."Pagine
corsare"
.I
contributi dei visitatori
Enzo Gradassi
Piero della Francesca,
Battaglia di Eraclio e Cosroe,
Arezzo [particolare]
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Enzo
Gradassi di Arezzo ha inviato a "Pagine corsare" il seguente messaggio:
"Ad Arezzo, dopo 15 anni di restauri,
è stato riaperto al pubblico il grande ciclo di affreschi di Piero
della Francesca Leggenda della vera croce con meraviglioso effetto
di freschezza e colore. Allego un brano da La
religione del mio tempo come omaggio contemporaneo (nei due sensi:
a Piero e a Pier Paolo / di oggi) per i visitatori di "Pagine corsare".
[Com'è noto, Piero della Francesca
è stato uno dei pittori preferiti da Pasolini, che alle
sue opere si è ispirato spesso. Clicca QUI
per vedere una riproduzione della Leggenda della vera croce prima
del restauro annunciato da Enzo Gradasso. Ad Arezzo potrai naturalmente
avere un confronto con l'opera restaurata... "Pagine corsare" ti propone
altre tre opere di Piero della Francesca: Battaglia
di Eraclio e Cosroe (Arezzo), Vittoria
di Costantino su Massenzio (Arezzo) e Pala
di Brera (Milano)] |
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Pier Paolo Pasolini,
La
religione del mio tempo, Milano, 1961, Garzanti
1. Gli affreschi di Piero a Arezzo -
Viaggio nel brusio vitale - Il ventre campestre dell'Italia - Nostalgia
della vita
Fa qualche passo,
alzando il mento,
ma come se una mano gli
calcasse
in basso il capo. E in quell'ingenuo
e stento gesto, resta fermo,
ammesso
tra queste pareti, in questa
luce,
di cui egli ha timore, quasi,
indegno,
ne avesse turbato la purezza...
Si gira, sotto la base scalcinata,
col suo minuto cranio, le
sue rase
mascelle di operaio. E sulle
volte
ardenti sopra la penombra
in cui stanato
si muove, lancia sospetti
sguardi
di animale: poi su noi,
umiliato
per il suo ardire, punta
un attimo i caldi
occhi: poi di nuovo in alto...
Il sole
lungo le volte così
puro riarde
dal non visto orizzonte...
Fiati di fiamma dalla vetrata
a ponente
tingono la parete, che quegli
occhi
scrutano intimoriti, in
mezzo a gente
che ne è padrona,
e non piega i ginocchi,
dentro la chiesa, non china
il capo: eppure
è così pio
il suo ammirare, ai fiotti
del lume diurno, le figure
che un altro lume soffia
nello spazio.
Quelle braccia d'indemoniati,
quelle scure
schiene, quel caos di verdi
soldati
e cavalli violetti, e quella
pura
luce che tutto vela
di toni di pulviscolo: ed
è bufera,
è strage. Distingue
l'umiliato sguardo
briglia da sciarpa, frangia
da criniera;
il braccio azzurrino che
sgozzando
si alza, da quello che marrone
ripara
ripiegato, il cavallo che
rincula testardo
dal cavallo che, supino,
spara
calci nella torma dei dissanguati.
Ma di lì già
l'occhio cala,
sperduto, altrove... Sperduto
si ferma
sul muro in cui, sospesi,
come due mondi, scopre due
corpi... l'uno
di fronte all'altro, in
un'asiatica
penombra... Un giovincello
bruno,
snodato nei massicci panni,
e lei, lei,
l'ingenua madre, la matrona
implume,
Maria. Subito la riconoscono
quei
poveri occhi: ma non si
rischiarano, miti
nella loro impotenza. E
non è, a velarli,
il vespro che avvampa nei
sopiti
colli di Arezzo... È
una luce
- ah, certo non meno soave
- di quella, ma suprema
- che si spande
da un sole racchiuso dove
fu divino
l'Uomo, su quell'umile ora
dell'Ave.
Che si spande, più
bassa,
sull'ora del primo sonno,
della
notte, che acerba e senza
stelle Costantino
circonda, sconfinando dalla
terra
il cui tepore è magico
silenzio.
Il vento si è calmato,
e, vecchio, erra
qualche suo soffio, come
senza
vita, tra macchie di noccioli
inerti.
Forse, a folate, con scorata
veemenza,
fiata nel padiglione aperto
i1 beato rantolo degli insetti,
tra qualche insonne voce,
forse, e incerti
mottetti di ghitarre...
Ma qui, sul latteo tendaggio
sollevato,
la cuspide, l'interno disadorno,
non c'è che il colore
ottenebrato
del sonno: nella sua cuccetta
dorme,
come una bianca gobba di
collina,
l'imperatore dalla cui quieta
forma
di sognante atterrisce la
quiete divina.
Schiuma è questo sguardo
che servile
lotta contro questa Quiete;
e, ormai,
rassegnato, sbircia se sia
giunto
il momento di uscire, se
il via vai
che qui ronza attutito,
lo richiami
agli atti quotidiani, ai
gai
schiamazzi della sera. Schiuma
gli sciami
di borghesi che dietro i
calcinacci
dell'altare, con le mani
si fanno specchio, stirano
le faccie
affaticate, presi dalla
sete
(che li trascende, li mette
sulle traccie
d'altra testimonianza) d'essere
i fedeli
testimoni d'un passato che
è loro.
Schiuma - sotto i mattoni
già neri
di San Francesco, sui selciati
che il sole
allaga lontano di una luce
ormai perdutamente incolore
-
gli stanchi rumori dei posteggi,
i caffè semivuoti...
Schiuma, benché più
fervida, e anzi,
felice, questo fermento
di tanta vita perduta, e
troppo bella
se ritrovata qui, fuggevolmente
e disperatamente, in una
terra
che è solo visione...
Non si sente, nella piazza,
dentro il cerchio
delle trecentesche case,
che un sospeso
chiasso di ragazzi: se ti
guardi intorno,
con visucci di figli provinciali,
pudichi calzoncini, non
ne conti
meno di mille; e poiché
i ferri e i pali
dei palchi per il palio
fanno della piazza quasi
una gabbia,
eccolo brulicante saltellare,
con un sussurro che nella
sera impazza,
quel disperato stuolo d'uccellini...
Ah, fuori, riapparso tempo
della pia
sera provinciale, e, dentro,
riaperte ferite della nostalgia!
Sono questi i luoghi, persi
nel cuore
campestre dell'Italia, dove
ha peso
ancora il male, e peso il
bene, mentre
schiumeggia innocente l'ardore
dei ragazzi, e i giovani
sono virili
nell'anima offesa, non esaltata,
dalla umiliante prova
del sesso, dalla quotidiana
cattiveria del mondo. E
se pieni
d'una onestà vecchia
come l'anima,
qui gli uomini restano credenti
in qualche fede - e il povero
fervore
dei loro atti li possiede
tanto
da perderli in un brusio
senza memoria -
più poetico e alto
è questo schiumeggiare
della vita.
E più cieco il sensuale
rimpianto
di non essere senso altrui,
sua ebbrezza antica.
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