. I
contributi dei visitatori Alberto Ferrari,
Momenti
teatrali nell’opera e nella fortuna di Pier Paolo Pasolini
1.4
DAGLI ANNI CINQUANTA ALL’INIZIO DEI SESSANTA
“Eppure,
Chiesa, ero venuto a te. / Pascal e i canti del Popolo Greco / tenevo stretti
in mano, ardente, come se / il mistero contadino, quieto / e sordo nell’estate
del quarantatré, / tra il borgo, le viti e il greto / del Tagliamento,
fosse al centro / della terra e del cielo (…) Spazzò la Resistenza
/ con nuovi sogni il sogno delle Regioni / Federate in Cristo, e il dolceardente
/ suo usignolo.”: così scrive all’inizio degli anni sessanta
Pasolini 52
ricordando la cesura decisiva che lo portò dalla metastoria
del Friuli lirico e trasfigurato alla storia con un impegno civile
e un’attenzione tutta nuova ai problemi sociali della sua terra, cesura
che approssimativamente possiamo datare dopo la metà degli anni
quaranta.
Non si
spegne però mai la tensione autobiografica intorno al grande tema
della diversità, e ne sono testimonianza le pagine del romanzo
Amado
mio, pubblicato postumo 53:
qui la storia d’amore tra il protagonista Desiderio – nomen omen –
ed il ragazzetto Benito, pur tormentata, si risolve in un abbandono lieto
ed in un’accettazione della propria omosessualità che sono elementi
del tutto nuovi tra gli scritti sino a questo momento elaborati.
I temi
della speranza della palingenesi sociale e della diversità si intrecciano
ne Il sogno di una cosa,
pubblicato solo nel 1962 54
; ma il faticoso equilibrio di Pasolini, che nel frattempo insegna nelle
scuole statali di Valvasone, a 12 km da Casarsa, è ben presto destinato
a spezzarsi per un’altra e più profonda cesura che praticamente
lo obbligherà ad abbandonare il suo paese: nell’ottobre 1949 viene
imputato per corruzione di minori e atti osceni in luogo pubblico, in realtà
a causa del ricatto di un sacerdote e delle insistenze di un preside e
deputato democristiano perché smettesse di fare politica 55.
Pier Paolo non negò l’abboccamento con tre giovinetti, e lo scandalo
che ne seguì portò anche il P.C.I all’espulsione del poeta;
il Friuli diventò un ostile traditore e solo negli ultimi
anni della sua vita Pasolini si sarebbe nuovamente occupato della sua terra,
con i versi amari e disillusi de La nuova gioventù. 56
Il trasferimento
a Roma all’inizio degli anni cinquanta comporta per il poeta la scoperta
di un nuovo universo da sublimare come puro e libero, che si sostituisce
al mito del Friuli e delle radici di un popolo e di una storia personale:
è il mondo dei ragazzi di vita, i sottoproletari delle periferie
barbaramente incontaminati rispetto ad ogni corruzione borghese e omologante.
Mediante
la mimesi linguistica il poeta aderisce ad un mondo dove la sessualità
è vissuta liberamente e con foga, non cancellando comunque un turbamento
nella “carne straziata” che costituisce la “stupenda monotonia del mistero” 57.
Il nostro
poeta incontra in questi mesi altri uomini di cultura che lo stimolano
e che spesso gli saranno amici fedeli: Moravia, la Morante, Penna, Bassani,
Gadda, Caproni… 58
Inevitabilmente
la ricerca di un teatro di fondazione viene meno e sembra che anche l’interesse
verso il teatro tout court si smorzi quasi completamente, dato che
per un certo periodo non abbiamo più accenni del poeta alle scene
a lui contemporanee; è probabile che il panorama drammaturgico povero
e convenzionale che trovò nella capitale non l'abbia incoraggiato
ad interessarsi a questo genere.
Intorno
al 1956 il nostro autore incontra Laura Betti, già abbastanza nota
come cantante jazz ed attrice soprattutto di cabaret, per i rotocalchi
la
giaguara, aggressiva ed intrigante: non ne nasce solo una lunga amicizia,
ma anche un rinnovato interesse verso la forma spettacolare, che porta
Pasolini all’elaborazione di nuove pièces ed alla revisione
de Il cappellano, di cui già abbiamo trattato nel precedente
paragrafo.
La Betti
dovette colpire Pier Paolo per la sua ecletticità e capacità
di muoversi agilmente su diversi territori, tutti ai margini rispetto
a generi e stili tradizionali; ciò che lo convince in lei è
probabilmente proprio la sua poliedrica eccentricità rispetto alle
scene ancora ingessate e tradizionali di quegli anni.
