessun'altra.
Nessuno si è accorto
di una cosa: il Pelosi aveva sì quelle frequentazioni serali, ma
aveva anche altre frequentazioni: se il Pelosi la sera frequentava il Bar
Day di giorno frequentava certi bar del quartiere Nomentano Italia, e il
quartiere Nomentano Italia è il quartiere dei picchiatori fascisti.
Ci sono lì i covi dei fascisti. Ma su questo non mi risulta che
nessuno abbia compiuto indagini.
[...]
E allora, io voglio concludere
con una provocazione come lui ci ha insegnato a fare. Ve lo ricordate Il
romanzo delle stragi, quell'articolo in cui Pasolini dice: «Io
i nomi li so. Io conosco i nomi degli autori delle stragi. Li so perché
sono un poeta, ed ho l'intuizione dello scrittore». Ebbene, io non
sono né un poeta né uno scrittore, ma ho l'intuizione che
nasce, se volete, dall'amicizia e dalla carità. Io i nomi li conosco,
li conosco perché responsabili di quella morte sono tutti quei ministri
dell'interno che si sono succeduti, in Italia, dal 1946 ad oggi. I ministri
dell'Interno che hanno permesso, che hanno resa possibile quella lunga
persecuzione che non poteva sfociare se non in un'istigazione all'odio.
Se non nel delitto di Ostia.
DARIO BELLEZZA Io
non sono mai molto lucido quando parlo di Pasolini. I rapporti che ho avuto
in vita con lui mi proibiscono di parlarne in maniera oggettiva. Confesso
dunque che mi metto sempre dentro il margine della visceralità
e della soggettività. D'altronde, c'è un altro meccanismo
che mi scatta dentro, dato che è chiaro che proiettavo, identificavo
su Pasolini una figura grosso modo paterna e anche materna.
Il padre, diciamo
così, era l'ideologia, era l'intelligenza, era la sapienza. La madre,
invece, era la poesia. Mi sento scrutato, giudicato da Pasolini, continuamente.
E' come se fosse stato un grande dio che, purtroppo, ha dimostrato il suo
difetto, la sua mortalità. Morendo Pasolini ha compiuto su di me
una specie di esorcismo e mi ha lasciato libero di continuare per la mia
strada.
Io non so qual è
la mia strada. E' la strada di un emarginato, di uno zingaro, di uno che
ha scelto di non compromettersi se non in una compromissione feroce, forse
anche in questo pasoliniana, nei confronti della società italiana.
Pasolini diceva: «Voglio
lasciare l'Italia». Era uno dei suoi leit motiv degli ultimi
tempi. Nel dirlo c'era l'ironia di chi sa che, in realtà, non può
farlo e forse anche la prefigurazione della sua morte. Io credo che tutti
noi lo sappiamo e un poeta poi lo sa, forse, non perché ha dei poteri
medianici o telepatici o di intuizione superiore a quella degli altri,
ma lo sa per una specie di magico rapporto che ha con la realtà.
Pasolini sapeva da premonizioni,
da sogni, dall'inconscio che si svelava attraverso i sogni, che la morte
lo doveva colpire. Non gli piaceva la vita. Non gli piaceva più
la realtà, diciamo la verità.
La verità è
quella che Pasolini ha firmato, concludendo la sua vita terrena.
Lasciamo stare il fatto
oggettivo, politico, della sua morte per mano dei fascisti, come io sono
convinto che sia. E' proprio per ragioni di poesia. Ci arrivo attraverso
la poesia, non attraverso la politica, l'ideologia, a spiegarmi quella
morte, perché solo chi è impoetico totalmente, chi è
barbaro, chi è nero, può pensare di uccidere un poeta come
Pasolini.
Pasolini mi ha lasciato
libero e io, di questa libertà, non so che farmene.
Non so che farmene, soprattutto
perché mi sembra una condanna superiore a qualsiasi prigionia a
cui lui mi costringeva. Questo è l'amore che io ho per Pasolini.
