"Qui, Pasolini,
è cominciato da poco…"
diceva così, la tassista,
guidando
la sua Mercedes fino al
cimitero;
fuggivo, da una rissa verbale,
da
un giudizio cattivo sul
mio fare, un invito
di qualcuno che, amico,
ma brutale,
aveva risposto alla domanda
sul mio libro:
“il peggiore che hai scritto”,
insistendo
poi, e credendo di scusarsi:
“non è
un libro estetico” -
Estetico? Come
si dice “non rientra nel
mio gusto
del bello” - filava la tassista,
intanto,
lungo la striscia del paese,
con la casa
del poeta, senza nessuna
targa, d’una rosa
rossiccio o cosa, due vetrine,
vuota,
dentro: “ci fanno un po’
di mostre”…
Invece di andare a scuola
a parlare
della mia poesia, ai vivi,
andavo
a trovare il poeta più
poeta, il morto
più vivo che conosca,
dopo Giacomo
Leopardi; il sole, tra le
nuvole, più alte
come il Friuli mi sono sempre
parse,
accendeva una scena da dopo
temporale,
tra vigne e casette geometrili,
ville
e villette col giardino,
cortili nuovi
di hotel, o cancelli, con
dietro vecchie
corti, acacie, pioppi, qualche
misera
catapecchia contadina disabitata;
feci il ritorno a piedi,
costeggiando
e sfiorando i muri vecchi
di una casa,
mentre la gente si salutava
in bicicletta,
“Mandi mandi”, rispondeva,
gentile e un poco
ironica: “dovrà scaldare
gli scarpini…”,
sulla stazione, intanto,
fumigava
la colonna di cannoni semoventi,
in corsa
nella prova di guerra quotidiana…
Profumava la strada del mattino,
contro il muro, grigio e
scaldato
da sole, che era uscito,
risparito…
Profumava la morte il gelsomino
sotto un cielo annuvolato,
con squarci
alti d’azzurro, fini come
un filo;
e la foto di Guido contro
il muro
con i suoi cinque compagni
d’ideale
era fraterno appello al
nostro andare;
e due lumache stavano allacciate
vicino alla tua tomba, in
amore, PIER
PAOLO PASOLINI
(1922-75), con tua madre
Susanna Colussi ved. Pasolini
(1891-81);
e i sette fusticelli dell’alloro
alle rose, alle roselline,
drizzavano
pagoda d’ombra, anche a noi,
morti vivi…
30 maggio, 9 giugno
2000