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I contributi dei visitatori Il martirio laico di Pier Paolo Pasolini di Marco Zulberti, settembre 2001 Pubblicato su “UCT - Uomo Città Territorio”, rivista mensile pubblicata a Trento dal 1976 * * *
“Non muore chi non è mai nato” Il martirio laico di Pier Paolo Pasolini di Marco Zulberti Tra le correnti in cui appare dividersi la poesia italiana del primo Novecento che vanno dal simbolismo decadente di fine ‘800 alla scarsità purista dell’ermetismo fino al realismo idealizzato degli anni ‘50 e ‘60, l’opera di Pier Paolo Pasolini si radica tra decadentismo morale e realismo laico, due correnti che hanno nel Niccolò Tommaseo di Fede e bellezza e nel Friedrich Nietszke del profetico Zarathustra i riferimenti culturali più inconsci e lontani. Tra queste idee assorbite nella cultura della provincia friulana, iniziò la sua attività artistica che si sviluppò tra le forme della pittura, della poesia, del romanzo e del cinema, linguaggi che si intrecciano e fecondano l’una nell’altra nell’arco della sua vita fino all’episodio finale di Petrolio, realizzando una delle più concrete e profonde visioni poetiche dell’ideologico Novecento italiano. Un profilo che nella sua forte discesa nella vita e nell’agone della contemporaneità intellettuale e sociale, si avvicina a tratti a quelli di Cesare Pavese e Gabriele D’Annunzio. Nato a Bologna il 5 marzo
del ‘22 da Susanna Colussi il giovane Pier Paolo vive la sua giovinezza
tra le caserme dove si sposta il padre Alberto Pasolini, un giovane ufficiale
appartenente ad una dinastica famiglia di Ravenna. Passa così da
Bologna, Conegliano Veneto, Parma, Reggio Emilia, Belluno, Sacile, Udine
fino a Casarsa, il paese friulano della madre che divenne il centro di
gravità dei suoi primi trent’anni di vita, dove si reca tutte le
estati. Qui cresce dipingendo e componendo versi, giocando con i figli
di quei contadini che vivono laboriosamente, senza ribellarsi né
al dogmatismo della Chiesa, né ai proprietari terrieri e che placano
i loro desideri la sera nelle stalle o nelle sagre paesane con il vino
e il gioco della morra.
“Ho voglia di essere al Tagliamento, lanciare i miei gesti uno dopo l’altro nella lucente cavità del paesaggio. Il Tagliamento qui è larghissimo. Un torrente enorme, sassoso, candido come uno scheletro. Ci sono arrivato ieri in bicicletta, con un più giovane indigeno di nome Bruno...”.A quel ragazzo che descrive come selvatico, plebeo, sgarbato e morboso, dominato da impulsi indifferenziati, dedica comunque un pensiero poetico: “Il corpo nudo è il più vero, e il suo abbraccio è l’unico ponte che possa essere gettato nell’abisso di solitudine che ci divide l’uno dall’altro”.Di questa umanità periferica e istintiva, originaria e violenta, senza un progetto che non supera la semplice sopravvivenza, dove emergono solo gli stati di amore e morte, di questa socialità primitiva e ingenua Pier Paolo diventa il cantore, il difensore a oltranza. Per lei si scaglia contro la modernità che la minaccia in maniera strisciante e subdola da più fronti; con la lingua distrugge la comunicazione, il senso della cose più semplici, con la cultura produttiva che disancora le attività artigianali e contadine attraverso i processi dell’alienazione industriale, con la politica concepita non nel senso greco della polis, ma come ideologia che impone pregiudizialmente modelli disumanizzanti e antistorici, inapplicabili e violenti dove l’uomo non è più il fine ma il mezzo. Sono riflessioni che