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Pasolini. Il cinema della poesia V
Abbiamo già esaminato i motivi per cui Teorema può essere considerato, e non solo cronologicamente, il film centrale della produzione pasoliniana. Bisogna aggiungere che proprio questo film, portando al massimo livello le intenzioni teoriche del suo cinema di poesia, risulta essere anche l’inizio del suo superamento. Teorema nasce da una complessa stratificazione culturale ed esistenziale, che vede incrociarsi in un’unica opera tutte le tensioni estetiche di Pasolini: letteratura, teatro, cinema. Teorema è nato, come su fondo oro, dipinto con la mano destra, mentre con la mano sinistra lavoravo ad affrescare una grande parete, il film omonimo. [P.P. Pasolini, Teorema, Garzanti 1968, risvolto di copertina] Ma nonostante questa complessa sovrastruttura Pasolini è riuscito a creare anche la sua opera più emblematicamente lineare. La storia è estremamente semplice: un Ospite misterioso irrompe nella tranquillità di una classica famiglia borghese, padre madre figlio figlia e cameriera, e ne sconvolge l’equilibrio, innescando il meccanismo del desiderio e dell’ assenza. La metafora adoperata dall’autore descrive scopertamente l’irruzione dell’Altro in una serie di esistenze ordinate (e banali). Ora, è su cosa sia quest’Altro che Pasolini compie la sua operazione principale, affidando alla figura dell’Ospite ogni minima sfaccettatura della propria complessità. Egli non rinuncia, infatti, a nessuna delle proprie componenti psicoanalitiche e si rispecchia nel personaggio principale attraverso l’uso di tutta la propria gamma vitale: L’Altro risulta essere una densa condensazione di spiritualità e fisicità. Avvicina i membri della famiglia, li piega alla propria presenza, invade le loro menti con i suoi sguardi e con la mancanza di sguardi, e suggella questo delirio di seduzione con rapporti sessuali che però Pasolini non esplicita mai, ma lascia semplicemente intuire. L’Ospite si configura come una figura deistica a cui risulta possibile tutto, anche col minimo scarto della propria statica espressione, e che manda in crisi i fragili equilibri della famiglia borghese, perché li aggredisce nella loro debolezza di uomini prigionieri di una mente laica - cioè schematica e impura - e dunque incapace di rapportarsi a tutto ciò che la sovrasta; al contrario di Lui che ha la potenza sintetica di tutto ciò che, naturalmente e fluidamente, vive il mistero di se stesso. "Il teorema in questione ha per argomento l’irrimediabilità della borghesia, che è destinata a soccombere proprio attraverso il suo strumento di dominio: la razionalità illuministica. Ultimo tentativo di perpetuare il suo pericolante dominio per la borghesia non può essere che la trasformazione dell’intera società, e in primo luogo delle classi subalterne, in un’unica, omologante Cultura Borghese [...] se l’individuo borghese è posto a contatto con quanto la sua società ha esorcizzato con i propri strumenti di dominio, cioè col ‘sacro’ in quanto zona superindividuale del tutto estranea alla Ragione dominante, ammesso che l’individuo borghese prenda coscienza dell’esistenza dell’Altro, mettendo in discussione in tal modo la propria identità, non può che confrontarsi col proprio vuoto, con la propria impotenza, con la propria morte, vagando nel deserto della propria spiritualità reificata dalla ragione." [Serafino Murri, Pier Paolo Pasolini, ed. Il Castoro 1997]
Sembra quasi che Pasolini abbia costruito una casa degli specchi, dove ogni volta ha la possibilità di riflettersi in tanti se stessi diversi, in altre figurazioni della sua psiche: Pasolini cita la propria passione rimbaudiana citando la divinità che percepisce in se stesso. Tutto questo nell’estremo tentativo di continuare a scavare ma anche a giustificare la propria mitologia estetico-sessuale che egli percepì sempre ambiguamente, con un misto di disgusto e orgoglio. "... Posso solo
dirti che la vita ambigua – come tu dici bene – che io
conducevo a Casarsa, continuerò a condurla qui a Roma. E se
pensi all’etimologia di ambiguo vedrai che non può
essere che ambiguo uno che viva una doppia esistenza. Per questo io
qualche volta – e in questi ultimi tempi spesso – sono