Il primo
frutto di questo nuovo interesse per il teatro, che però rimane
sempre in secondo piano rispetto all’esplorazione della Roma sottoproletaria
ed agli interessi poetici e politici, è un breve monologo, Un
pesciolino, scritto nel 1957 per essere affidato al Teatro dei Satiri,
ma poi mai rappresentato 59.
E’ la storia
di una donna che in riva ad un fiume aspetta che qualcosa abbocchi all’amo,
mentre dalle quinte un uomo pesca anch’egli ma con più successo;
la donna si lamenta della sua triste vita e dei suoi fallimenti sentimentali,
e quando finalmente abbocca un pesce enorme, scoppia a piangere perché
nessuno la vuole sposare. Il testo sembra scritto in funzione della necessità
di un rapporto diretto con il pubblico, è semplice e tutto sommato
abbastanza tradizionale, forse nell’intenzione di sperimentare la comunicazione
con la platea per capire meglio che cosa significhi.
Ma Pier
Paolo per ora non approfondisce, impegnato com’è su altri fronti:
ha un primo approccio con il cinema, prima come semplice comparsa poi come
sceneggiatore ( tra l’altro di Soldati e Bolognini, mentre è consulente
ai dialoghi romaneschi de Le notti di Cabiria di Fellini); ma soprattutto
scrive romanzi (Ragazzi di vita ed Una vita violenta 60)
e la decisiva opera poetica Le ceneri di Gramsci 61.
I poemetti
de Le ceneri aprono una crisi ideologica ed artistica che avrà
il suo acme a metà anni sessanta e che come vedremo sarà
anche all’origine delle principali opere teatrali del nostro poeta, crisi
dovuta al radicale mutamento economico ed antropologico che seguì
allo sviluppo industriale, che per Pasolini ebbe la statura del grande
moloch chiamato neocapitalismo borghese.
Gramsci
è morto, e “noi / morti ugualmente, con te, nell’umido // giardino”,
anche se per ora l’ideologia marxiana non è rinnegata, ma vissuta
in contraddizione accettata e permanente con la negazione leopardiana delle
“magnifiche sorti e progressive” e con l’istintivo regresso nelle “buie
viscere” del sensuale universo dei ragazzi di vita e la loro allegria
senza
coscienza. 62
L’occasione
per tornare ad occuparsi di teatro avviene nel 1960: Vittorio Gassman ed
il Teatro Popolare Italiano chiedono a Pasolini la traduzione dell’Orestea
di Eschilo, quando il poeta si trova particolarmente impegnato nel nuovo
campo del cinema, per il momento solo come sceneggiatore, ma prestissimo
regista di Accattone.
In una
Nota
nella
I edizione, per spiegare la lingua utilizzata nella traduzione, Pasolini
fa riferimento non ad altre versioni, ma al suo poetare in lingua italiana,
e parla di un lavoro dettato da “un profondo, avido, vorace istinto” 63:
è sul terreno della riflessione sulla lingua, inesausta per lui
in questi anni, che il poeta affronta il testo greco, prefigurando stilisticamente
le tragedie scritte autonomamente negli anni successivi –come suggerisce
Enzo Siciliano 64.
I toni che da sublimi si fanno “civili”, l’approssimazione alla
“prosa, all’allocuzione bassa, ragionante”, la lingua “di idee”
sono non soltanto la personale interpretazione dei testi eschilei, ma anche
suggerimenti dati a sé stesso per il teatro a venire, che vorrà
avere (nella teoria più che poi nei testi) proprio queste caratteristiche,
e che tra l’altro proprio al genere tragico vorrà ispirarsi per
rendere al meglio i drammi della contemporaneità.
Per ora,
la traduzione è compiuta avendo davanti a sé tre altre traduzioni:
una in inglese, una in francese, una italiana; nei casi di non concordanza
“sceglievo il testo e l’interpretazione che mi piaceva di più.
Peggio di così non potevo comportarmi”, dice Pasolini nella
Lettera
del traduttore che accompagna l’edizione a larga tiratura della sua
Orestea. 65
Nei fatti, il tono civile e non sublime è ritrovato soprattutto
nell’italiano anticlassicista delle Ceneri di Gramsci, con “qualche
punta espressiva sopravvissuta da L’usignolo della Chiesa Cattolica”,
superando una “timidezza” che “si presenta sotto l’aspetto linguistico
dell’inibizione da traduzione”.
Questa
lingua è strumentale a personaggi che vogliono esprimere sulla scena
delle idee, dei concetti, e ad un significato che vorrebbe essere esclusivamente
politico: e cioè il passaggio dalla società primitiva dominata
dai sentimenti primordiali ed istintivi delle Erinni, operanti “sotto
il segno uterino della madre”, alla società razionale e democratica
delle Eumenidi istituita da Atena, dove però l’irrazionale non è
rimosso, ma arginato e dominato dalla ragione: “L’incertezza esistenziale
della società primitiva permane come categoria dell’angoscia esistenziale
o della fantasia della società evoluta” 66.