originariamente sorgono negli anni di Casarsa ma che riemergeranno molti anni dopo quando si ritroverà tra i giovani delle borgate romane a denunciare l’azione di imborghesimento che li sta cancellando la loro cultura di sussistenza e con essa la loro sicurezza, la loro allegria, il loro linguaggio. Una volta perduto il gergo questi giovani non produranno più le loro invenzioni, non saranno più spiritosi, ma finiranno con il pronunciare cose ovvie, banali, finiscono con il muoversi impacciati in un mondo disadorno, spoglio, a cui non appartengono. La nuova “lingua nazionale” l’idioma nato dallo stillicidio culturale operato dal gergo giornalistico-tecnologico ha compiuto la rivoluzione delle coscienze alla rovescia determinando l’abbrutimento, l’anestesia dalla propria condizione di ingiusta subordinazione, assicurata dalla diffusione di concetti e neologismi totalmente lontani dalle loro unità di senso originarie. In questa difesa scaturisce la sua passione per la lingua dialettale incoraggiata dallo studio dei testi del glottologo goriziano Graziano Isaia Ascoli che gli fanno scoprire l’importanza della composizione poetica che diviene una sorta di trascrizione della tradizione orale. Scrivere una parola dialettale equivale a salvarla, in quanto resa graficamente viva per la prima volta. Lo studio del friulano non viene inteso solo come “dialetto greco” o “lingua poetica”, ma viene considerato uno strumento di conoscenza della realtà di quel mondo. Ne segue una prima attività poetica dialettale dove emerge il suo profondo amore per questa particolare socialità senza storia, della quale mette in risalto i nomi, gli attrezzi, i vestiti, le grida. Viene salvata ed esaltata la condizione contadina che viene sospesa tra disperazione e felicità ingenua. Di questo mondo risaltano i nomi di quei giovani: S’ciefin, Pieruti, Zuàn, Bepi, Jacu, Meni, i loro carri carichi di fieno, le bestie che faticosamente li trascinano, i pantaloni corti, i calzettoni di lana, i vestiti scuri degli anziani, i fazzoletti neri sul capo delle donne. La particolarità di questa condizione viene descritta nei rapporti che tiene con gli amici di Bologna, dove nel ‘39, a diciassette anni si iscrive alla facoltà di Lettere. Il racconto di un mondo che profeticamente però gli ispira anche una certa tristezza: “Che brutto paese Casarsa! Non c’é niente. È tutta morale, niente bellezza: la maleducazione paesana dei ragazzi, la malignità delle femmine, la polvere grigia e pesante delle strade. Tutto ha perduto il mistero onde la fanciullezza lo circondava, ed è nudo e sporco dinanzi a me: ma questo è un nuovo incanto, un nuovo sogno e un nuovo mistero”.È il ‘42. Esce la sua prima raccolta Poesie a Casarsa che stampata a sue spese viene inviata a poeti e letterati tra cui Gianfranco Contini che gli dedica una recensione. Molti anni il critico affermerà: “Fu quella in sostanza la mia unica scoperta letteraria”.Nei versi composti di quel periodo oltre alla descrizione del mondo contadino emerge una vaga spinta verso la fede religiosa, esperienza di cui affiorò il ricordo solo nel ‘65 dopo l’uscita del film Il Vangelo secondo Matteo, quando in seguito agli attacchi di alcuni intellettuali, affermò come l’essere stato un borghese che ha optato per il marxismo gli abbia permesso comunque di conservare dentro di sé una misteriosa, remota, ma insopprimibile istanza cristiana di cui “non mi vergogno”. È il tono morale che accompagna la sua poesia che evidenzia questo aspetto quando assume le forme di una