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.I contributi dei visitatori
Lo intravidi appena, lì, dove non tornava da quel 2 novembre del ’75. Il suo viso scavato, inciso, scolpito, era volto al mare in tempesta, che ululava di fronte alle baracche impaurite dell’Idroscalo di Ostia. Si trovava vicino al piccolo, misero monumento a lui dedicato, eretto in quella piana arsa, sporca, in cui il fango era intervallato da ciuffi d’erba calpestati e da immondizie, come in uno dei tanti paesaggi vivi nelle sue pagine vive. Mi fermai, accostai velocemente l’automobile e mi diressi di corsa verso di lui. Il mio passo era ansioso, quasi incerto, incredulo ma ineluttabilmente attratto: era lì a due passi da me, di spalle e fra un po’ mi avrebbe spiegato, detto, svelato... Faccio per toccargli la spalla, ma la mia mano non incontra ostacolo… non c’era più nessuno. Mi giro intorno sconcertato, urlo: urlo la mia rabbia, il mio dolore, la mia devozione… Ma ad ascoltarmi ci sono solo il mare, il vento, la sabbia umida, e forse ancora lì, ma invisibile, da qualche parte, la sua anima nobile e disperata. Emanuele
Di Marco
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