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Pier
Paolo Pasolini: perché ci manca?
Venticinque
anni ci separano dall’assassinio di Pier Paolo Pasolini. Eppure il nostro
dolore è vivo e bruciante come se fosse accaduto ieri, eppure il
nostro strazio è inconsolabile, eppure quella ferita è ancora
aperta. E non è retorica affermare che più tempo passa, più
il tempo ci allontana da quel giorno, più Pasolini è vivo
e presente in ciascuno di noi.
Perché?
Perché non riusciamo a dimenticare? Perché ci
tiene ancora una rabbia e un furore, per ciò che abbiamo perduto?
Perché, come una eredità silenziosa, questo tormento passa
e si tramanda da una a un’altra generazione, da coloro che l’hanno direttamente
conosciuto, che hanno potuto direttamente ascoltarlo, che poi sulle sue
poesie hanno costruito l’essenza del proprio vivere, che si sono innamorati
della vita nelle immagini di un suo film, a coloro che non hanno potuto
conoscerlo e l’hanno scoperto solo nei suoi versi o in un’intervista televisiva
o in una rappresentazione teatrale o in una canzone di De Gregori?
È
difficile, e insieme facilissimo, rispondere a questa domanda. Facile perché
nessuno è stato capace di colmare il vuoto che egli ha lasciato,
nessuno è stato capace di coinvolgere direttamente se stesso e la
sua arte nella realtà, nessuno ha saputo conoscere e amare il mondo
come lui.
Difficile
perché Pasolini è stato tante cose, tutte insieme, e ognuno
ha potuto, su un aspetto, costruire un proprio percorso sentimentale e
culturale che lo ha portato ad amarlo come cosa cara, come un fratello,
come un amico.
Pier
Paolo è stato un poeta, innanzitutto, un grandissimo poeta, con
la consapevolezza, come ebbe a dire Moravia nel giorno del suo funerale,
che "di poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro
in un secolo" .
È
stato uno scrittore folgorante, che ha inventato e impastato un nuovo linguaggio,
che ha portato sulla scena della pagina nuovi soggetti, i "ragazzi di vita"
dei quartieri e della periferia romana "..nei luoghi sconfinati dove credi
/ che la città finisca e dove invece / ricomincia, nemica, ricomincia
/", di coloro dei quali nessuno aveva parlato, e che invece Pier Paolo
ha conosciuto ed amato.
È
stato un grande uomo di cinema, consapevole che il cinema non era una tecnica
diversa di rappresentare la realtà, ma un linguaggio, con i suoi
codici, i suoi segni, che dunque andava usato per capire il mondo, per
immergersi nella realtà, per cercare dentro di essa lo stretto passaggio
tra il razionale e il magico, tra "storia" e " preistoria".
È
stato un uomo di teatro, teso alla sperimentazione più coraggiosa.
È
stato un intellettuale coltissimo, che sul terreno della lingua e del rapporto
con il dialetto ha scritto pagine insostituibili, a partire dai volumi
della "poesia dialettale del Novecento " al "Canzoniere italiano- antologia
della poesia popolare".
È
stato un polemista corrosivo, che negli ultimi anni della sua vita ha prefigurato
con lucidità messianica i guasti, la corruzione e lo sfascio di
una società che andava cambiando in radicale rottura con se stessa
e il suo passato.
E potremmo
continuare a lungo, perché non c’è campo dell’agire intellettuale
che non lo abbia incuriosito e interessato, che non sia stato segnato dal
suo intervento.
È
stato insomma un eretico e un diverso.
Sulla
sua eresia e sulla sua diversità si sono consumate pagine e pagine.
La cultura marxista ufficiale del tempo ne fece un uomo in qualche modo
arroccato a una visione nostalgica e arretrata del mondo: solo perché
Pier Paolo osava, contro la tragedia del capitalismo e del consumismo,
in feroce affermazione, riproporre i modi e i tempi e i sentimenti di un
tempo "contadino", di un’Italia sottoproletaria , anteporre alla "borghesia"
il "popolo", guardare, in generale all’oriente del mondo.
Oggi,
quando tutte le razionalità di progresso si sono dimostrate fandonie,
fondate come sono su una radicale ingiustizia e su un egoismo senza fine,
è forse proprio la sua concezione del "mito", il suo spessore epico,
l’unica chiave per uscire dalle secche di un tempo di morte; non nel senso
di un ritorno a un mondo che non c’è più, non nel senso di
una mielosa contemplazione del passato, ma in quello, più profondo
e coraggioso, di non ritenere interrotta e impossibile la ricerca di valori
e di orizzonti diversi: "...essi / i diseredati, e, per di più,
figli / (che dei diseredati hanno il sapere / del male - il furto, la rapina,
la menzogna - / e, dei figli, l’ingenua idealità / del sentirsi
consacrare al mondo), / essi, ebbero subito la vecchia luce d’amore / -
come gratitudine - nel fondo degli occhi".
Ma
sia: se è nostalgia sognare un mondo diverso, se è nostalgia
denunziare l’irrecuperabile perdita del senso della vita, se è nostalgia
sentirsi umiliati e offesi dalla cecità e dal conformismo, Pasolini
fu nostalgico, e nostalgico con lui tutti quelli che lo amarono e lo amano.
Qui
fu la sua vera diversità, non tanto e non solo nella sua condizione
di omosessuale, che pure egli non nascose, che fu scandalo vivo in
quel tempo e che gli costò processi e persecuzioni senza fine, in
una società sessuofoba e repressa. E, a seguire i dibattiti di oggi,
a guardarci intorno, dietro la nostra apparente libertà sessuale,
dietro la nostra apparente spregiudicatezza, quella diversità risulta
essere ancora scandalo.
Come
è scandalo più insopportabile, ancora oggi, l’altra diversità,
quella della sua testimonianza intellettuale, il suo coraggio della parola,
la sua furiosa mitezza
di chiamare le cose per il loro nome, senza calcoli di convenienza, senza
paure, senza barattare se stesso per un premio o per una partecipazione
televisiva.
Tutto
ciò è dunque quello che ci manca, tutto ciò è
la nostra ferita viva, tutto ciò ci rende Pasolini così caro
e presente?
Certamente.
Ma
è innanzitutto il poeta che ci manca, è innanzitutto il tenero,
acuto, limpido poeta, quello che si legge ancora così poco, che
ancora così di rado appare nelle antologie, quello che riemerge
e palpita e vibra non appena si apre una delle sue raccolte: il poeta insieme
privato e civile, quello che, come ebbe a scrivere Sandro Onofri, ha elevato,
con le sue poesie "un monumento all’antichità della sapienza popolare",
e quello che affonda impietoso l’occhio sulla sua vita.
E questo
percorso, questa ricerca di un impossibile equilibrio tra il proprio dolore
e quello del mondo, Pasolini lo ha fatto usando forme poetiche nuove e
antiche insieme, ma soprattutto mettendo a nudo se stesso e la propria
anima, senza paura, incantevole e fragile testimone e vittima: "... non
c’è pranzo o soddisfazione del mondo, / che valga una camminata
senza fine per le strade povere, / dove bisogna essere disgraziati e forti,
fratelli dei cani".
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[Il brano
è stato pubblicato sul "Corriere" di Avellino e si trova anche nel
sito
di Franco Festa
Nella
foto qui sopra: Pasolini sorridente con Maria Callas, durante la lavorazione
di Medea] |