gelido, " cattivo", le mie parole "fanno male". Non è un
atteggiamento "maudit", ma l’ossessionante bisogno di non
ingannare gli altri, di sputar fuori ciò che anche sono. Non
ho avuto un’educazione o un passato religioso e moralistico,
in apparenza: ma per lunghi anni io sono stato quello che si dice
la consolazione dei genitori, un figlio modello, uno scolaro
ideale... Questa mia tradizione di onestà e di rettezza
– che non aveva un nome o una fede, ma che era radicata in me
con la profondità anonima di una cosa naturale mi ha impedito
di accettare per molto tempo il verdetto... Rimbaud e San Paolo sono i due estremi che legano imprescindibilmente il cerchio imperfetto della sua vita, sono gli estremi che danno scandalo perché il territorio deserto dell’Intellighenzia italiana e della Cultura Omologante Borghese di quegli anni non era in grado di concepire una tale sintesi, e Pasolini ne fu sempre consapevole, oscillando irrimediabilmente tra un atteggiamento di Divino disprezzo e superiorità, e una profonda rassegnazione di fronte al numero di attacchi che fu costretto a subire. Rimbaud e San Paolo nella loro comunione diventano anche i portavoce di quella cultura ‘laica’ che egli sentì necessaria affinché l’uomo potesse finalmente liberarsi dai propri vincoli settari. L’Ospite-Dio fallico pasoliniano possiede una voce sensuale e poetica, e la sfrutta per plagiare, per richiamare ai valori della Cultura e dell’apprendistato poetico. Questa necessità conoscitiva si propaga all’intera famiglia, dilaga senza però riuscire a salvare nessuno. Il Padre della famiglia, durante la sua malattia, legge La morte di Ivan Ilic di Tolstoj, che è tra l’altro la descrizione del rapporto fra un contadino e un vecchio padrone; la medesima situazione che sembra ripetersi nel rapporto erotico-filiale che riguarda L’Ospite e il Padre, in cui si inserisce l’altro eterno tema della cultura pasoliniana, il mito del sottoproletariato (quasi un Dio venuto dalle campagne russe dell’ottocento) unica possibilità di salvezza rispetto alla decrepitezza del Padre, moribondo eroe borghese. In Teorema la letteratura viene comunque declassata rispetto alla forza icastica della cultura figurativa, che investe sia Pietro - il figlio, che il personaggio del Padre. Il Pasolini medioevale e rinascimentale che abbiamo incontrato nei suoi precedenti film, e culminato nell’ esplosione dirompente della scena della Crocifissione ne La ricotta, lascia il posto alla violentissima pittura di Bacon. In una sequenza compaiono due opere baconiane, inquadrate come viste da entrambi i personaggi, Pietro e l’Ospite: Fragment of a crucifixion e Three studios for figures at the base of a Crucifixion. In fondo il tema non è cambiato, l’ossessione della croce e del martirio di un ‘uomo’ incompreso dai più. Ma qui ritorna in una forma diversa, dove i classici equilibri del disegno armonico di un Tiziano o di un Masaccio vengono soppiantati dalle distorsioni cromatiche ed emotive della pittura dell’artista inglese. Questo corpus figurativo viene totalmente interiorizzato all’interno del film, quasi che l’intero lungometraggio non sia che una riproduzione di un quadro baconiano, e quella calma e linearità geometrica della storia altro non sia, per l’appunto, che una semplice illusione ottica; la patina superficiale sotto la quale si cela Tutto. È questo il punto dove si realizzano i dogmi del cinema di poesia e della soggettiva libera indiretta. Ma in Teorema il codice figurativo, che ripropone i suoi stretti legami col mondo della pittura, assume anche un importante funzione narrativa. Dopo la partenza dell’ospite Pietro si dedica alla pittura, variando diverse tecniche espressive, fino alla realizzazione del proprio fallimento con conseguente abbandono di quest’idea. Sembra quasi che Pasolini voglia compiere un’autocritica della propria esperienza di pittore, e nel contempo demolire certe avanguardie del suo tempo, in particolare l’Action Painting di Pollock, nella scena in cui Pietro orina sul quadro. E sembra che Pasolini intenda soprattutto proseguire nella sua opera di demolizione della forma, inaugurando la stagione delle proprie negazioni. Luigi Pingitore,
Pasolini. Il cinema della poesia |
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