I contributi dei visitatori di "Pagine corsare"

"Pagine corsare"
I contributi dei visitatori
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"Non muore chi non è mai nato"
Il martirio laico di Pier Paolo Pasolini
di Marco Zulberti, settembre 2001
Pubblicato su “UCT - Uomo Città Territorio”,
rivista mensile pubblicata a Trento dal 1976
[con brani da opere pasoliniane]

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Mario Luzi
Intervista di Marco Zulberti
Ricordi degli anni ’50 e sue impressioni
[con un inedito]

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“Non muore chi non è mai nato”
Il martirio laico di Pier Paolo Pasolini
di Marco Zulberti
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Tra le correnti in cui appare dividersi la poesia italiana del primo Novecento che vanno dal simbolismo decadente di fine ‘800 alla scarsità purista dell’ermetismo fino al realismo idealizzato degli anni ‘50 e ‘60, l’opera di Pier Paolo Pasolini si radica tra decadentismo morale e realismo laico, due correnti che hanno nel Niccolò Tommaseo di Fede e bellezza e nel Friedrich Nietszke del profetico Zarathustra i riferimenti culturali più inconsci e lontani.
Tra queste idee assorbite nella cultura della provincia friulana, iniziò la sua attività artistica che si sviluppò tra le forme della pittura, della poesia, del romanzo e del cinema, linguaggi che si intrecciano e fecondano l’una nell’altra nell’arco della sua vita fino all’episodio finale di Petrolio, realizzando una delle più concrete e profonde visioni poetiche dell’ideologico Novecento italiano. Un profilo che nella sua forte discesa nella vita e nell’agone della contemporaneità intellettuale e sociale, si avvicina a tratti a quelli di Cesare Pavese e Gabriele D’Annunzio.

Nato a Bologna il 5 marzo del ‘22 da Susanna Colussi il giovane Pier Paolo vive la sua giovinezza tra le caserme dove si sposta il padre Alberto Pasolini, un giovane ufficiale appartenente ad una dinastica famiglia di Ravenna. Passa così da Bologna, Conegliano Veneto, Parma, Reggio Emilia, Belluno, Sacile, Udine fino a Casarsa, il paese friulano della madre che divenne il centro di gravità dei suoi primi trent’anni di vita, dove si reca tutte le estati. Qui cresce dipingendo e componendo versi, giocando con i figli di quei contadini che vivono laboriosamente, senza ribellarsi né al dogmatismo della Chiesa, né ai proprietari terrieri e che placano i loro desideri la sera nelle stalle o nelle sagre paesane con il vino e il gioco della morra.
Il contatto con questa socialità popolare che vive immersa nella natura della pianura friulana sovrastata dai tersi cieli notturni e attraversata da fiumi torrentizi e dai suoi boschi cedui, incide profondamente la sua formazione sentimentale: 

“Ho voglia di essere al Tagliamento, lanciare i miei gesti uno dopo l’altro nella lucente cavità del paesaggio. Il Tagliamento qui è larghissimo. Un torrente enorme, sassoso, candido come uno scheletro. Ci sono arrivato ieri in bicicletta, con un più giovane indigeno di nome Bruno...”. 
A quel ragazzo che descrive come selvatico, plebeo, sgarbato e morboso, dominato da impulsi indifferenziati, dedica comunque un pensiero poetico: 
“Il corpo nudo è il più vero, e il suo abbraccio è l’unico ponte che possa essere gettato nell’abisso di solitudine che ci divide l’uno dall’altro”.
Di questa umanità periferica e istintiva, originaria e violenta, senza un progetto che non supera la semplice sopravvivenza, dove emergono solo gli stati di amore e morte, di questa socialità primitiva e ingenua Pier Paolo diventa il cantore, il difensore a oltranza. Per lei si scaglia contro la modernità che la minaccia in maniera strisciante e subdola da più fronti; con la lingua distrugge la comunicazione, il senso della cose più semplici, con la cultura produttiva che disancora le attività artigianali e contadine attraverso i processi dell’alienazione industriale, con la politica concepita non nel senso greco della polis, ma come ideologia che impone pregiudizialmente modelli disumanizzanti e antistorici, inapplicabili e violenti dove l’uomo non è più il fine ma il mezzo.
Sono riflessioni che originariamente sorgono negli anni di Casarsa ma che riemergeranno molti anni dopo quando si ritroverà tra i giovani delle borgate romane a denunciare l’azione di imborghesimento che li sta cancellando la loro cultura di sussistenza e con essa la loro sicurezza, la loro allegria, il loro linguaggio. Una volta perduto il gergo questi giovani non produranno più le loro invenzioni, non saranno più spiritosi, ma finiranno con il pronunciare cose ovvie, banali, finiscono con il muoversi impacciati in un mondo disadorno, spoglio, a cui non appartengono. La nuova “lingua nazionale” l’idioma nato dallo stillicidio culturale operato dal gergo giornalistico-tecnologico ha compiuto la rivoluzione delle coscienze alla rovescia determinando l’abbrutimento, l’anestesia dalla propria condizione di ingiusta subordinazione, assicurata dalla diffusione di concetti e neologismi totalmente lontani dalle loro unità di senso originarie.
In questa difesa scaturisce la sua passione per la lingua dialettale incoraggiata dallo studio dei testi del glottologo goriziano Graziano Isaia Ascoli che gli fanno scoprire l’importanza della composizione poetica che diviene una sorta di trascrizione della tradizione orale. Scrivere una parola dialettale equivale a salvarla, in quanto resa graficamente viva per la prima volta. Lo studio del friulano non viene inteso solo come “dialetto greco” o “lingua poetica”, ma viene considerato uno strumento di conoscenza della realtà di quel mondo. Ne segue una prima attività poetica dialettale dove emerge il suo profondo amore per questa particolare socialità senza storia, della quale mette in risalto i nomi, gli attrezzi, i vestiti, le grida. Viene salvata ed esaltata la condizione contadina che viene sospesa tra disperazione e felicità ingenua. Di questo mondo risaltano i nomi di quei giovani: S’ciefin, Pieruti, Zuàn, Bepi, Jacu, Meni, i loro carri carichi di fieno, le bestie che faticosamente li trascinano, i pantaloni corti, i calzettoni di lana, i vestiti scuri degli anziani, i fazzoletti neri sul capo delle donne.
La particolarità di questa condizione viene descritta nei rapporti che tiene con gli amici di Bologna, dove nel ‘39, a diciassette anni si iscrive alla facoltà di Lettere. Il racconto di un mondo che profeticamente però gli ispira anche una certa tristezza: 
“Che brutto paese Casarsa! Non c’é niente. È tutta morale, niente bellezza: la maleducazione paesana dei ragazzi, la malignità delle femmine, la polvere grigia e pesante delle strade. Tutto ha perduto il mistero onde la fanciullezza lo circondava, ed è nudo e sporco dinanzi a me: ma questo è un nuovo incanto, un nuovo sogno e un nuovo mistero”. 
È il ‘42. Esce la sua prima raccolta Poesie a Casarsa che stampata a sue spese viene inviata a poeti e letterati tra cui Gianfranco Contini che gli dedica una recensione. Molti anni il critico affermerà: 
“Fu quella in sostanza la mia unica scoperta letteraria”.
Nei versi composti di quel periodo oltre alla descrizione del mondo contadino emerge una vaga spinta verso la fede religiosa, esperienza di cui affiorò il ricordo solo nel ‘65 dopo l’uscita del film Il Vangelo secondo Matteo, quando in seguito agli attacchi di alcuni intellettuali, affermò come l’essere stato un borghese che ha optato per il marxismo gli abbia permesso comunque di conservare dentro di sé una misteriosa, remota, ma insopprimibile istanza cristiana di cui “non mi vergogno”.
È il tono morale che accompagna la sua poesia che evidenzia questo aspetto quando assume le forme di una confessione non chiusa su se stessa, religiosamente intima, ma effettuata ad alta voce, gridata, pubblicamente laica, un atteggiamento che lo condurrà in un percorso che fin da fanciullo aveva forse scelto come in una vocazione quando osservando la figura di Cristo crocefisso rifletteva: 
“Poi nelle mie fantasie apparve espressamente il desiderio d’imitare Gesù [...] Mi vidi appeso alla croce, inchiodato. I miei fianchi erano succintamente avvolti da quel lembo leggero e un’immensa folla mi guardava. Quel mio pubblico martirio finì col divenire un’immagine voluttuoso: e un po’ alla volta fui inchiodato col corpo interamente nudo”.
Una seconda componente fondamentale per la su aformazione intellettuale fu la sua adesione al marxismo, una decisione che definì come la più importante della sua vita. È il ‘47. L’incontro avvenne attraverso la lettura dell’opera di Antonio Gramsci. Il suo è un marxismo lontano dai concetti puramente classici, e diventa idealizzazione estetica di un progetto, come una poesia nel senso pieno della sua funzione artistica, non intesa come piacevolezza o grazia, ma come storia da declamare, come mondo da rendere possibile, come sogno da realizzare.
Questo progetto è contenuto nella sua poesia civile, come la definì Alberto Moravia, che denuncia e supera il dramma storico, purificato dal tono del messaggio, dalla denuncia del poeta, che indica profeticamente la degenerazione dallo stato naturale e la conseguente necessaria venuta di nuove ere, evocate, immaginate, grazie all’attività poietica dell’arte, inseguendo quello che Marx aveva chiamato come il Sogno di una cosa.