confessione non chiusa su se stessa, religiosamente intima, ma effettuata ad alta voce, gridata, pubblicamente laica, un atteggiamento che lo condurrà in un percorso che fin da fanciullo aveva forse scelto come in una vocazione quando osservando la figura di Cristo crocefisso rifletteva: “Poi nelle mie fantasie apparve espressamente il desiderio d’imitare Gesù [...] Mi vidi appeso alla croce, inchiodato. I miei fianchi erano succintamente avvolti da quel lembo leggero e un’immensa folla mi guardava. Quel mio pubblico martirio finì col divenire un’immagine voluttuoso: e un po’ alla volta fui inchiodato col corpo interamente nudo”.Una seconda componente fondamentale per la su aformazione intellettuale fu la sua adesione al marxismo, una decisione che definì come la più importante della sua vita. È il ‘47. L’incontro avvenne attraverso la lettura dell’opera di Antonio Gramsci. Il suo è un marxismo lontano dai concetti puramente classici, e diventa idealizzazione estetica di un progetto, come una poesia nel senso pieno della sua funzione artistica, non intesa come piacevolezza o grazia, ma come storia da declamare, come mondo da rendere possibile, come sogno da realizzare. Questo progetto è contenuto nella sua poesia civile, come la definì Alberto Moravia, che denuncia e supera il dramma storico, purificato dal tono del messaggio, dalla denuncia del poeta, che indica profeticamente la degenerazione dallo stato naturale e la conseguente necessaria venuta di nuove ere, evocate, immaginate, grazie all’attività poietica dell’arte, inseguendo quello che Marx aveva chiamato come il Sogno di una cosa. Diviene segretario della sezione del Pci di San Giovanni di Casarsa che era situata in una stanza disadorna sopra l’osteria ENAL, dove il crocefisso era appeso accanto al ritratto di Stalin: “Anche l’uomo marxista è religioso, perché fonda la sua azione nella lotta di classe, dei poveri contro i ricchi, fino alla vittoria che coinciderà con la fine della storia. Il dialogo tra cattolici e marxisti implica l’esigenza che sia un dialogo tra cattolici non dogmatici e marxisti non dogmatici”.In questa relazione tra cattolicesimo e marxismo Pier Paolo Pasolini identificherà molti anni dopo una similitudine nella crisi attraversata da entrambi: «[...] quando parlo di crisi, intendo parlare di crisi dei partiti marxisti, non di crisi del marxismo [...] Ma fino a che punto tale distinzione è lecita? Sarebbe come operare, mettiamo, una distinzione tra il Vangelo e la Chiesa: è una distinzione che spesso si fa, ma è polemica e fondamentalmente pseudo-storica».Quelli dal ‘42 al ’48 sono anni di forte impegno; l’università, le esperienze culturali alle riviste come il “Setaccio” o lo “Stroligut de cà da l’aga”, l’attività alla “Accademia de lenga furlana”, la tesi su Pascoli con Longhi, la guerra, le esperienze pedagogiche a Casarsa ed a Versuta, le prime raccolte di poesie, la perdita del fratello Guido ad opera delle brigate comuniste, le esperienze politiche. Iniziano anche collaborazioni con Montale, Sereni. Il 22 ottobre del ‘49 dopo
una serata passata in una sagra paesana viene denunciato da un paesano
per corruzione di minorenni e atti osceni in luogo pubblico. Viene minacciato,
ricattato, espulso dal partito, rimosso dal posto d’insegnante nella scuola
di Valvassone. Dopo un paio di mesi impossibili e di quasi isolamento,
Pier Paolo e la madre Susanna, decidono di fuggire. Arrivano a Roma il
28 gennaio ‘50. Mormora: “Quando della vita si è consumato tutto,
resta ancora tutto”.
