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.I contributi dei visitatori Francesca Ronchi
I. la dignitosa povertà o l’autenticità dei corpiCon il mio lavoro di tesi intendo studiare i diversi aspetti in cui si esprime la critica di Pierpaolo Pasolini alla società italiana dagli anni del primo dopoguerra agli anni del cosiddetto “boom economico”. Nell’intera sua produzione si può infatti cogliere una particolare attenzione ai mutamenti antropologici che sono intercorsi in quest’arco di tempo. In meno di cinquant’anni il nostro sistema economico ha attuato una trasformazione radicale, passando da una base prevalentemente agricola ad una società prevalentemente organizzata su base industriale. Non solo il nostro prodotto interno lordo è considerevolmente cresciuto ma anche l’orizzonte onto-assiologico degli italiani si è irrimediabilmente modificato. Questa metamorfosi dell’Italia contemporanea non è mai vista da Pasolini con l’occhio freddo e distaccato del sociologo o dello statista, ma con lo sguardo dell’antropologo intento a studiare il processo del mutamento nel suo stesso divenire. Il poeta di Casarsa, inoltre, scandaglia il percorso etico-morale compiuto dai giovani del dopoguerra. La palingenesi sociale tanto agognata dai giovani antifascisti non si è mai realizzata, anzi è sprofondata nell’oblio della barbarie polimorfica della società di massa. Gli ex-partigiani sono radicalmente cambiati, e con essi i loro figli. Hanno rinnegato i valori della Resistenza in nome di un fantomatico Progresso, ma non sono riusciti a realizzare un vero Sviluppo, stravolgendo le fondamenta della nostra civiltà. (1) È proprio questo il più duro rimprovero che il nostro autore rivolge alla nostra classe dirigente. Il linguaggio, l’abbigliamento, le città sono radicalmente cambiate, e con esse si è modificata irrimediabilmente l’idea del Sacro, come dimensione inviolabile dell’uomo. L’ideale del Sacro insieme a quelli della Resistenza rimarranno sempre i paradigmi regolativi delle sue analisi e delle sue critiche. Pasolini nasce in una società contadina. Fin dall’infanzia, dunque, è allevato all’interno di un sistema di valori tipico della società dell’autoconsumo. In una lettera pubblicata sul settimanale “Vie Nuove” ricorda, con dolcezza, di quando sua madre “girava” i cappotti invernali e rammendava i vestiti. In quest’epoca la famiglia era ancora l’unica unità economica di base e l’unico punto di riferimento per la crescita e la formazione dei ragazzi, tanto che si “potrebbe scrivere un volume di ricordi di dignitosa povertà” (2). I ricordi di quest’infanzia “essenziale”, lontano dal consumismo e dall’orizzonte di fungibilità totale caratteristica dei nostri anni, saranno il suo punto di riferimento nell’intera sua esistenza. Utilizzando gli strumenti e le osservazioni prodotte dalla scuola di Francoforte, intendo indagare quello che Pasolini chiama il genocidio antropologico, e che si manifesta attraverso i meccanismi di annichilimento dell’individuo, caratteristici della società di massa e dell’industria culturale. Soffermandomi sulla perdita del senso del Sacro, il mio lavoro non potrà prescindere dall’analisi della genesi della “nuova preistoria”. Essa modifica così profondamente non solo gli uomini, nelle loro coscienze, ma anche i loro corpi facendogli perdere quell’aura benjaminiana che accomunava sia i giovani partigiani del Friuli, sia i ragazzi delle borgate romane. Proprio queste osservazioni, conducono Pasolini ad interrogarsi su come i giovani possano sfuggire a questa omologazione culturale, che subdolamente si insinua nel loro immaginario più recondito e ne distrugge il loro essere tali, ovvero “esseri adorabili pieni di quella sostanza vergine dell’uomo che è la speranza mentre gli adulti sono in generale degli imbecilli, resi vili ed ipocriti (alienati) dalle istituzioni sociali, in