Parlarne, per me, adesso, non è più neppure uno strazio,
è una specie di confessione di fronte a questo dio che mi ha tradito.
[...]
La tradizione non è
un fatto reazionario, è un fatto rivoluzionario scoprirla e nutrirsene.
Quando lui diceva «sono una forza del passato» era la più
grande provocazione che possa fare un uomo di cultura oggi, perché
è il passato che uccide il presente e uccide il futuro.
[...]
Per cui mi sento colpevole,
mi sento vittima di questo mio senso di colpa, mi sento orfano e tutti
questi scatti, emozioni psicologiche che dentro di me convivono, non lasciano
spazio ad una possibilità di oggettività. E' un fatto traumatico,
l'amore. Diceva Pasolini: «solo l'amore conta. Solo il conoscere.
Non l'aver amato, non l'aver conosciuto». Io qui, in questo momento,
sono consapevole che non mi libererò del fantasma di Pasolini finché
non troverò pace, diciamo così, in un amore verso me stesso.
Il fatto che però possa amarmi, possa chiarirmi, viene offuscata
dalla possibilità che Pino Pelosi sia fatto uscire, magari fra qualche
giorno, solo per il fatto che ha ucciso un grande poeta, un grande artista
come Pasolini e solo perché è questo che la società
italiana voleva.
La società italiana
è una comunità di false interpretazioni sociologiche, repressa
e fascista nel profondo, e non produce che mostri, nonostante tutti quelli
che l'abbelliscono, la impreziosiscono con orpelli modernistici. Per cui
i Pino Pelosi devono essere assolti, per carità, per confermare
questo tipo di società che non prevede altro che orrore e menzogna.
E' un paese di menzogne,
di perfidie, di mostruosità, mai portate sul piano della ragione.
[...] La vita di un poeta è la vita di chi arricchisce la collettività.
Siccome s'è perso, però, il senso di che cos'e un poeta e
che cos'è la poesia, allora è vero che la vita di un poeta
vale molto di meno di una qualsiasi checca morta sotto un ponte. Perché
di questo Pasolini è contento: valere molto meno di una checca,
allora sì, ma non valere quanto una checca. E non che sia spregevole
essere checca, intendiamoci, ma perchè la poesia la conosce, la
sa soltanto chi capisce che cos'è veramente. Io non lo so spiegare.
D'altronde non c'è riuscito nessuno a spiegare cosa sia la poesia.
Son cose che o si sentono o non si sentono.
MASSIMO CONSOLI Quando
il 2 novembre dello scorso anno, nel 1975, dal telegiornale delle
l3.30 seppi che Pasolini era morto, mi trovavo a Barletta insieme a Dario
e la mia prima reazione dopo avere esaurito ogni capacità di piangere,
fu un tentativo di analisi del fatto, strordinariamente tragico, che ci
aveva colpito. E soprattutto, seguendo una tecnica che mi è abituale
per capire meglio persone e situazioni, un tentativo di immedesimarmi nella
linea di difesa che avrebbe seguito l'assassino.
[...]
Ora, le varie deposizioni
di Giuseppe Pelosi sembrano aver confermato quelle mie previsioni, ma non
perché io abbia il dono di saper leggere il passato o il futuro,
ma perché ho il dono di essere gay, ho il dono di
essere un gay che da anni raccoglie articoli, raccoglie libri, dichiarazioni,
confessioni, testimonianze, documenti sull'omosessualità. Nei miei
archivi avrò qualche centinaio di cartelle sui vari delitti che
hanno insanguinato la comunità gay e quasi tutti, e sottolineo la
parola tutti, quelli tra questi delitti che hanno visto l'omosessuale vittima
e il maschio "carnefice" - e si tratta di una parcentuale spaventosamente
elevata - hanno la stessa identica linea di difesa da parte dell'assassino.
[...]
