“Ho
scritto queste sei tragedie, e la cosa mi ha costretto a pensare al teatro
e a come si potesse metterle in scena. Fino ad allora la pensavo come lei,
cioè che il teatro è morto. (…) Ma il fatto di avere sei
tragedie ferme nel cassetto mi ha spinto a scegliere una posizione e a
formulare le mie teorie nel Manifesto.” Così si pronuncia Pasolini
a
posteriori, nell’intervista di Halliday 97
rilasciata dopo la pubblicazione dello scritto teorico sul numero di gennaio-marzo
1968 di Nuovi Argomenti 98.
In realtà
l’intenzione di mettere per iscritto i capisaldi della propria idea di
teatro è stata particolarmente meditata ed oculata, e la scelta
di un genere particolare come quello del manifesto può aver costituito
un preciso riferimento al futurismo e ai celebri manifesti di Marinetti,
come puntualmente ha fatto notare Stefano Casi: “Scrivendo un manifesto
esaltato
e scandalizzante cioè secondo lo stile di un Marinetti piuttosto
che di un Brecht o di un Artaud, Pasolini propone la sua idea di teatro
attraverso i segnali della provocazione, cancellandone in partenza qualsiasi
elemento ancora assoggettabile ad un eventuale compromesso con l’establishment
teatrale, e calcando la mano sulle proposte più spiazzanti, con
la sicurezza della impraticabilità delle proposte stesse. Il nuovo
teatro di Pasolini è dunque, in virtù della forma stessa
in cui viene teorizzato, un teatro di provocazione” 99.
Ma forse
è il caso di dire anche che nel 1967 si svolse ad Ivrea un convegno
passato alla storia in cui avvenne una sorta di consacrazione ufficiale
dell’avanguardia teatrale italiana, preceduto proprio da un manifesto preparatorio
intitolato Per un convegno sul nuovo teatro 100:
è probabile che Pasolini abbia letto questo documento, pubblicato
sullo stesso numero di “Sipario” in cui apparve l’intervista al nostro
autore e a Moravia, e pur differerenziandosene notevolmente è indubbio
che i toni apodittici e polemici dovettero influenzarlo.
Pier Paolo
in questo senso si inserisce pienamente in una tendenza che è propria
di gran parte dei gruppi teatrali che emergono in questi anni: anche il
Manifesto
risponde
alla “necessità di definire una poetica, in cui inscrivere un’autonoma
progettualità; (…)l’esigenza di costruire occasioni di confronto
e dibattito per riflettere e approfondire la propria esperienza”, come
ha scritto Ponte di Pino 101
a proposito di tutta la nuova generazione della metà degli anni
sessanta.
Si capisce
allora come il primo dei 43 commi che costituiscono il manifesto si affretti
a definire il nuovo teatro anzitutto in opposizione a tutte le forme
di teatro esistenti, nell’ipotesi che il teatro tradizionale sia morto
quindi irriformabile: “il teatro dovrebbe essere ciò che il teatro
non è”, e ancora: “Oggi, dunque, voi vi aspettate un teatro
nuovo, ma tutti ne avete già in testa un’idea, nata in seno al teatro
vecchio.” 102
Davvero
degna di nota ci pare poi nel primo comma la postilla su Brecht, citato
come ultimo grande riformatore che ha potuto operare all’interno dell’istituzione
teatrale riformandola; ma il drammaturgo tedesco “non verrà mai
nominato” all’interno del manifesto, perché “questo è
certo: che i tempi di Brecht sono finiti per sempre”.
La
citazione di questo nome in apertura d’opera e prima di vari altri illustri
personaggi della scena sembra a noi densa di implicazioni: anzitutto Pasolini
vuole ancora una volta rimarcare il fatto che sono finiti i tempi dell’ideologia,
il corvo che la rappresentava in Uccellacci
e uccelliniè stato fatto fuori e mangiato - e vale la pena
di ricordare che nel celebre film assistiamo anche ai paradigmatici funerali
di Togliatti [foto sopra]. 103
Poi, e come conseguenza a ciò, l’autore vuole forse sgombrare il
campo da qualsiasi equivoco che possa confondere il suo teatro - che vuol
essere comunque politico - con il teatro a tesi e ideologico
di Brecht: sono gli anni in cui Pasolini legge e fa sua la teoria di Barthes
sul canone sospeso, per cui l’intellettuale deve mirare ad una sospensione
di senso che renda ambiguo il significato della sua opera, non assoggettabile
a idee e teoremi precostituiti. 104
Ma non
per questo non saranno bene individuati i destinatari del nuovo teatro:
anzi, Pasolini precisa subito al secondo comma che si tratta dei gruppi
avanzati della borghesia: non i borghesi tout-court abituali frequentatori
delle sale, ma “le poche migliaia di intellettuali di ogni città
il cui interesse culturale sia magari ingenuo, provinciale, ma reale”;
e quindi progressisti, cattolici di sinistra, liberali crociani, radicali.