cui crescendo sono venuti poco a poco incastrandosi”. (3)Queste azioni di microfisica del potere, che pervadono la nostra società edonistica e consumistica, possono essere contrastate da una nuova pedagogia. L’unico modo di liberare i giovani, imbrigliati nelle logiche del nuovo potere, è insegnare loro a togliere il “velo dalle cose” come afferma nell’incipit delle Lettere Luterane. È a questa nuova pedagogia che Pasolini pensa nel periodo più duro ed amaro della sua esistenza, quando si stava dedicando a girare Salò o le 120 giornate di Sodoma ed a scrivere Petrolio. In quegli stessi mesi scriveva le Lettere luterane, indirizzandole a Gennariello e perseguendo un progetto di romanzo di formazione. In contemporanea proliferavano i saggi e gli editoriali che avevano per argomento la protesta giovanile, si cominciava, inoltre, a discutere di una nuova questione giovanile legata al problema dell’estremismo morale. Pasolini non si pone in quest’ottica, non parla “dei giovani” come massa indistinta, ma si rivolge “ad essi”. Il poeta di Casarsa individua come interlocutore un giovane “bello ed in carne ed ossa” di nome Gennariello, attraverso questo artificio letterario si costruisce la propria controparte, i cui tratti non possono che rassomigliare a quelli dei “ragazzi di vita” delle borgate romane. Non è infatti casuale la descrizione somatica di Gennariello dal momento che l’indagine di Pasolini non è mai potuta prescindere dall’importanza del corpo e dalla sua storicità e fisicità. In quest’opera il nostro autore cerca di mettere in guardia il suo pupillo dai mezzi subdoli di omologazione culturale. Volendo disvelargli la verità profonda delle cose, Pasolini sembra proporsi come un incessante Socrate, che non si stanca mai di invitare il ragazzo ad andare oltre i banali sofismi, al fine di cogliere la verità dell’esistenza. Se la “nuova preistoria” è ovunque, non è detto che l’individuo debba per forza arrendersi alla pervasività del consumismo e dell’omologazione culturale, questo può anche trasformarsi nel suo tallone d’Achille. Solo smontando ed analizzando i meccanismi con cui il genocidio agisce sui nostri linguaggi e su di noi, potremmo riuscire a “scrollarcelo di dosso” come la polvere-noia descritta da George Bernanos (4). “Occorre allora partire da attacchi puntuali al potere, in una logica resistenziale che pieghi le strutture del dominio contro il dominio stesso. Sarà una logica da condurre negli interstizi delle istituzioni, nelle sue pieghe, nei suoi spazi bianchi” (5) .Come Pasolini sottolinea: “Non comprendo bene questo lottare degli studenti per avere il diritto all’assemblea dentro la scuola. Perché non tengono le loro assemblee nelle piazze, nei giardini, nelle soffitte? Perché pretendere e ottenere dai superiori questa libertà?” (6). [corsivo mio]L’unica risposta decisa ed incisiva al neocapitalismo dilagante si deve manifestare innanzitutto, come un’opposizione culturale, come lui e suo fratello Guido fecero negli anni della resistenza. “Nulla è semplice, nulla avviene senza complicazioni e sofferenze: quello che conta è soprattutto la lucidità critica che distrugge le parole e le convenzioni, e va a fondo nelle cose, dentro la loro segreta ed inalienabile verità” (7).NOTE (1) Cfr. Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, Einaudi, Torino. (2) P.P. Pasolini, "La vigente ingiustizia", in Le belle bandiere, Roma, L’Unità/Editori Riuniti, 1991 pag. 107. (3) Ibidem. (4) G.Bernanos, Diario di un curato di campagna, Milano, Garzanti. (5) Raffaele Mantegazza, Con pura passione, Palermo, Edizioni della battaglia, 1997 pagg. 60-61. (6) P.P. Pasolini I dialoghi, Roma, Editori Riuniti,1992 pag.536. (7) P.P. Pasolini, Le belle bandiere, L’unità-Editori Riuniti, Roma, pag.110. Nota bibliografica
Francesca
Ronchi
31 maggio 2002 |
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