Noi, nel nostro Paese, non
abbiamo una legislazione anti-omosessuale, a parte il famigerato articolo
28 per quel che riguarda il servizio militare, che in ogni caso è
una grave discriminazione nei confronti di una parte della società
e che contrasta in maniera visibile, evidente e sfacciata con l'art. 3
della Costituzione là dove dice che «tutti i cittadini hanno
pari dignità sociale e sono eguali di fronte alla legge, senza distinzione
di sesso, di razza, di lingua, di religioni, di opinioni politiche, di
condizioni personali e sociali» [...]
Noi non abbiamo delle leggi
anti-omosessuali nonostante i tentativi degli onorevoli Manco del Msi e
Romano del Psdi nel 1961. [...] Eppure, nonostante ciò, l'attitudine
anti-omosessuale che san Paolo ha introdotto arbitrariamente dal giudaismo
al cristianesimo continua a persistere ancora e anche da noi.
[...]
Tanti hanno affermato che
Pasolini era un grande scrittore , sì, ma era anche un degenerato
e un corruttore, operando una distinzione inconcepibile per un artista
e del resto per chiunque, tra vita e opera. Distinzione a cui io mi rifiuto
di acconsentire, convinto come sono che l'opera di un artista è
il frutto stesso della sua vita.
E poi c'è chi dice
che Pasolini approfittava del suo impegno sociale per farsi i ragazzi
delle borgate. Non era veramente interessato ai problemi del popolo,
che frequentava solo perché lo considerava una sorta di vivaio da
cui trarre le sue giovani prede.
Chi parla così non
ha capito che il suo discorso è valido solo se rovesciato. Pasolini
andando con i ragazzi delle borgate ha avuto modo di conoscere da vicino
e di denunciare, e perciò di far conoscere anche a noi, i problerni
delle borgate, le condizioni di estremo disagio in cui versava una parte
della popolazione.
[...]
Ora, la difesa di Pelosi
si basa tutta su questi meccanismi, su questa specie di coazione a ripetere
dell'omosessuale che corrompe il giovane normale dal quale deve aspettarsi
una giusta e sacrosanta reazione, anche violenta, anzi soprattutto violenta,
affinché il codice dell'onore venga rispettato in pieno e il maschio
possa così riaffermare la propria virilità.
[...] come scrisse sul Mondo
un certo "Ulisse": «Non credo al ragazzo di morte. Non credo a una
sola parola di quello che Pelosi ha raccontato ai magistrati. Non credo
nella sua buona fede. Non credo al suo pentimento. Non credo alla sua incapacità
di intendere e di volere. Non credo alla sua bontà. Non credo a
nulla».
.
Massimo
Consoli, giornalista e scrittore, tra i fondatori e attivista del
movimento gay italiano, ha organizzato e dirige il più esteso e
prestigioso archivio europeo di storia dell'omosessualità. Ha pubblicato
diversi volumi sulla condizione omosessuale, tra cui: Solo i gay vanno
in paradiso, commedia, Ompo ed., Roma 1968; Alì, tragedia,
Ompo ed., Roma 1988; Stonewall. Quando la rivoluzione è gay,
Napoleone ed., Roma 1990; Homocaust, il nazismo e la persecuzione degli
omosessuali, Kaos ed. Milano 1991; Killer aids. Storia dell'aids
attraverso le sue vittime, Kaos ed., Milano 1993.
Potrete visitare la pagina
web di Massimo Consoli e avere tutte le informazioni sulla sua ultratrentennale
attività all'indirizzo
http://www.publibyte.it/promo/consoli
.
|
. |
ARCHIVIO
CONSOLI
VEDI
ANCHE
Poesie
di Dario Bellezza
Anniversario della morte
di Pier Paolo Pasolini
|
CONTRIBUTI
VEDI
ANCHE
Giuseppe Ciulla
Andrea Spadoni
Massimo Consoli
Stefano Casi
Giuseppe Espa
Claudio Tullii
Guido Nicolosi
Daniele Serra
Marco Fornasir
Francesco De Biase
I commenti
dei visitatori
|
|