Inizia l’esperienza di “Officina” una rivista che ha in progetto un attacco alla letteratura del Novecento italiano. Dalle sue pagine Pier Paolo Pasolini effettua uno dei suoi sillogismi più sarcastici colpendo in modo semplicistico la poesia ermetica dimenticandone la storia del movimento: “I poeti ermetici si proclamano cattolici. Cattolicesimo e provincialismo coincidono. Ecco dunque il nesso cattolicesimo-strapaese-fascismo: uno dei tanti bei nostri nessi”. Scaturisce un duro dibattito con lo stesso Mario Luzi che gli risponde dalle pagine di “La chimera” la rivista fiorentina di Vallecchi.Nel ‘57 esce la raccolta poetica Le Ceneri di Gramsci che viene premiata al Viareggio ex-equo con Sandro Penna. Gli undici poemetti composti nell’arco di quasi sette anni, manifestano un importante significativo momento della poesia del Novecento. Gli episodi dell’Appenino, del Canto popolare, Picasso, Quadri friulani, Il pianto della scavatrice e La terra di Lavoro, che accompagnano il canto centrale dedicato ad Antonio Gramsci, rimandano e rievocano, grazie alla forte struttura dei versi in cui prende forma il suo progetto poetico, di volta in volta, la vastità della concezione presente nelle canzoni petrarchesche, i quadri ottocenteschi del romanzo verista di un Verga, l’impostazione epica libera dalla retorica risorgimentale di un Giosuè Carducci e di Gabriele D’Annunzio. Soggetto di questa poesia è sempre quell’umanità minuta e periferica, silenziosa e dispersa celebrata da poeti come Giovanni Pascoli, il goriziano Umberto Saba e Cesare Pavese. Nel ‘58 lavora a Una vita violenta, il suo nuovo romanzo che sarà pubblicato nel ‘59 e denunciato dall’Azione Cattolica per oscenità, ed alla raccolta di poesie La religione del mio tempo. Nel frattempo cresce la sua antica passione per il cinema che già nel ‘54 gli aveva fatto guadagnare il primo vero stipendio con Giorgio Bassani nel film La donna del fiume di Mario Soldati. Dopo aver lavorato a delle sceneggiature per Puccini, Vancini e Bolognini scrive il testo di Accattone che gli viene ispirato dal degrado delle borgate romane che da luogo di speranza politica dei primi anni ‘50 era diventato un teatro di violenza e disumanità. I mezzi per girare due intere sequenze glieli fornisce Federico Fellini, per cui aveva lavorato insieme a Sergio Citti ad una scena de La dolce vita. Inizia la terza fase della
vita artistica di Pier Paolo Pasolini che nel giro pochi anni diventa un
caso cinematografico. Nei suoi film si serve il meno possibile di attori
professionisti perché il suo ideale è quello di mimare la
naturalezza in quanto detesta ogni finzione e vuole ricostruire ogni aspetto
della rappresentazione. Anche nel doppiaggio userà “voci” caratteristiche
che sceglie anche tra gli amici. Attore prediletto diventerà Ninetto
Davoli. Accurata la scelta dei brani musicali dove alternerà testi
di musicalità popolare di estrazione nord-africana, russa, rumena,
giapponese ai classici come la Passione secondo Matteo di Johan
Sebastian Bach o il Dissonanzen Quartet K 465 di Wolfang Amadeus
Mozart.