Diviene segretario della sezione del Pci di San Giovanni di Casarsa che era situata in una stanza disadorna sopra l’osteria ENAL, dove il crocefisso era appeso accanto al ritratto di Stalin: 

“Anche l’uomo marxista è religioso, perché fonda la sua azione nella lotta di classe, dei poveri contro i ricchi, fino alla vittoria che coinciderà con la fine della storia. Il dialogo tra cattolici e marxisti implica l’esigenza che sia un dialogo tra cattolici non dogmatici e marxisti non dogmatici”.
In questa relazione tra cattolicesimo e marxismo Pier Paolo Pasolini identificherà molti anni dopo una similitudine nella crisi attraversata da entrambi: 
«[...] quando parlo di crisi, intendo parlare di crisi dei partiti marxisti, non di crisi del marxismo [...] Ma fino a che punto tale distinzione è lecita? Sarebbe come operare, mettiamo, una distinzione tra il Vangelo e la Chiesa: è una distinzione che spesso si fa, ma è polemica e fondamentalmente pseudo-storica».
Quelli dal ‘42 al ’48 sono anni di forte impegno; l’università, le esperienze culturali alle riviste come il “Setaccio” o lo “Stroligut de cà da l’aga”, l’attività alla “Accademia de lenga furlana”, la tesi su Pascoli con Longhi, la guerra, le esperienze pedagogiche a Casarsa ed a Versuta, le prime raccolte di poesie, la perdita del fratello Guido ad opera delle brigate comuniste, le esperienze politiche. Iniziano anche collaborazioni con Montale, Sereni.

Il 22 ottobre del ‘49 dopo una serata passata in una sagra paesana viene denunciato da un paesano per corruzione di minorenni e atti osceni in luogo pubblico. Viene minacciato, ricattato, espulso dal partito, rimosso dal posto d’insegnante nella scuola di Valvassone. Dopo un paio di mesi impossibili e di quasi isolamento, Pier Paolo e la madre Susanna, decidono di fuggire. Arrivano a Roma il 28 gennaio ‘50. Mormora: “Quando della vita si è consumato tutto, resta ancora tutto”.
Inizia un periodo duro di solitudine in quanto il pudore per quanto è avvenuto lo separa anche dagli intellettuali con cui era in contatto. Ma vengono in suo aiuto Sandro Penna, Carlo Emilio Gadda con cui condivide l’amore per il dialetto ed Attilio Bertolucci con cui instaura un rapporto di profonda e continuata amicizia. È lui che lo presenta prima nella collana di Guanda da lui diretta e poi a Livio Garzanti che diventerà il suo editore. A questi si aggiungono poi altre amicizie come Giorgio Caproni, Alberto Moravia, Elsa Morante, Giorgio Bassani, Goffredo Parise.
A Roma scopre le borgate e la loro umanità primitiva molto simile a quella della campagna friulana. È un mondo dove l’oralità è fortissima, la cui parlata lo attrae in modo eccitante e coinvolgente. Attorniato da personaggi caratteristici come Sergio Citti entra in un mondo insieme nuovo e conosciuto, che inizia a raccontare crudemente prima nei romanzi e poi nel cinema.
Sono gli anni in cui esplode la sua attività poetica e letteraria. Sue pubblicazioni escono per “La Meridiana” diretta da Vittorio Sereni e Sergio Solmi e per Albino Longhi che ospita su “Paragone” l’opera dialettale.
Ma i problemi ritornano. La pubblicazione di Ragazzi di vita nel ‘55 provoca una prima denuncia in tribunale da cui viene assolto dopo una deposizione contro la censura di Carlo Bo. Il libro viene recensito da Cecchi, attaccato da Salinari che lo giudica senza una base ideologica. L’unico riconoscimento lo riceve a Parma, la città dell’amico Attilio Bertolucci, dove vince il premio Colombi-Guidotti.