Il poeta
traduttore vuole offrire una lettura più che mai attuale della trilogia
eschilea, e ce lo conferma un articolo apparso sul settimanale comunista
Vie
nuove 67,
dove rispondendo ad un lettore e citando proprio la sua versione dell’Orestea,
Pasolini dice che il demone dell’irrazionalità non va abolito ma
trasformato da “Maledizione” in “Benedizione”, problema che i marxisti
italiani e russi non si sono posti: quelli italiani perché “i
tempi sono probabilmente prematuri: non c’è stato ancora l’intervento
di Atena”; quelli russi perché se in URSS Atena è comparsa,
manca ancora “la trasformazione delle Maledizioni in Benedizioni (l’irrazionalismo
disperato e anarchico borghese, nell’irrazionalismo… nuovo).”
Il nostro
poeta traduce poi anche Plauto, ma ci sembra con molta meno convinzione
e immedesimazione: la versione italiana del Miles Gloriosus, che
diventa Il vantone ed è nuovamente richiesta da Gassman e
a lui affidata nel 1963, viene paragonata all’avanspettacolo per il suo
essere “plebeo” e per il continuo dialogo e ammiccamento con il pubblico;
è “un pastiche linguistico italo-romanesco”, diventa un’opera
comica “popolare” novecentesca nella lingua di Petrolini e di Aldo Fabrizi,
come sottolinea Franca Angelini 68.
Ma l’esperimento
non sembra convincere lo stesso Pasolini, che attingerà piuttosto
dai tragici greci per molti aspetti del suo teatro a venire: dovettero
contare anche le recensioni piuttosto perplesse apparse pure su giornali
come L’Unità, dove al poeta viene rimproverata una mancata
attualizzazione del testo in chiave satirica. 69
Al 1963
risale anche l’elaborazione, poi fermatasi dopo il primo episodio ed un
abbozzo degli altri cinque, di un balletto cantato scritto per la musica
di Bruno Maderna e poi mai rappresentato, dal titolo Vivo e coscienza. 70
L’ispirazione viene al poeta dalla visione nel 1961 de I sette vizi
capitali di Brecht interpretati da Laura Betti e con Carla Fracci,
dirette proprio da Maderna, che suggerisce un nuovo modo di fare spettacolo,
plurilinguistico (vi s’intrecciano prosa, canto, danza) e con personaggi
fortemente simbolici.
Pasolini
rimane suggestionato da queste modalità particolari di messa in
scena e vi attinge per Vivo e Coscienza; i due unici personaggi
sul palco sono grandi simboli che esprimono il tipico dissidio pasoliniano
tra corpo e lingua, passione e ideologia che sarà anche delle tragedie
borghesi, come il fatto che questo dissidio tra Vivo e Coscienza non venga
risolto con nessuna soluzione conciliante, ma lasciato tale.
Per
concludere questa carrellata sui principali contributi che Pasolini offre
al teatro nel decennio cinquanta/sessanta, in attesa di dedicarsi anima
e corpo al genere drammatico a partire dal 1966, non si può dimenticare
l’atto unico concepito per Laura Betti [foto a sinistra], Italie
Magique, poi pubblicato nel volume di autori vari Potentissima Signora.
Canzoni e dialoghi scritti per Laura Betti. 71
Ancora
una volta l’opera è plurilinguistica, con balletti, canzoni, cabaret
e proiezioni in stile brechtiano; se poi vedremo a partire dal Manifesto
per un nuovo teatro una netta distanziazione rispetto a Brecht ci sembra
qui evidente – in parte anche in Vivo e Coscienza - la sua influenza
nel ricorso a vari effetti stranianti. E’ questa un’opera che invece richiama
ed anticipa il nuovo teatro di Parola a livello tematico: vi si esprime
una critica satirica al sistema capitalistico e alla società borghese,
con un pessimismo di fondo rispetto alla possibilità di soluzioni
che già ricorda il periodo della
crisi delle ideologie: e
non sono infatti lontani i momenti in cui questa sarà espressa con
la dovuta pienezza, nei film Uccellacci e uccellini e La ricotta
in modo particolare; in poesia già ne abbiamo visto l’insorgere
ne Le ceneri di Gramsci: c’è da aggiungere che un’ulteriore
tappa di questo eretico dissenso dalla “comunità” è segnata
dai versi de La religione del mio tempo, 72
dove si nota una prima ricerca di fuga nell’universo incontaminato e davvero
autentico dei paesi poveri del Terzo mondo.
__________________
NOTE
52
In La religione del mio tempo, Garzanti, Milano 1961, poi anche
Einaudi, Torino 1982 ed ora in Bestemmia. Tutte le poesie, cit.