È
una scelta particolarmente originale che si oppone anzitutto al teatro
“classico” e di regia con il suo pubblico quasi indifferenziato e genericamente
“borghese”, ma anche alle nuove scelte che in quegli anni venivano compiute
dagli esponenti del cosidetto “nuovo teatro”: per esempio Grotowski e Barba
restringevano fino ai minimi termini la presenza di un pubblico che si
voleva coinvolto in un rito particolare; d’altro canto nasceva il cosiddetto
“teatro di strada” con l’esigenza di coinvolgere il maggior numero di persone,
di “non-pubblico” o pubblico casuale. 105
Significativamente
in questo paragrafo del Manifesto per un nuovo teatro compaiono
i nomi di Zeffirelli [foto a sinistra], Visconti e Strehler come
registi alle cui “prime” si recano quelle signore impellicciate di visone
che sono vivamente sconsigliate di presentarsi alle rappresentazioni del
nuovo teatro: altresì pagheranno il biglietto “trenta volte più
del suo costo normale (che sarà bassissimo)”. E’ un primo fugace
accenno a quell’esecrato “teatro della chiacchera” su cui Pasolini tornerà
diffusamente più avanti nel Manifesto.
Prima però
di opporsi in modo specifico ai generi teatrali esistenti il poeta vuole
assertivamente definire in positivo gli elementi essenziali su cui s’incardina
la sua riforma: il nuovo teatro è teatro di parola, che va
quindi più ascoltato che visto, e le idee “sono i reali personaggi
di questo teatro”- non a caso dato che il principale mezzo di comunicazione
della borghesia, cui ci si rivolge, non è certo il corpo ma proprio
l’astrattezza della lingua parlata.
Inoltre
il nuovo teatro “non nasconde di rifarsi esplicitamente al teatro della
democrazia ateniese, saltando completamente l’intera tradizione recente
del teatro della borghesia, per non dire l’intera tradizione moderna del
teatro rinascimentale e di Shakespeare”: si torna al rito ma
non esattamente allo stesso rito politico che era la tragedia greca
del V secolo, come meglio specificherà Pasolini nell’ultimo comma
del suo manifesto.
Si comincia
a delineare un tipo di teatro che è stato paragonato anche a certo
simbolismo alla Mallarmè o alla Maeterlinck 106,
vista la staticità programmatica e l’importanza data al logos,anche
se qui come portatore di messaggi ed idee, a differenza del forte valore
mistico-evocativo attribuitogli dai simbolisti.
Il teatro
cui il nostro autore aspira viene anche definito per opposizione rispetto
alle due tipologie in cui secondo lui si divide tutto la scena esistente:
rispetto alle opposizioni teatro ufficiale/ teatro di contestazione, teatro
tradizionale /teatro d’avanguardia, teatro accademico/ teatro di underground
Pasolini preferisce le “definizioni vivaci” di teatro della Chiacchera
e teatro del Gesto o dell’Urlo.
La definizione
di teatro della Chiacchera viene da Alberto Moravia che ne aveva parlato
su di un numero precedente di “Nuovi Argomenti”, 107
esemplificando questo tipo di dramma con autori come Cechov, Beckett e
Ionesco dove il dramma si svolge “fuori delle parole mentre le parole
non devono mai, in nessun caso, essere drammatiche”, in opposizione
con il teatro “dialettico, cioè, in fondo, tragico” di drammaturghi
come Ibsen, Pirandello, Brecht, in cui la chiacchera è assente e
“il dramma è nella parola”.
Pasolini
da par suo esemplifica la tendenza al vacuo parlare con tre autori citati
soltanto in una notarella a piè di pagina: Cechov, Ionesco e l’orribile
Albee;
e specifica che il teatro della Chiacchera “implica una ricostruzione
ambientale e una struttura spettacolare naturalistiche” senza le quali
“gli avvenimenti (omicidi, furti, balletti, baci, abbracci e controscene
sarebbero irrapresentabili” e “dire ‘Buona notte’ anziché
‘Vorrei morire’ non avrebbe senso perché vi mancherebbero le atmosfere
della realtà quotidiana”.