«Quando il mondo classico sarà esaurito, quando saranno morti tutti i contadini e tutti gli artigiani, quando l’industria avrà reso inarrestabile il ciclo della produzione e del consumismo, allora la nostra storia sarà finita».Nel ‘64 gira Il Vangelo secondo Matteo che viene presentato a Venezia. Il regista ed il film ricevono critiche sia da destra che da sinistra, ma ottiene un grande successo internazionale ed il premio dell’OCIC (Ufficio Cattolico Internazionale del cinema) per il dialogo tra cattolici e marxisti. Nel ‘65 gira Uccellacci e Uccellini con Totò. Nel film emerge provocatoria la colpa degli «innocenti» che col loro non capire perpetuano l’andazzo di un mondo ingiusto, del quale pure si lamentano. Viene pubblicata la raccolta Poesia in forma di rosa. Emerge una decisa divergenza tra la sua poesia ed il cinema. Ad una forte struttura poetica, infatti la narrazione cinematografica risponde in modo ontologico, con un effetto di anti-artisiticità, risultando episodica, a quadri, quasi picaresca. Solo nel Cristo rivoluzionario del Vangelo secondo Matteo la struttura narrativa rimane classica. Questo diverso modo di narrare deriva dalla forza dell’immagine che realizza il cambio quadro in modo istantaneo, un quadro che narra da sé e non ha bisogno del poeta evocatore. Escono i film Edipo Re nel ‘67 che viene premiato sl Festival di Venezia e nel ‘68 Teorema che dopo il premio dell’OCIC, nella sua disarmante e feroce provocazione verrà attaccato con violenza da ogni parte. Viene accusato di tutto; uso spregiudicato e perverso della sessualità, misticismo, reazionarietà, religiosità, scarso senso del sacro. Con Teorema Pier Paolo Pasolini viene identificato con un “mostro del dissenso”. Enorme il clamore provocato sia a livello giudiziario che cinematografico come quello all’ente Mostra del Cinema di Venezia. Con Pasolini si schierano attivamente Francesco Maselli, Cesare Zavattini (lo scopritore di Attilio Bertolucci) e Franco Rossellini. Collabora in quel periodo anche con Bernardo Bertolucci figlio di Attilio che entra nel mondo del cinema prima come suo aiuto-regista poi con il film La commare secca. Attaccato da tutte le parti da questo momento inizia la fase più estrema della sua produzione artistica. Lo si comprende dai titoli del nuovo film Porcile o da quelli pensati per la sua autobiografia Bestia da Stile e per l’opera poetica poi pubblicata con il titolo di Bestemmia. Un momento provocatorio che scuote fino alle radici anche molti suoi ammiratori che si sentono messi alla prova da un’accelerazione così forte. Si scaglia anche contro Dario Fo con un Manifesto per un nuovo teatro al quale non risparmia commenti amari. Ai rapporti con la massa studentesca allora in piena effervescenza preferisce il rapporto con la nuova sinistra cattolica. Nel frattempo Teorema esce in Francia e riceve il tributo della classe letteraria francese tra i quali quelli di François Mauriac. Ormai l’attività cinematografica sembra assorbirlo totalmente ma riesce comunque a trovare il tempo per raccogliere una nuova raccolta di poesie Trasumar e Organizzar che esce nel ‘71 ed a lavorare al progetto di un nuovo romanzo, Petrolio, che uscirà postumo, dove intende realizzare un’analisi feroce della gestione politica e della società moderna, anticipando profeticamente i mali di cui oggi soffre la nostra organizzazione sociale. Il suo impegno saggistico si sviluppa in quegli anni in una collaborazione al “Corriere della Sera” dal quale uscirà poi la raccolta Scritti corsari. Dopo Medea, dove compare Maria Callas, la figura più straordinaria dell’opera cinematografica di Pier Paolo Pasolini, inizia a lavorare ai tre film della “Trilogia della vita” Il decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972), Il fiore delle mille e una notte (1974) che lo impegnano per ben tre anni. Nel ‘75 appena finito il montaggio di Salò e le centoventi giornate di Sodoma il suo corpo martoriato viene ritrovato esanime all’alba del 2 novembre 1975 abbandonato nel vasto squallore dell’idroscalo di Ostia. Racconta un testimone oculare che sembrava “un sacco di stracci”. Finiva di colpo la vita del poeta Pier Paolo Pasolini. In lui la poesia è stata un’attività vitale, progettuale, liberatoria, non fine a se stessa, ma viva, in azione. Dato di partenza è la difesa continua estenuante, definitiva, di uno stato ingenuo, originario, naturale, terreno e gioioso, in cui l’uomo cresce e vive una condizione integrata con il suo ambiente naturale più essenziale formando una socialità isolata e selvaggia simile a quella che ultime aveva osservato nelle montagne friulane o nelle borgate romane. Le minacce per questa particolare condizione di socialità e naturalità primitiva, ciclica, senza tempo e senza storia, vengono dalla lingua, dalle istituzioni, dal mondo produttivo moderno, dalla scuola di massa, dalle ideologie politiche, elementi che disturbano, disorientano e distruggono quello stato felice originario dove amore e morte sono le due vere e uniche sovrane. Poesia Poesie a Casarsa,
poesia dialettale, 1942.