Inizia l’esperienza di “Officina” una rivista che ha in progetto un attacco alla letteratura del Novecento italiano. Dalle sue pagine Pier Paolo Pasolini effettua uno dei suoi sillogismi più sarcastici colpendo in modo semplicistico la poesia ermetica dimenticandone la storia del movimento: “I poeti ermetici si proclamano cattolici. Cattolicesimo e provincialismo coincidono. Ecco dunque il nesso cattolicesimo-strapaese-fascismo: uno dei tanti bei nostri nessi”. Scaturisce un duro dibattito con lo stesso Mario Luzi che gli risponde dalle pagine di “La chimera” la rivista fiorentina di Vallecchi.
Nel ‘57 esce la raccolta poetica Le Ceneri di Gramsci che viene premiata al Viareggio ex-equo con Sandro Penna. Gli undici poemetti composti nell’arco di quasi sette anni, manifestano un importante significativo momento della poesia del Novecento. Gli episodi dell’Appenino, del Canto popolare, Picasso, Quadri friulani, Il pianto della scavatrice e La terra di Lavoro, che accompagnano il canto centrale dedicato ad Antonio Gramsci, rimandano e rievocano, grazie alla forte struttura dei versi in cui prende forma il suo progetto poetico, di volta in volta, la vastità della concezione presente nelle canzoni petrarchesche, i quadri ottocenteschi del romanzo verista di un Verga, l’impostazione epica libera dalla retorica risorgimentale di un Giosuè Carducci e di Gabriele D’Annunzio. Soggetto di questa poesia è sempre quell’umanità minuta e periferica, silenziosa e dispersa celebrata da poeti come Giovanni Pascoli, il goriziano Umberto Saba e Cesare Pavese.
Nel ‘58 lavora a Una vita violenta, il suo nuovo romanzo che sarà pubblicato nel ‘59 e denunciato dall’Azione Cattolica per oscenità, ed alla raccolta di poesie La religione del mio tempo. Nel frattempo cresce la sua antica passione per il cinema che già nel ‘54 gli aveva fatto guadagnare il primo vero stipendio con Giorgio Bassani nel film La donna del fiume di Mario Soldati.
Dopo aver lavorato a delle sceneggiature per Puccini, Vancini e Bolognini scrive il testo di Accattone che gli viene ispirato dal degrado delle borgate romane che da luogo di speranza politica dei primi anni ‘50 era diventato un teatro di violenza e disumanità. I mezzi per girare due intere sequenze glieli fornisce Federico Fellini, per cui aveva lavorato insieme a Sergio Citti ad una scena de La dolce vita.

Inizia la terza fase della vita artistica di Pier Paolo Pasolini che nel giro pochi anni diventa un caso cinematografico. Nei suoi film si serve il meno possibile di attori professionisti perché il suo ideale è quello di mimare la naturalezza in quanto detesta ogni finzione e vuole ricostruire ogni aspetto della rappresentazione. Anche nel doppiaggio userà “voci” caratteristiche che sceglie anche tra gli amici. Attore prediletto diventerà Ninetto Davoli. Accurata la scelta dei brani musicali dove alternerà testi di musicalità popolare di estrazione nord-africana, russa, rumena, giapponese ai classici come la Passione secondo Matteo di Johan Sebastian Bach o il Dissonanzen Quartet K 465 di Wolfang Amadeus Mozart.
Escono Accattone (1961), Mamma Roma (1962) e La ricotta (1963) con Orson Welles, film subito ritirato per “vilipendio alla religione di stato” che costringe il regista a difendersi in tribunale con un testo scritto. Viene condannato a quattro mesi.
Sono gli anni del boom economico e produttivo che per Pasolini, parafrasando il contemporaneo Uomo ad una dimensione di Marcuse, condurranno ad una nuova preistoria la socialità contadina e popolare, con l’addio alla civiltà classica, all’uomo delle campagne, alla religione. Il materialismo ateo e disumanizzante si presenta ai suoi occhi lo stesso che viene condannato dal Vangelo. Al di là del suo ateismo emerge un’identità tra la sua posizione poetica e la cristiana osservazione del mondo. La progressiva invasività della modernità determina una perdita della memoria, della coscienza: 

«Quando il mondo classico sarà esaurito, quando saranno morti tutti i contadini e tutti gli artigiani, quando l’industria avrà reso inarrestabile il ciclo della produzione e del consumismo, allora la nostra storia sarà finita».
Nel ‘64 gira Il Vangelo secondo Matteo che viene presentato a Venezia. Il regista ed il film ricevono critiche sia da destra che da sinistra, ma ottiene un grande successo internazionale ed il premio dell’OCIC (Ufficio Cattolico Internazionale del cinema) per il dialogo tra cattolici e marxisti. 
Nel ‘65 gira Uccellacci e Uccellini con Totò. Nel film emerge provocatoria la colpa degli «innocenti» che col loro non capire perpetuano l’andazzo di un mondo ingiusto, del quale pure si lamentano.
Viene pubblicata la raccolta Poesia in forma di rosa. Emerge una decisa divergenza tra la sua poesia ed il cinema. Ad una forte struttura poetica, infatti la narrazione cinematografica risponde in modo ontologico, con un effetto di anti-artisiticità, risultando episodica, a quadri, quasi picaresca. Solo nel Cristo rivoluzionario del Vangelo secondo Matteo la struttura narrativa rimane classica. Questo diverso modo di narrare deriva dalla forza dell’immagine che realizza il cambio quadro in modo istantaneo, un quadro che narra da sé e non ha bisogno del poeta evocatore.
Escono i film Edipo Re nel ‘67 che viene premiato sl Festival di Venezia e nel ‘68 Teorema che dopo il premio dell’OCIC, nella sua disarmante e feroce provocazione verrà attaccato con violenza da ogni parte. Viene accusato di tutto; uso spregiudicato e perverso della sessualità, misticismo, reazionarietà, religiosità, scarso senso del sacro. Con Teorema Pier Paolo Pasolini viene identificato con un “mostro del dissenso”. Enorme il clamore provocato sia a livello giudiziario che cinematografico come quello all’ente Mostra del Cinema di Venezia. Con Pasolini si schierano attivamente Francesco Maselli, Cesare Zavattini (lo scopritore di Attilio Bertolucci) e Franco Rossellini. Collabora in quel periodo anche con Bernardo Bertolucci figlio di Attilio che entra nel mondo del cinema prima come suo aiuto-regista poi con il film La commare secca.
Attaccato da tutte le parti da questo momento inizia la fase più estrema della sua produzione artistica. Lo si comprende dai titoli del nuovo film Porcile o da quelli pensati per la sua autobiografia Bestia da Stile e per l’opera poetica poi pubblicata con il titolo di Bestemmia. Un momento provocatorio che scuote fino alle radici anche molti suoi ammiratori che si sentono messi alla prova da un’accelerazione così forte. Si scaglia anche contro Dario Fo con un Manifesto per un nuovo teatro al quale non risparmia commenti amari.
Ai rapporti con la massa studentesca allora in piena effervescenza preferisce il rapporto con la nuova sinistra cattolica. Nel frattempo Teorema esce in Francia e riceve il tributo della classe letteraria francese tra i quali quelli di François Mauriac.
Ormai l’attività cinematografica sembra assorbirlo totalmente ma riesce comunque a trovare il tempo per raccogliere una nuova raccolta di poesie Trasumar e Organizzar che esce nel ‘71 ed a lavorare al progetto di un nuovo romanzo, Petrolio, che uscirà postumo, dove intende realizzare un’analisi feroce della gestione politica e della società moderna, anticipando profeticamente i mali di cui oggi soffre la nostra organizzazione sociale. 
Il suo impegno saggistico si sviluppa in quegli anni in una collaborazione al “Corriere della Sera” dal quale uscirà poi la raccolta Scritti corsari
Dopo Medea, dove compare Maria Callas, la figura più straordinaria dell’opera cinematografica di Pier Paolo Pasolini, inizia a lavorare ai tre film della “Trilogia della vita” Il decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972), Il fiore delle mille e una notte (1974) che lo impegnano per ben tre anni.