Non ci
sembra fuori luogo citare qui un emblematico giudizio sul Piccolo Teatro
che il Nostro esprime qualche tempo dopo il manifesto nell’intervista Il
sogno del centauro: “Non apprezzo ciò che fa Strehler. Perché
coltiva una forma di accademismo contemporaneo che non mi piace. Ha codificato,
secondo me, una sorta di Kitsch teatrale, una forma di gusto moderno e
del tutto esteriore, dove tutto è improntato a una bellezza prevedibile,
leccata, tale da non sorprendere nessuno. Non si tratta, certo, dell’accademismo
tradizionale, fatto di piattezza e di pompierismo, ma il risultato non
è molto diverso.” 108
In questo tipo di teatro la borghesia si rispecchia pienamente, magari
non sempre idealizzandosi ma comunque sempre riconoscendosi.
Nel teatro
del Gesto o dell’Urlo invece la borghesia da una parte si riconosce in
quanto produttrice dello stesso, dall’altra “prova il piacere della
provocazione, della condanna e dello scandalo (attraverso cui, infine,
non ottiene che la conferma delle proprie convinzioni).”
È
quest’ultimo un genere di teatro dove non c’è spazio per la parola,
completamente distrutta “in favore della presenza fisica pura”;
come il teatro di Parola patrocinato da Pasolini, è un prodotto
di gruppi culturali antiborghesi della borghesia: ma mentre il teatro
dell’Urlo ha come destinataria la borghesia tutta, da scandalizzare addirittura
“usando contro di essa lo stesso processo distruttivo, crudele e dissociato
che è stato usato (unendo alla follia la pratica) da Hitler nei
campi di concentramento e di sterminio”, il teatro di Parola si vuole
rivolgere unicamente agli stessi gruppi culturali avanzati da cui è
prodotto.
Altra differenza
tra due forme di teatro che Pasolini sembra comunque riconoscere in qualche
modo affini è che se nel teatro del Gesto e dell’Urlo produttori
e fruitori non cercano in fondo che una conferma rituale di proprie
convinzioni antiborghesi, nel teatro di Parola “se pure si avranno molte
conferme e verifiche (…) ci sarà soprattutto uno scambio di opinioni
e di idee, in un rapporto molto più critico che rituale.” E’
una ricerca di scambio bidirezionale e di comunicazione che, va notato,
caratterizza comunque, secondo modalità molto differenti, l’intero
settore del cosiddetto nuovo teatro, in qualche modo ossessionato
dalla ricerca di un’autenticità che la società massmediologica
soffoca sempre di più. 109
E’ importante
nel comma del Manifesto che stiamo analizzando una prima annotazione
sulle modalità di rappresentazione: si evidenzia che mentre il teatro
del Gesto e dell’Urlo rade al suolo le strutture naturalistiche ma non
può fare a meno di un’azione scenica che sarà anzi
esaltata dall’assenza della parola, il nuovo teatro implicherà con
la mancanza di azione “la scomparsa quasi totale della messinscena”
con luci, scenografia, costumi ridotti al minimo indispensabile.
Ancora
una volta Pasolini è in controtendenza rispetto agli ambiti di ricerca
del momento, caratterizzati da un lavoro molto approfondito sullo spazio,
e in alcuni casi da una ricchezza di apparati scenici fino all’introduzione
di oggetti in vece di attori, e dall’utilizzo di altri media come
il video: si ricordino gli spettacoli di Mario Ricci, ad esempio, o le
ricerche del gruppo La Gaia Scienza.110
Sempre
e solo in nota vengono fatti i nomi di alcuni esponenti del teatro del
Gesto e dell’Urlo: Artaud, Grotowski, il Living Theatre, con una specificazione,
però, che ci conferma come questo tipo di dramma fosse a Pasolini
ben più congeniale che il teatro “della Chiacchera”: “tale teatro
ha dato prove assai alte”. [nella foto a destra: Beck e Malina del
Living Theatre in "Antigone"]
Ricordiamo
che sono questi gli anni di scoperta e consacrazione europea del Living,
in altro punto del manifesto definito stupendo; è indubbio
che la carica utopica e innovativa di un teatro che si proponeva come strumento
di liberazione dovette impressionare Pasolini. L’obiettivo di Beck e Malina
di creare un teatro che fosse coinvolgente sia emotivamente (con Artaud
come modello) che intellettualmente (e il riferimento obbligato è
Brecht) parve certo interessante al nostro autore, che in quegli anni ebbe
sicuramente eco di spettacoli passati entrati subito nel mito come Mysteries
and Smaller Pieces, Antigone o Paradise now 111.In
particolare Antigone, messa in scena dal 1967, potette suggestionare
Pier Paolo per il tentativo, riuscito, di attingere ad un mito antico per
realizzare un’opera estremamente attuale, nel linguaggio e nelle tematiche:
sappiamo quanto anche Pasolini s’ispirò a storie e personaggi mitici
per parlare dell’oggi e in specie di sé stesso; basti
pensare a Pilade con la ripresa dell’Orestea, all’Ombra di Sofocle
presente in Affabulazione, ai personaggi de La vita è
sogno che ritroviamo in Calderon.
