. I
contributi dei visitatori Alberto Ferrari,
Momenti
teatrali nell’opera e nella fortuna di Pier Paolo Pasolini
3 LA TEORIA TEATRALE DI PIER PAOLO PASOLINI
3.1 VERSO IL MANIFESTO
Negli inquieti
anni sessanta molti intellettuali sono in cerca di nuove strade per comunicare,
sperimentare, ricercare: siamo ai prodromi della contestazione studentesca,
della “strategia della tensione”, di grandi e piccoli sommovimenti non
solo nella società italiana e già da qualche tempo negli
Stati Uniti. Ovviamente anche il mondo culturale e artistico ne risente,
tentando varie ed anche molto diverse strade verso l’innovazione non solo
di forme e stili, ma anche degli statuti stessi delle varie arti e discipline.
Per la
letteratura italiana sono gli anni del Gruppo’63, con cui Pasolini
polemizza 87,
e sono gli anni in cui proprio mentre anche il teatro si rinnova vari scrittori
si avvicinano alla drammaturgia, in cerca di un rapporto più diretto
con il pubblico per una maggiore influenza ideologica e culturale sulla
società.
Molto importante
in questo senso è l’inchiesta Gli scrittori e il teatro pubblicata
da “Sipario” nel maggio 1965 e curata da Marisa Rusconi: si cercano le
ragioni della frattura forte sino a quel momento tra teatro e letterati,
e Pasolini interviene delineando una prima accusa al teatro italiano dell’epoca:
“dai palcoscenici piovono sullo spettatore torrenti di parlato intollerabile,
che non ha nessuna corrispondenza con nessuna realtà (…) I registi,
anche i migliori, sono tutti colpevoli di accettare l’accademia linguistica
degli attori(…) la parola è una parola che non esiste,
e si è creata un’esistenza fittizia, provocatoria, presuntuosa” 88.
Anche perché esiste un grande problema linguistico: mentre un italiano
scritto medio dopo un secolo di unità bene o male c’è, un
italiano parlato medio non s’è ancora formato: “Gli uomini di
teatro hanno commesso l’errore di fingere che un italiano parlato medio
ci sia, e di conseguenza hanno creato un’inesistente convenzione teatrale
(…) Il parlato teatrale italiano è tutto
accademico, non
ha mai tracce di realtà”. 89
Pochissimi
si salvano da una condanna a tal punto totalizzante da far dire a Pasolini
che quelle poche volte che va a teatro giura di non tornarvi più:
anche il Piccolo di Milano cade nella trappola, la sua convenzione è
solo “un po’ più aggiornata” ma sovrapposta alla vecchia,
senza criticarla a fondo: “Non si tratta di una convenzione accademica
creata sul reale parlato dello spettatore, ma su un parlato ipotetico che
non esiste”. Ricordiamo che il grande periodo della regia critica
degli Strehler, De Bosio, Squarzina era da tempo terminato, e gli artisti
che nel dopoguerra avevano rifondato il teatro italiano erano alla direzione
dei Grandi Stabili da dove perseguivano una politica di grandeur,
basata su grandi spettacoli e manierismi decorativi. Strehler era tra questi
con il suo “Piccolo”, e come poi vedremo Pasolini ebbe a definire il suo
teatro come “una forma di kitsch” 90.
Eduardo
De Filippo invece per il nostro autore si salva perché più
che il dialetto parla l’italiano medio parlato dai napoletani, evitando
il mero naturalismo con una convenzione che è “purissima lingua
teatrale” 91;
si salvano pochi altri grandi interpreti grazie alla via di fuga di una
parlata espressionistica o caricaturale: Parenti, Lionello, la Valeri,
e l’amatissima Laura Betti, “fenomeno di plurilinguismo parlato”,
“nipotino di Gadda del teatro”.
Sono perlopiù
attori che già dagli anni cinquanta si erano distinti come protagonisti
di una “scena minore” animata soprattutto da giovani comici provenienti
dal cabaret o da esperienze simili; De Marinis fa notare che ebbero un’influenza
non marginale nell’emergere del movimento d’avanguardia della fine degli
anni cinquanta (Bene, Quartucci…). 92
Più
di un anno dopo l’inchiesta di “Sipario” un’iniziativa di breve durata
ma di una certa importanza ai fini del nostro discorso vivacizza la scena
culturale italiana: nell’ottobre 1966 la Maraini, Moravia e Siciliano fondano
con attori come Bonacelli e Colli e registi come Guicciardini la Compagnia
del Porcospino 93,
un gruppo che porterà sulla scena opere dei tre scrittori, di Gadda,
di Wilcock nel breve volgere di due stagioni, ma che era intenzionato a
coinvolgere anche Pasolini: segno che l’attenzione di quest’ultimo nei
confronti del medium teatrale cresceva ed era ormai di dominio pubblico
(ed infatti nel dicembre di quello stesso 1966 Piladesarà la prima tragedia pasoliniana a venire pubblicata, su Nuovi
Argomenti). Il fatto che i promotori dell’iniziativa si ritrovassero in
una cantina nel centro di Roma è senza dubbio emblematico: attesta
una filiazione o perlomeno un collegamento con le “cantine romane”, gruppi
di uomini di teatro che proprio in questi mesi e anni lavorano per un profondo
rinnovamento dell’istituzione teatrale, ai margini dei circuiti ufficiali.