Nel ‘75 appena finito il montaggio di Salò e le centoventi giornate di Sodoma il suo corpo martoriato viene ritrovato esanime all’alba del 2 novembre 1975 abbandonato nel vasto squallore dell’idroscalo di Ostia. Racconta un testimone oculare che sembrava “un sacco di stracci”.

Finiva di colpo la vita del poeta Pier Paolo Pasolini.

In lui la poesia è stata un’attività vitale, progettuale, liberatoria, non fine a se stessa, ma viva, in azione. Dato di partenza è la difesa continua estenuante, definitiva, di uno stato ingenuo, originario, naturale, terreno e gioioso, in cui l’uomo cresce e vive una condizione integrata con il suo ambiente naturale più essenziale formando una socialità isolata e selvaggia simile a quella che ultime aveva osservato nelle montagne friulane o nelle borgate romane. Le minacce per questa particolare condizione di socialità e naturalità primitiva, ciclica, senza tempo e senza storia, vengono dalla lingua, dalle istituzioni, dal mondo produttivo moderno, dalla scuola di massa, dalle ideologie politiche, elementi che disturbano, disorientano e distruggono quello stato felice originario dove amore e morte sono le due vere e uniche sovrane.

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* * *

Opere

Poesia

Poesie a Casarsa, poesia dialettale, 1942.
Poesie, poesia dialettale, Primon, S.Vito al Tagliamento, 1945.
Diarii, Edizioni dell’Accademia, 1945.
I pianti, Edizioni dell’Accademia, 1946.
Dov’è la mia patria, Edizioni dell’Accademia, 1949.
Tal còur di un frut, Tricesimo 1953.
Dal diario, Caltanissetta 1954.
Le ceneri di Gramsci, Garzanti, Milano 1957.
L’usignolo della Chiesa Cattolica, Longanesi, Milano 1958.
Roma 1950, Scheiwiller, Milano 1960.
Sonetto primaverile, Scheiwiller, Milano 1960.
La religione del mio tempo, Garzanti, Milano 1961.
Poesia in forma di rosa, Garzanti, Milano 1964.
Poesie dimenticate, poesia dialettale 1966.
Trasumar e organizzar, Garzanti, Milano 1971.
La nuova gioventù. Poesie friulane, Einaudi, Torino 1975.
 

Narrativa

Ragazzi di vita, Garzanti, Milano 1955.
Una vita violenta, Garzanti, Milano 1959.
Il sogno di una cosa, Garzanti, Milano 1962.
Alì dagli occhi azzurri, Garzanti, Milano, 1965.
La Divina Mimesis, Garzanti, Milano 1975.
Atti impuri, Garzanti, Milano 1982.
Amado mio, Garzanti, Milano 1982.
Petrolio, Einaudi, Torino, 1992.
Il disprezzo della provincia, in Opere, Mondadori, Milano 1998.
 

Film

Accattone, 1961.
Mamma Roma, 1962.
La ricotta, 1963.
Il Vangelo secondo Matteo, 1964.
Uccellacci e uccellini, 1966.
La terra vista dalla luna, cortometraggio, 1967.
Che cosa sono le nuvole?, cortometraggio, 1967.
Edipo re, 1967.
Teorema, 1968.
Medea, 1970.
Il decameron, 1971.
I racconti di Canterbury, 1972.
Il fiore delle mille e una notte, 1974.
Salò o le centoventi giornate di Sodoma, 1975.
 

Saggistica

Passione e ideologia, Garzanti Milano 1960 
Empirismo eretico, Garzanti Milano 1972.
Scritti corsari, Garzanti Milano 1975.
Lettere luterane, Einaudi Torino 1976.
 

Bibliografia

Romanzi e racconti, Mondadori 1998.
Saggi sulla letteratura e sull’arte, Mondadori.
Saggi sulla politica e la società, Mondadori.
 

Biografie fondamentali

E.Siciliano, Vita di Pasolini, Rizzoli, Milano 1978.
D.Bellezza, Morte di Pasolini, Mondadori, Milano 1981.
S.Murri, Pier Paolo Pasolini, Il castoro, 1995.
N.Naldini, Pasolini, una vita, Einaudi, Torino 1989.

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Testi

Da Petrolio

 «Ed ecco che scendendo probabilmente dal cielo - o forse dalle profondità della terra, accanto a quel corpo supino Carlo vide venire due esseri, di una natura che non è certamente umana; ma appare tuttavia naturale, inserendosi nella logica della Visione: Si mettono uno di qua e uno di là del Corpo, coi piedi all’altezza della sua testa, e cominciano a parlare. Benché anche il loro linguaggio non sia umano, Carlo lo capisce: non solo, ma la lingua umana con cui esso è percepito da Carlo, è una lingua meravigliosa. Ogni sua parola ha infatti una chiarezza rivelatrice: così che il capire, non è/ si limita ad essere/ soltanto capire, ma è anche la gioiosa cognizione del capire. Si direbbe insomma che quei personaggi parlino in versi o in musica.»
 

Da Le ceneri di Gramsci

L’Appenino

I

Tetro di dossi, ebbri, calcinati,
muto, è la muta luna che ti vive,
tiepida sulla Lucchesia dai prati

troppo umani, cocente sulle rive
della Versilia, così interna sul vuoto
del mare - attonita su stive,

carene, vele rattrappite, dopo
viaggi di vecchia, popolare pesca
tra l’Elba, l’Argentario...