Narrativa Ragazzi di vita, Garzanti,
Milano 1955.
Film Accattone, 1961.
Saggistica Passione e ideologia,
Garzanti Milano 1960
Bibliografia Romanzi e racconti,
Mondadori 1998.
Biografie fondamentali E.Siciliano, Vita di Pasolini,
Rizzoli, Milano 1978.
Da Petrolio «Ed ecco che
scendendo probabilmente dal cielo - o forse dalle profondità della
terra, accanto a quel corpo supino Carlo vide venire due esseri, di una
natura che non è certamente umana; ma appare tuttavia naturale,
inserendosi nella logica della Visione: Si mettono uno di qua e uno di
là del Corpo, coi piedi all’altezza della sua testa, e cominciano
a parlare. Benché anche il loro linguaggio non sia umano, Carlo
lo capisce: non solo, ma la lingua umana con cui esso è percepito
da Carlo, è una lingua meravigliosa. Ogni sua parola ha infatti
una chiarezza rivelatrice: così che il capire, non è/ si
limita ad essere/ soltanto capire, ma è anche la gioiosa cognizione
del capire. Si direbbe insomma che quei personaggi parlino in versi o in
musica.»
Da Le ceneri di Gramsci L’Appenino
Le Ceneri di Gramsci
Il pianto della scavatrice
RecìtDa Le ceneri di Gramsci La terra di lavoroDa La religione del mio tempo La religione del mio tempo
Progetto di opere future [...] Fioco
Supplica a mia madre
La realtà Testimonianza di Mario Luzi Zulberti: Sono passati venticinque anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, un periodo in cui si sono modificate molte delle strutture sociali contro cui si era scontrato. Si sono attenuate le tensioni di classe, si è modificata notevolmente la geometria dell’apparato politico ed in parte di quello economico. Anche la poesia appare un’arte tra le arti, con i media che catalizzano l’interesse di masse sempre più diversificate. Alcune di queste modernità furono al centro delle osservazioni critiche di Pasolini. Che immagine ci rimane oggi? Luzi: La prima parola che
sorge alla mente è tormentato. La sua è l’immagine di una
vita tormentata, un tratto tipico di chi ha le proprie radici nel mondo
di provincia, molto simile a quelli che contraddistinguono alcuni scrittori
del modernismo francese dove dominava un senso totalizzante dell’etica
cristiana. Credo sia grazie a quest’etica, assorbita nell’adolescenza,
che Pasolini si orienta verso temi concreti, sostanziali. Una tensione
da cui scaturisce il naturale approdo al problema della giustizia, idealizzata
come equità sociale, popolare, una richiesta a cui la chiesa cattolica
in parte in quei tempi non rispondeva. Fu questo, credo, il motivo del
suo approdo alle teorie marxiste. Non esisterebbe il suo percorso senza
queste premesse.
Zulberti: Le resta qualche ricordo? Luzi: Non ricordo in che
anno con precisione, ma nei primi anni ‘50 andai a Roma a trovare Attilio
Bertolucci al Caffè Aragno, ed in quell’occasione mi accennò
ad un giovane poeta che sarebbe venuto in visita nel pomeriggio. Fu un
incontro brevissimo che si limitò alle reciproche presentazioni.
Lo ricordo magrissimo, timido, quasi impacciato. Appariva stremato. Quella
rimase per sempre la sua immagine.