53
P.P. Pasolini, Amado mio preceduto da Atti impuri, Garzanti, Milano
1982 e 1991, ora anche in P.P.Pasolini, Romanzi e racconti, a cura
di W.Siti e S.De Laude, 2 voll., Mondadori, Milano 1998.
54
P.P.Pasolini, Il sogno di una cosa, Garzanti, Milano 1962, ora anche
in Romanzi e racconti, cit.
55
Per un’accurata ricostruzione di questi momenti si veda E.Siciliano, Vita
di Pasolini, cit., pagg.186-205 dell’edizione Giunti.
56
P.P.Pasolini, La nuova gioventù. Poesie friulane 1941-1974,
Einaudi, Torino 1975, ora in Bestemmia. Tutte le poesie, cit.
57
In P.P.Pasolini, Roma 1950. Diario, Scheiwiller, Milano 1960, ora
in Bestemmia. Tutte le poesie, cit., vol II, pagg. 1479-1495.
58
Su queste amicizie si veda N.Naldini, Pasolini. Una vita, cit.,
e il sempre puntuale E.Siciliano, Vita di Pasolini, cit. Da segnalare
perlomeno anche i nomi di Bertolucci, Malerba, Sereni, Ungaretti.
59
Il testo è rimasto inedito fino alla recente pubblicazione in P.P.Pasolini,
Teatro,
cit., pagg. 133-143.
60
P.P.Pasolini, Ragazzi di vita, Garzanti, Milano 1955, nuova edizione
Einaudi, Torino 1979; Una vita violenta, Garzanti, Milano 1959,
nuova edizione Einaudi, Torino 1979. Ora entrambe le opere sono in P.P.Pasolini,
Romanzi
e racconti, cit., vol. I.
61
P.P.Pasolini, Le ceneri di Gramsci, Garzanti, Milano 1957, nuova
edizione Einaudi 1981. Ora in Bestemmia. Tutte le poesie, cit.
62
Su Le ceneri di Gramsci il discorso è qui di necessità
molto sintetico: per approfondire vedi ad esempio F.Fortini, Attraverso
Pasolini, Einaudi, Torino 1993; G.Caproni, Le ceneri di Gramsci,
“La fiera letteraria”, XIII, 29, luglio 1957; A.Giuliani, Le ceneri
di Gramsci, “Il Verri”, I, 4, luglio-agosto 1957.
63
In Eschilo, Orestiade, traduzione di P.P.Pasolini, a cura dell’Istituto
Nazionale del Dramma Antico, Urbino 1960, poi Einaudi, Torino 1960 e 1988.
Ora anche in P.P.Pasolini, Teatro, cit., pagg. 865-1009.
64
In Vita di Pasolini, cit., pag. 313 dell’edizione Giunti.
65
In Eschilo, Orestiade, cit. ed anche in P.P.Pasolini, Teatro,
cit., pagg.1005-1009.
66
Sempre nella Lettera del traduttore, in Orestiade, cit. e
in P.P.Pasolini, Teatro, cit.
67Pasternak
e la irrazionalità, “Vie Nuove” n.28, XV, 9 luglio 1960. Gli
articoli apparsi sul periodico sono stati poi raccolti in parte in P.P.Pasolini,
Le
belle bandiere. Dialoghi 1960-65, a cura di G.C.Ferretti, Editori Riuniti,
Roma 1977; tutti i dialoghi sono stati pubblicati in P.P.Pasolini,
I
dialoghi, a cura di G.Falaschi, Editori Riuniti, Roma 1992.
68
In F.Angelini, Pasolini e lo spettacolo, cit.,pagg.63-64.
69
A.Savioli, “Il Vantone” da Plauto al Sor Capanna, “L’Unità”,
13 novembre 1963. Pasolini risponde scrivendo tra l’altro che non si può
credere che essere marxisti implichi la necessità di fare di Plauto
un rivoluzionario: Pasolini e Plauto, “L’Unità”, 10 novembre
1963. Il testo del “Vantone” uscì per i tipi di Garzanti, Milano
1963, nuova edizione 1994; ora anche in P.P.Pasolini, Teatro, cit.,
pagg.1025-1110, con una dettagliata nota che ricostruisce anche le polemiche
giornalistiche seguite alla rappresentazione.
70
Il progetto dell’opera è uscito solo postumo, nella plaquette a
cura del teatro Stabile di Torino in occasione della messa in scena di
Pilade
e Calderon per la regia di Luca Ronconi, Comlito, Torino 1993, pagg.49-52,
ma è ora facilmente rinvenibile in P.P.Pasolini,
Teatro,
cit., pagg.145-151.
71
Il volume è uscito presso Longanesi, Milano 1965; il testo di Italie
Magique è alle pagg.187-203.
72
La religione del mio tempo, Garzanti, Milano 1961; nuova edizione Einaudi,
Torino 1982. Ora anche in P.P.Pasolini, Bestemmia. Tutte le poesie,
cit.