La luna, non c’é altra vita che questa.
E visi sbianca l’Italia da Pisa
sparsa sull’Arno in una morta festa

di luci, a Lucca, pudica nella grigia
luce della cattolica, superstite
sua perfezione...

Umana la luna da queste pietre
raggelate trae un calore
di alte passioni... È, dietro

il loro silenzio , il morto ardore
traspirato dalla muta origine:
il marmo, a Lucca o Pisa, il tufo

a Orvieto... [...]


Da Le ceneri di Gramsci

Le Ceneri di Gramsci

III

Uno straccetto rosso, come quello 
arrotolato al collo dai partigiani
e, presso l’urna, sul terreno cereo

diversamente rossi, due gerani.
Lì tu stai, bandito e con dura eleganza
non cattolica, elencato tra estranei

morti: Le ceneri di Gramsci...Tra speranza
e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato
per caso in questa magra serra, innanzi

alla tua tomba, al tuo spirito restato
quaggiù tra questi liberi (O è qualcosa
di diverso, forse, di più estasiato

e anche di più umile, ebbra simbiosi
d’adolescente di sesso con morte...)
E, da questo paese in cui non ebbe posa

la tua tensione, sento qualche torto
- qui nella quiete delle tombe - e insieme
quale ragione - nell’inquieta sorte

nostra - tu avessi stilando le supreme
pagine dei giorni del tuo assassinio.
Ecco qui ad attestare il seme

non ancora disperso dell’antico dominio,
questi morti attaccati a un possesso che affonda
nei secoli il suo abominio

e la sua grandezza: e insieme, ossesso,
quel vibrare d’incudini, in sordina,
soffocato e accorante - dal dimesso

rione - ad attestarne la fine.
Ed ecco qui me stesso...povero, vestito
dei panni che i poveri adocchiano in vetrine

dal rozzo splendore, e che ha sbiadito
la sporcizia delle più sperdute strade,
dalle panche dei tram, da cui stranito

è il mio giorno: mentre sempre più rade
ho di queste vacanze, nel tormento
del mantenermi in vita; e se mi accade

di amare il mondo non è che per violento
e ingenuo amore sessuale
così come, confuso adolescente un tempo

l’odiai, se in esso mi feriva il male
borghese di me borghese: e ora scisso
- con te - il mondo, oggetto non appare

di rancore e quasi di mistico
disprezzo, la parte che ne ha il potere?
Eppure senza il tuo rigore, sussisto

perché non scelgo. Vivo nel non volere
del tramontato dopoguerra: amando
il mondo che odio - nella sua miseria

sprezzante e perso - per un oscuro scandalo
della coscienza... [...]


Da Le ceneri di Gramsci

Il pianto della scavatrice

V

Un po’ di pace basta a rivelare
dentro il cuore l’angoscia,
limpida, come il fondo del mare

in un giorno di sole: Ne riconosci,
senza provarlo, il male
lì, nel tuo letto, petto, cosce

e piedi abbandonati, quale
un crocefisso - o quale Noè
ubriaco, che sogna ingenuamente ignaro

dell’allegria dei figli, che
su lui, i forti, i puri si divertono...
Il giorno è ormai su di te,

nella stanza come un leone dormente.

Per quali strade il cuore
si trova pieno, perfetto anche in questa
mescolanza di beatitudine e dolore? [...]


Da Le ceneri di Gramsci

Recìt

Com’era nuovo nel sole Monteverde Vecchio!
Con la mano, ferito, mi facevo specchio

per guardare intorno viali e strade in salita
vivi di gente nuovo nella sua vecchia vita.

Giunsi nella piazza, accaldato e tremante,
ché gelo e sole insieme il quartiere accecante

sbiancavano con muta ed estasiata noia.
Ricco era il quartiere, ma popolana gioia

ne invadeva interrati ed attici con voci
vaghe ma violente, canti lieti e feroci

di garzoni, di serve e d’operai perduti
su bianche impalcature, tra bianchi rifiuti.

Come non sentire, con la vita il cuore
esser diverso e uno, essere gelo e sole?

Come non sentire ch’é pura gratitudine
per il mondo anche l’essere umiliati e nudi?

Mi aspettava nel sole della vuota piazzetta
l’amico, ma incerto... Ah che cieca fretta

nei miei passi, che cieca la mia corsa leggera.
Il nume nel mattino fu lume della sera:

subito me ne avvidi. Era troppo vivo
il marron dei suoi occhi, falsamente giulivo...

Mi disse ansioso e mite la notizia.
Ma fu più umana, Attilio l’umana ingiustizia

se prima di ferirmi e passata per te,
e il primo moto di dolore che

fece sera del giorno, fu pel tuo dolore.
Intanto nulla era mutato sotto il fresco sole. [...]

Da Le ceneri di Gramsci
La terra di lavoro

Ormai è vicina la Terra di Lavoro,
qualche branco di bufale, qualche
mucchio di case tra piante di pomidoro,

èdere e povere palanche.
Ogni tanto un fiumicello, a pelo
del terreno, appare tra le branche

degli olmi carichi di viti, nero
come uno scolo. Dentro, nel treno
che corre mezzo vuoto, il gelo

autunnale vela il triste legno,
gli stracci bagnati: se fuori
è il paradiso, qui dentro è il regno

dei morti, passati da dolore
a dolore - senza averne sospetto.
Nelle panche, nei corridoi,

eccoli con il mento sul petto,
con le spalle contro lo schienale,
con la bocca sopra un pezzetto

di pane unto, masticando male,
miseri e scuri come cani
su un boccone rubato: e gli sale

se ne guardi gli occhi, le mani,
sugli zigomi un pietoso rossore,
in cui nemica gli si scopre l’anima.[...]

Da La religione del mio tempo
La religione del mio tempo

[...] Poveri, allegri cristi quattordicenni,
i due ragazzi di Donna Olimpia
possono buttare il loro giorno, pieni

di passione nella miscredenza, limpidi
nella confusione: possono andare
trascinati da quel povero impeto

del loro cuore quasi animale,
alle gioie mattutine di Villa Sciarra
e del Gianicolo, gioie di studenti, balie,

giovinette, verso la gazzarra
dei loro pari, che il solicello assorbe
in un patito alone d’erba e d’aria...

Mattine di pura vita! Quando sorde
sono le anime a ogni richiamo
che non sia quello del dolce disordine

del male e del ben quotidiano...
Essi lo vivono, abbandonati
da tutti, liberi in quel umano

fervore a cui sono leggermente nati,
perché poveri, perché figli di poveri,
nel loro destino rassegnati

eppure sempre pronti alle nuove
avventure del sogno, che scendendo
dall’altro del mondo, li muove,

ingenui, e a cui essi corrotti si vendono,
benché nessuno li paghi: stracciati
ed eleganti al modo stupendo

dei romani, se ne vano tra gli agiati
quartieri della gente per cui è il vero sogno... 