Zulberti: In quell’episodio Pasolini fu denunciato dalla censura. Per quale motivo Carlo Bo andò a testimoniare a suo favore? Luzi: Credo che Bo abbia deposto a favore di Pasolini per solidarietà intellettuale e poi contro l’azione della censura che aveva già colpito duramente negli anni ‘30. Zulberti: Osservata da questa distanza la sua poesia appare come anticipatrice di un'epoca? Luzi: La poesia di Pasolini
determina uno scarto con la poesia del Novecento. Moravia l’ha definita
civile, ma a me sembra un termine tutto sommato riduttivo. Pasolini non
si soddisfa dell’arte nel suo senso più intellettuale, ma la usa
in modo funzionale, con un valore spesso pedagogico e questo con capacità.
Tiene d’occhio la cena di una società ben distinta, riconoscibile.
La definirei una poesia sociale. L’arte in Pasolini ambisce a convincere,
andando oltre l’idea tradizionale della poesia e questo atteggiamento estetico
determina la forte carica espressiva, la ricerca dell’effetto, alla ricerca
di presunti momenti di assolutezza.
Zulberti: Il Vangelo secondo Matteo rappresentò una vera svolta nella sua carriera artistica. Il film fu accolto con grande successo dagli intellettuali cattolici soprattutto francesi, tra cui lo stesso Mauriac. Che ricordi ha di quel periodo è qual è il suo giudizio oggi? Luzi: Quando ho visto il
film mi ricordai che era stato allievo del Longhi. Aveva una formazione
storico-estetica non estirpabile. Dalle inquadrature emergeva la sua passione
per la pittura e per la storia dell’arte. Da questa impostazione artistica
delle inquadrature, deriva quindi la sua idea di un cristianesimo attivo,
a tratti aggressivo, che rispecchiava il suo carattere, il suo concetto
di contingenza.
Zulberti: Si può dire che l’opera artistica di Pasolini risulti complessivamente ancora attuale, grazie alla presenza di una forte attenzione nei confronti della cultura religiosa? Luzi: Indubbiamente riconoscere
nell’uomo una natura morale, intellettuale, una tensione alla bellezza
ed alla conoscenza e non limitarlo, come in alcune filosofie pragmatiche
e ideologiche, ad un essere bisognoso solo di beni materiali, indica la
presenza di una grande forza che si esprime in tutti i settori dell’agire
umano.
Zulberti: Si accenna ad una natura dell’uomo. Verrà un giorno in cui riconosceremo una natura “speciale” anche alle altre forme di vita, non più vste come oggetti ma come soggetti vitali? Questo vorrebbe dire entrare in una terza via, tra l’idea di un super-uomo e quella di un uomo visto scientificamente come specie? Luzi: San Francesco lo ha
già fatto molti secoli fa. Ma il suo messaggio si è arrestato
alle pagine dei catechismi, inteso più come atteggiamento favolistico
che dotato di un senso proprio. È un po’ il senso anche della mia
ultima raccolta Sotto specie umana. Oggi quando ormai lo snaturamento
è ormai globale, scoprire in tutte le forme di vita una dignità
particolare, “speciale”, equivale ad un invito a ridefinire gli istituti
della modernità, cercadno di ritornare alle origini, a quel mondo
della gente friulana cantato nella poesia giovanile di Pasolini.
Zulberti: Oggi si insiste su una distinzione tra letteratura laica e letteratura religiosa. Pasolini dove si potrebbe collocare vista la sua difficile scelta di campo? Luzi: La definizione aprioristica
di letteratura religiosa costituisce una interpretazione poco nobile. Il
cattolicesimo, o meglio il cristianesimo, ha caratterizzato la formazione
culturale di intere generazioni di scrittori e intellettuali. Essere uno
scrittore cristiano pertanto credo voglia dire soprattutto questo: attingere
a determinate fonti ed a quelle rimanere fedeli come interpretazione della
storia e soprattutto dell’uomo.
Inedito di Mario Luzi
dedicato a Pasolini
Monologo di un servo di scena |
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