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Emanuele di Marco

Una riflessione su Pasolini, la sua morte a Ostia e il processo al suo assassino

In questo venticinquesimo anniversario dell'assassinio di Pier Paolo Pasolini mi vengono in mente una provocazione e una proposta. La prima: «Ma l'Idroscalo, il luogo dell'estrema esperienza di Pier Paolo, ove a stento
si scorge il piccolo e roso monumento dedicatogli da Consagra, non è più
bello e vero e vicino all'estetica e al sentimento di Pier Paolo così com'è,
piuttosto di come sta per diventare? Quel posto "sacro" non mantiene in maniera più coerente e più profondamente vera il suo valore di luogo del martirio, di Cranio, nella veste in cui lo vediamo ancor oggi? Luogo disperato, sì, ma anche magico nel suo essere incredibilmente immutato, nel suo esser rimasto contro ogni logica uguale a se stesso da quel terribile giorno di 25 anni fa?

Non erano forse tutti così i posti che Pier Paolo amava, quelli che
accendevano la sua inestinguibile fantasia ed il suo straripante eros?
Io spesso vado a trovare Pier Paolo all'Idroscalo e in quella desolazione,
in quell'arso e metafisico abbandono, in quell'atroce solitudine, sento la
sua presenza, ritrovo la sua anima...ancora lì...sempre lì... Ho veramente paura che il giorno in cui la  terribile normalità, la ancor più spaventosa normalizzazione, la sconsacrante omogeneizzazione prenderanno
possesso di quel luogo, allora noi lo perderemo, e l'anima irata di Pier
Paolo se ne andrà per sempre, altrove...»

La proposta: «Il tempo è passato, e forse la ricerca della verità è divenuta solo una tragica utopia... Ma Pier Paolo ha sempre lottato e creduto nei sogni e nelle utopie... Allora, oggi, a 25 anni dalla sua morte, propongo a tutti gli amici di Pier Paolo di provare ancora una volta a lottare insieme per trovare la verità sulla sua morte, per sconfessare e cancellare un procedimento giudiziario che ancora offende la sua memoria, per scovare i veri colpevoli...
Scendiamo in piazza, cerchiamo di nuovo vecchi testimoni, troviamone di
nuovi, tiriamo giù dal letto avvocati e giudici... facciamo qualsiasi
cosa... io sono pronto a tutto. Ma non arrendiamoci; glielo dobbiamo».
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Emanuele Di Marco
gennaio 2001
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