[...] Com’è giunto lontano dai tumulti
puramente interiori del suo cuore,
e dal paesaggio di primule e virgulti

del materno Friuli, l’Usignolo
dolceardente della Chiesa Cattolica!
Il suo sacrilego, ma religioso amore

non è più che un ricordo, un ars retorica:
ma è lui, che è morto, non io, d’ira,
d’amore deluso, di ansia spasmodica

per una tradizione che è uccisa
ogni giorno da chi se ne vuole difensore;
e con lui è morta una terra arrisa

da religiosa luce, col suo nitore
contadino di campi e casolari;
è morta una madre ch’é mitezza e candore

mai turbati in un tempo di solo male;
ed è morta un’epoca della nostra esistenza,
che in un mondo destinato a umiliare

fu luce morale e resistenza.


Da Poesia in forma di rosa

Progetto di opere future

Anche oggi, nella melanconica fisicità
in cui la nazione è occupata a formare un Governo,
e il Centro-Sinistra ai fragili linguisti fa

fremere gli organi normativi - l’inverno
imbeve di oscura luce le cose lontane
e accende appena, mauve e verde, le vicine, in un esterno

perduto nel fondo delle età italiane...
con le terre azzurre di Pietro sgorganti da indicibili
azzurini di Lingadoca... se non da siciliane

azzurrità di Origini... che qui, nelle rozze appendici
degli squisiti Centri, sono verdi e mauve,
per fango e cielo, limoni e rose...occhi di Federici

con metà cuore in cerchi di mandorli rupestri dove
cade luce d’Arabia, l’altra metà di qualche vallamento
imperlato di nebbia: con Alpi lontane, follemente nuove...

Impazzisco! E’ tutta la vita che tento
di esprimere questo sgomento da Récherche 
- che io sentivo già bambino, sul Tagliamento,

o sul Po, più vicino alle matrici - alla cerchia
dei miei isoglotti - sordi, per abitudine
a ogni privata, infantile, incerta

pre-espressività, dove il cuore sia nudo [...]
Ma io - fidando che qualcosa prima di morire
i mille miei tentativi portino ai giudici -

nell’epoca in cui l’italiano sta per finire
perduto da anglosassone o da russo,
torno, nudo appunto e pazzo, al verde aprile,

al verde aprile, dell’idioma illustre
(che mai fu, mai fu!), alto-italiano...
alla Verderbnis franco-veneta, lusso

di atticciate popolazioni fuori mano...
al verde aprile - con la modernità
d’Israele come un’ulcera nell’anima -

dove io Ebreo offeso da pietà
ritrovo una crudele freschezza d’apprendista,
nelle vicende dell’altra (funebre) metà

della vita... 

  [...] Fioco
per lungo silenzio brucerò poi in un “ALTRO MONOLOGO”
la rabbia impotente contro il mondo broccolo

tombale di Dallas, con un volo
di due versi per Kennedy, e una lassa
di settanta volte sette (mila) versi per Coro

e Orchestra, con settantamila violini e una grancassa,
(e un disco di Bach), “CITAZIONE BRECTHIANA”
o “CANTI DELLA DISSACRAZIONE”, che sia, melassa

plurilinguistica o matassa monolitica: in cui vana
apparirà TUTTA LA STORIA IN QUANTO OPERA DI PAZZI
PAZZA FU L’ADOLFA PAZZA LA GIUSEPPA PAZZA L’ELITE’ AMERICANA

PAZZA L’IDEOLOGIA PAZZE LE CHIESE PAZZI
I CAMPIONI DI IDEOLOGIE E DI CHIESE
CHE RICATTANO I BUONI E STUPIDI NORMALI PAZZI

I RIVOLUZIONARI PIENI DI BENPENSARE BORGHESE
CHE CONTINUANO SEMPLICEMENTE A ESSERE DEPOSITARI
DEL RICATTO MORALISTICO ALL’UOMO. Accese
dunque queste espressionistiche candele agli altari
del Sesso, tornerò alla religione.


Da Poesia in forma di rosa

Supplica a mia madre

E’ difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima di ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo sesto senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile...


Da Poesia in forma di rosa

La realtà

Oh, fine pratico della mia poesia!
Per esso non so vincere l’ingenuità
che mi toglie prestigio, per esso la mia

lingua si crepa nell’ansietà
che io devo soffocare parlando.
Cerco, nel mio cuore, solo ciò che ha!

A questo mi son ridotto: quando
scrivo poesia è per difendermi e lottare,
compromettendomi, rinunciando

a ogni antica mia dignità: appare,
così indifeso quel mio cuore elegiaco
di cui ho vergogna, e stanca e vitale

riflette la mia lingua una fantasia
di figlio che non sarà mai padre...
Pian piano intanto ho perso la mia compagnia

di poeti delle facce nude, aride,
di divine capre, con le fronti dure
dei padri padani, nelle cui magre

file contano soltanto le pure
relazioni di passione e pensiero.
Trascinato via dalle mie oscure

vicende. Ah ricominciare da zero!
Solo come un cadavere nella sua fossa!
E così, ecco questa mattina in cui non spero

che nella luce...Sì nella luce che disossa
con la felicità primaverile
le giornate di questa mia Canossa.

Eccomi qui nel chiarore di un vecchio aprile,
a confessarmi, inginocchiato,
fino in fondo, fino a morire. [...]

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Testimonianza di Mario Luzi

Zulberti: Sono passati venticinque anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, un periodo in cui si sono modificate molte delle strutture sociali contro cui si era scontrato. Si sono attenuate le tensioni di classe, si è modificata notevolmente la geometria dell’apparato politico ed in parte di quello economico. Anche la poesia appare un’arte tra le arti, con i media che catalizzano l’interesse di masse sempre più diversificate. Alcune di queste modernità furono al centro delle osservazioni critiche di Pasolini. Che immagine ci rimane oggi?