Tra gli
altri segnali che Pasolini ha seminato a testimonianza di un interesse
sempre maggiore per la scena, che procede parallelamente alla prima stesura
delle sei tragedie, c’è un intervista rilasciata con Moravia ancora
a “Sipario” (novembre 1966), dove si torna sui problemi linguistici che
ostano alla possibilità stessa di un teatro autentico in Italia:
“Io potrei benissimo scrivere una pièce in friulano, ma mi capirebbero
i friulani e basta (…) E’ una strada che c’è, ma che evidentemente
non basta per un teatro nazionale” 94.
Solo un
teatro fondato sulla parola può infatti portare le nostre scene
ad un autentico nuovo corso, e la tentazione di dedicarsi a questo immane
compito è forte nonostante le difficoltà: “amo troppo
scrivere per il teatro. Cominciare con un gruppo di giovani mi pare una
cosa un po’ donchisciottesca, assurda che in linea d’ipotesi può
essere anche molto bella”.
Dopo la
pubblicazione di Pilade
e nonostante l’indifferenza della critica
(“avrei potuto anche scrivere cento pagine bianche”, si rammarica
nell’intervista ad Halliday 95),
Pasolini si decide a scrivere e a pubblicare uno scritto teorico che indichi
a chiare lettere strumenti e finalità di quel nuovo teatro tanto
agognato nei mesi precedenti, come preannuncia al suo editore Garzanti
in una lettera: “Il nuovo teatro, poi, sarà oltre che teatro
anche movimento culturale e in qualche modo politico (una componente di
una vera ‘Nuova Sinistra’ ecc.: e ‘Nuovi Argomenti ne sarà l’organo).” 96
Come si vede è un investimento totale nel nuovo mezzo, che al solito
risucchia vorticosamente verso di sé ogni interesse e passione del
nostro autore.
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NOTE
87
Il Gruppo’63 propugnava l’idea di una letteratura che non partecipasse
in nessun modo alla storia, e si opponeva quindi a forme considerate vetuste
come il romanzo tradizionale, o i versi in metrica classica: ciò
significava criticare tutta la letteratura del decennio precedente, compreso
Pasolini. Vittorini tentò con “Il Menabò” a conciliare avanguardia
e tradizione.
88
In Gli scrittori e il teatro, “Sipario”, XX, 229, maggio 1965
89
Vedi Gli scrittori e il teatro, cit., ma anche l’articolo L’italiano
orale e gli attori, “Vie Nuove”, 18 marzo 1965, dove la lingua parlata
del tempo viene definita “mostruosa”.
90
Nell’intervista di J.Halliday Pasolini su Pasolini, cit. Ma una
citazione più ampia è qui, 3.2.
91
Nell’articolo L’italiano “orale” e gli attori, cit., si definisce
espressionistica
la recitazione di Eduardo, capace di instaurare con la realtà un
rapporto di “sincronia mimetica”, con la semplice presenza del corpo
dell’attore. Non è un caso che Pasolini penserà proprio a
De Filippo per il ruolo di protagonista di un film, Porno-Teo Kollossal,
poi mai girato.
92
M.De Marinis, Il nuovo teatro 1947-1970, cit., pag.153
93
Vedi E.Siciliano, Vita di Pasolini, cit., pag.394, e S.Casi, Pasolini
un’idea di teatro, cit., pag.100. Ma soprattutto cfr. le testimonianze
dell’epoca: E.Siciliano-D.Maraini, La compagnia del Porcospino,
“Sipario”, XXI, 246, ottobre 1966; C.Augias, Rispetto e attese per il
teatrino degli scrittori, “Sipario”, XXI, 247, novembre 1966; P.Bonacelli,
Il
giorno che Gadda ci telefonò in cantina, “Sipario”, XXVIII,
326, luglio 1973.
94
C.Augias,
Esiste un nuovo corso?, “Sipario”, XXI, 247, novembre
1966.
95
J.Halliday,
Pasolini su Pasolini, cit., pag.131.