Luzi: La prima parola che sorge alla mente è tormentato. La sua è l’immagine di una vita tormentata, un tratto tipico di chi ha le proprie radici nel mondo di provincia, molto simile a quelli che contraddistinguono alcuni scrittori del modernismo francese dove dominava un senso totalizzante dell’etica cristiana. Credo sia grazie a quest’etica, assorbita nell’adolescenza, che Pasolini si orienta verso temi concreti, sostanziali.  Una tensione da cui scaturisce il naturale approdo al problema della giustizia, idealizzata come equità sociale, popolare, una richiesta a cui la chiesa cattolica in parte in quei tempi non rispondeva. Fu questo, credo, il motivo del suo approdo alle teorie marxiste. Non esisterebbe il suo percorso senza queste premesse.
La formazione di Pasolini ricorda per alcuni tratti quella di Baudelaire. Attingono entrambi alle stesse radici, dalle quali, anche nei momenti più estremi, non si separano. Pasolini nonostante contrasti con tutti i mezzi che gli offre l’arte e con tutte le sue energie l’avanzare della modernità, rimane un “non-sradicato”. Per questo rimpiange il mondo perduto, in quanto simbolo di un’idea di umanità per la quale ha combattuto fino alla contrapposizione agonica e alla morte. Una modernità che alla fine come vediamo ha prevalso globalmente, insieme al suo carico di negatività.
Era un uomo agitato con una sincerità alle volte innocente. Un osservatore che coglieva le incongruità presenti nella società, sia sotto il profilo politico sia religioso. Dotato di una forte eloquenza, ha anche denunciato gli aspetti meno ovvi e più profondi del suo tempo, come nell’episodio di Valle Giulia quando difende i poliziotti visti rispetto agli studenti figli della borghesia, correttamente come l’altra parte del proletariato.
Pasolini si esponeva totalmente, in alcuni momenti fino al punto di diventare il personaggio principale della propria vicenda artistica. L’immedesimazione raggiungeva livelli intensi, tanto da condurlo al limite della retorica, esponendolo all’incomprensione di molti che oggi invece lo rivalutano. Questa fase coincise più con il momento cinematografico che con quello letterario. La sua esuberanza, quel suo culto del linguaggio, quel suo attorniarsi di personalità forti come Orson Welles o la Callas erano l’indice di questa immersione nel ruolo. La sua fu un’immagine vitale o meglio quella di un uomo vitalistico.

Zulberti: Le resta qualche ricordo?

Luzi: Non ricordo in che anno con precisione, ma nei primi anni ‘50 andai a Roma a trovare Attilio Bertolucci al Caffè Aragno, ed in quell’occasione mi accennò ad un giovane poeta che sarebbe venuto in visita nel pomeriggio. Fu un incontro brevissimo che si limitò alle reciproche presentazioni. Lo ricordo magrissimo, timido, quasi impacciato. Appariva stremato. Quella rimase per sempre la sua immagine.
Intellettualmente invece lo conobbi qualche anno dopo nel ‘54, quando dalle pagine di “Officina”, la rivista alla quale collaborava insieme a Fortini e Romanò, attaccava le correnti della letteratura italiana contemporanea, compreso l’ermetismo, sulla base di un’idea di letteratura popolare che si ispirava ai modelli del socialismo reale. 
Nello stesso periodo su “La Chimera”, la rivista di Vallecchi a cui collaboravano Bo, Betocchi, Macrì, Bigongiari, Parronchi, uscivano alcuni miei saggi tra i qualiDubbi sul realismo poetico. Vi fu così una sorta di chiarimento e insieme discutemmo di poesia e marxismo, fino all’invito a pubblicare alcune mie poesie inedite che furono pubblicato su “Officina” e che poi entrarono in Onore del vero; mentre su “La chimera” veniva pubblicato il saggio Forse ad un tramonto. Scaturirà un rispetto reciproco, nonostante la confermata diversità di posizione. Alcuni anni dopo mi dedicò un saggio Le poesie di Luzi che venne pubblicato in Passione e Ideologia.
Di fatto il suo rapporto con l’ermetismo fu contrastato. Agli inizi egli si avvicinò al movimento attraverso i contatti con Gianfranco Contini e sento dire con Vittorio Sereni. Ma Contini si occupò più del Pasolini dialettale, come lo stesso Longhi. Contini e Longhi erano i suoi due riferimenti durante la formazione intellettuale, mentre Bertolucci lo incoraggiò lungo tutta la carriera.
Lo incontrai di nuovo a Parma nel ’55, quando gli fu assegnato il premio Colombo-Gudotti per il romanzo Ragazzi di vita; in quell’occasione facevo parte della giuria insieme a Bertolucci. 

Zulberti: In quell’episodio Pasolini fu denunciato dalla censura. Per quale motivo Carlo Bo andò a testimoniare a suo favore?

Luzi: Credo che Bo abbia deposto a favore di Pasolini per solidarietà intellettuale e poi contro l’azione della censura che aveva già colpito duramente negli anni ‘30.

Zulberti: Osservata da questa distanza la sua poesia appare come anticipatrice di un'epoca?

Luzi: La poesia di Pasolini determina uno scarto con la poesia del Novecento. Moravia l’ha definita civile, ma a me sembra un termine tutto sommato riduttivo. Pasolini non si soddisfa dell’arte nel suo senso più intellettuale, ma la usa in modo funzionale, con un valore spesso pedagogico e questo con capacità. Tiene d’occhio la cena di una società ben distinta, riconoscibile. La definirei una poesia sociale. L’arte in Pasolini ambisce a convincere, andando oltre l’idea tradizionale della poesia e questo atteggiamento estetico determina la forte carica espressiva, la ricerca dell’effetto, alla ricerca di presunti momenti di assolutezza.
Tra le sue poesie ho particolarmente apprezzato Il pianto della scavatrice de Le ceneri di Gramsci e alcune poesie della raccolta Poesia in forma di rosa. È sicuramente uno dei più accurati e lucidi lettori della realtà. Gli occhi del poeta Pasolini, che secondo me raggiungono la piena maturità artistica nei primi anni ‘60, sono andati molto a fondo, diventando più penetranti dei realisti.

Zulberti: Il Vangelo secondo Matteo rappresentò una vera svolta nella sua carriera artistica. Il film fu accolto con grande successo dagli intellettuali cattolici soprattutto francesi, tra cui lo stesso Mauriac. Che ricordi ha di quel periodo è qual è il suo giudizio oggi?

Luzi: Quando ho visto il film mi ricordai che era stato allievo del Longhi. Aveva una formazione storico-estetica non estirpabile. Dalle inquadrature emergeva la sua passione per la pittura e per la storia dell’arte. Da questa impostazione artistica delle inquadrature, deriva quindi la sua idea di un cristianesimo attivo, a tratti aggressivo, che rispecchiava il suo carattere, il suo concetto di contingenza.
Ricordo l’idea di far recitare nella parte della Madonna la madre, una scelta che faceva parte di quell’immedesimazione nel ruolo che indicavo prima. Fu un film che vidi subito e mi piacque come anche Uccellacci e uccellini con Totò.

Zulberti: Si può dire che l’opera artistica di Pasolini risulti complessivamente ancora attuale, grazie alla presenza di una forte attenzione nei confronti della cultura religiosa?

Luzi: Indubbiamente riconoscere nell’uomo una natura morale, intellettuale, una tensione alla bellezza ed alla conoscenza e non limitarlo, come in alcune filosofie pragmatiche e ideologiche, ad un essere bisognoso solo di beni materiali, indica la presenza di una grande forza che si esprime in tutti i settori dell’agire umano.
Difendere l’uomo, la sua umanità, ritengo sia frutto proprio della ricchezza d’interpretazione determinata da questo tipo di formazione. Certo la storia giunge raramente ad una piena presa di coscienza della necessaria centralità dell’uomo, così come quando l’olocausto fu prepotentemente rivelato allora si sentì aleggiare insieme allo sgomento, un desiderio ed una speranza altrettanto forti, che hanno inaugurato una fase nuova nel percorso della civiltà umana. Ci sono e ci sararnno però sicuramente nuove ricadute, proprio per questo smarrimento del senso dell’uomo che spesso avviene nelle menti dei “filosofi” alla guida delle società..

Zulberti: Si accenna ad una natura dell’uomo. Verrà un giorno in cui riconosceremo una natura “speciale” anche alle altre forme di vita, non più vste come oggetti ma come soggetti vitali? Questo vorrebbe dire entrare in una terza via, tra l’idea di un super-uomo e quella di un uomo visto scientificamente come specie?

Luzi: San Francesco lo ha già fatto molti secoli fa. Ma il suo messaggio si è arrestato alle pagine dei catechismi, inteso più come atteggiamento favolistico che dotato di un senso proprio. È un po’ il senso anche della mia ultima raccolta Sotto specie umana. Oggi quando ormai lo snaturamento è ormai globale, scoprire in tutte le forme di vita una dignità particolare, “speciale”, equivale ad un invito a ridefinire gli istituti della modernità, cercadno di ritornare alle origini, a quel mondo della gente friulana cantato nella poesia giovanile di Pasolini.
Quel mondo in disparte, che non era solo paesano ma anche borgataro, cittadino, fatto di braccianti, contadini e piccoli artigiani e commercianti, dove l’uomo viveva avvinghiato ai suoi mezzi di sussistenza, era probabilmente il più adeguato al mantenimento dei valori umani più naturali. In quella dimensione l’uomo rimaneva vitalmente legato alle sue attività e non subiva passivamente gli eventi, come succede nelle società-massa dove l’individuo si disperde.

Zulberti: Oggi si insiste su una distinzione tra letteratura laica e letteratura religiosa. Pasolini dove si potrebbe collocare vista la sua difficile scelta di campo?

Luzi: La definizione aprioristica di letteratura religiosa costituisce una interpretazione poco nobile. Il cattolicesimo, o meglio il cristianesimo, ha caratterizzato la formazione culturale di intere generazioni di scrittori e intellettuali. Essere uno scrittore cristiano pertanto credo voglia dire soprattutto questo: attingere a determinate fonti ed a quelle rimanere fedeli come interpretazione della storia e soprattutto dell’uomo.
Molti scrittori occidentali che si pongono fuori dalla riflessione religiosa, affondano poi comunque le loro radici nella cultura cristiana e nei suoi valori terreni. Chi si sradica, chi rifiuta pregiudizialmente questa fonte di riflessioni sull’uomo finisce spesso con il produrre un’arte scollegata dal senso dell’umano, dalla sua natura, alienando quell’idea che si è culturalmente costituita in due faticosi millenni di storia della società occidentale.
Il voler insistere nell’attribuire una definizione particolare che consideri separatamente la scrittura e la letteratura cristiana dalle altre, mi appare frutto di una volontà di etichettare, che relega in una sorta di ghetto. Un modo di giudicare che rifiuto nettamente. Quanti tesori sono usciti dagli scrittori e dai filosofi legati alla loro formazione religiosa! Pensiamo alla cultura ebraica, musulmana, ed agli stessi mille rivoli in cui si è divisa la riflessione e la letteratura cristiana non dogmatica. È possibile pensare alle grandi opere della letteratura francese, russa e sud-americana senza guardare a questo retroterra? E per contrasto è possibile pensare ad un Leopardi, un Camus o Marx, senza la loro profonda riflessione, anche critica, sul cristianesimo e sull’ebraismo? Credo di no.
Pasolini lo riconosco come scrittore integrato in questa cultura, e più specificatamente nel flusso della nostra cultura classica, in quell’umanesimo prima latino e poi rinascimentale che ha condotto alla maturità l’idealismo greco, che ha saputo mantenere come prioritari i caratteri più naturali e sociali dell’uomo.
Non si riesce a spiegare Pasolini fuori da questa storia, ed a questo mi riferivo quando all’inizio parlavo del suo “non-sradicamento”. Pasolini è comunque rimasto dalla parte dell’uomo ed è questo credo quello che ha influito nel suo approdo al marxismo, visto soprattutto nella sua componente disalienante, alla ricerca ed alla rifondazione dei valori umani. In questo senso anche Pasolini è uno scrittore religioso, all’inseguimento di un’idea, di un progetto, che possa offrire una soluzione al patire quotidiano dell’esistenza umana.
Essere pertanto scrittori cristiani è secondo me un riconoscersi con l’altro, un dichiarare la propria appartenenza all’umano, un dichiarare la propria identità.

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* * *

Inedito di Mario Luzi dedicato a Pasolini
già pubblicato da «L’Espresso» in un numero di alcuni anni fa.

Monologo di un servo di scena

In fretta. L’intervallo sta per finire.
E poi, signori, non mi piace sentenziare dal dopo.
Il dopo modifica gli eventi
grandi e minimi. Alcuni li snatura,
altri li invera, forse, nella loro
impreveduta essenza. Però non lo sappiamo,
ci confonde la medesima alchimia
che in noi opera al pari che dal mondo
intero. Pasolini?
Ho pensato a lui più volte
e quei casuali pensieri vi riporto.
Ci sono modi disuguali di stare nella equalità del tempo,
nella stessa storia, avendone tormento.
Ci sono modi e modi di vivere quella disuguaglianza.
Tutti erano in lizza, questo generava dramma.
Difficile è oggi ravvisare le dramatis personae
e quali furono le parti.
La materia del contendere era angusta
però affocata e aspra. Sofferenza
era dovunque. Dovunque non ci fosse 
falsità e cinismo era sofferenza. Lui agonista
non aveva scampo. Lo incalzavano due erinni: la disperazione
e la vitalità, fameliche ugualmente,
lo mordeva la sua intelligenza.
La perduta integrità del mondo
diceva scritta nella sua rovina,
ed era, credo, fieramente vero,
narcisisticamente anche lo era,
e sacrificalmente, spero.
Ma ecco mi gridano da dentro: su il sipario.


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I contributi dei visitatori di "Pagine corsare": Marco Zulberti

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