Per quel
che riguarda Artaud – e con lui Grotowski - non ci sembra fuori luogo ravvisare
un’affinità tra teatro della crudeltà e
teatro
di Parola nella volontà di investigare, certamente con strumenti
diversissimi, le pulsioni più profonde e originarie e le grandi
contraddizioni che interessano ogni uomo. 112
Certo Artaud
riteneva la parola un ostacolo al fine di rappresentare l’essere umano
nella sua verità spesso occultata proprio dal filtro verbale:
ma non è forse azzardato dire che Pasolini era arrivato praticamente
alle stesse conclusioni, e ben prima del teatro di parola. Il percorso
che abbiamo delineato dal Friuli materno e solare ai liberi borgatari di
Roma al miraggio di un’Africa sede dell’autenticità fino alle immagini
del cinema, non è altro se non la disperante ricerca di una comunicazione
affidata solo al corpo e alla sua concreta ed anche sofferente presenza,
e tutto il teatro di parola è teatro che lotta contro la
parola, sempre insufficiente ad esprimere la verità e la totalità
dei corpi e della vita.
Lo attestano
nei testi delle tragedie le frequenti pause, i discorsi spezzettati, le
urla e le esclamazioni, nonché espliciti accenni nei discorsi dei
personaggi: per esempio in Orgia i protagonisti Uomo e Donna rievocano
nostalgicamente il passato e l’infanzia vissuti nella purezza della natura,
e costantemente si trovano a sottolineare: “Eppure nessuno parlava” 113
Al comma
15 del suo manifesto Pasolini torna sulla questione dei destinatari del
nuovo teatro per occuparsi di quella classe operaia al centro di tante
riflessioni anche sull’arte negli anni e nell’ambiente culturale in cui
il nostro autore opera, con i vari esperimenti di teatro in fabbrica
o comunque di coinvolgimento a fini perlopiù politici. 114
Di contro ad ogni forma di teatro popolare che raggiunga direttamente
la classe operaia, destinata alla pura retorica, Pasolini fa sua
la teoria marxista per cui la classe operaia è unita da un rapporto
diretto con gli intellettuali avanzati, i medesimi che producono ed
assistono al teatro di Parola, e che quindi se ne faranno portavoce e mediatori-
anche se non è escluso che con i suoi testi il nuovo teatro non
vada in fabbriche o circoli culturali comunisti.
Giunto
pressappoco a metà del Manifesto per un nuovo teatro,l’autore
sente la necessità di una parentesi linguistica in tre commi
per tornare su quella questione dell’italiano orale che lo aveva
interessato nei primi suoi accenni al teatro, quando gli pareva una barriera
insormontabile il fatto che, mentre un italiano scritto esisteva
e aveva una sua tradizione, una lingua parlata comune a tutti gl’italiani
non si era imposta, e il teatro non faceva che imporre artificiosamente
una lingua accademica e posticcia. 115
Ora Pasolini
annota ancora una volta che il teatro tradizionale “ha accettato un
italiano che non esiste” e “su tale convenzionalità, ossia
sul nulla, sull’inesistente, sul morto, essa ha fondato la convenzionalità
della dizione”; la possibilità di utilizzare il dialetto o la
koinè
dialettizzata è stata snobbata “in parte per ragioni pratiche,
in parte per provincialismo, in parte per incolto estetismo, in parte per
servilismo verso la tendenza nazionalistica dei suoi destinatari”.
In questo
modo l’unica speranza di un teatro perlomeno tollerabile è
andata perdendosi, tranne appunto nei pochi casi in cui o viene parlato
il dialetto - e qui è fatto il nome di De Filippo, definito
grande
–
o viene utilizzata una sorta di koinè dialettizzata, come
nel teatro di cabaret, che però porta con sé quasi sempre
qualunquismo e volgarità (non sempre: ricordiamo che in quegli
anni erano ancora in scena per esempio Franca Valeri, Paolo Panelli, Vittorio
Caprioli, il trio Parenti-Fo-Durano).
Come si
comporterà allora un nuovo teatro - fondato sulla parola
-
dinanzi ad una questione così rilevante per il suo creatore? Anzitutto
e inevitabilmente cadendo nella contraddizione di accettare quella stessa
convenzionalità inesistente alla base del più abietto teatro
borghese: i testi, scritti in italiano dai gruppi avanzati della nazione,
devono accettare anche la convenzione dell’italiano orale, essendo scritti
per essere rappresentati, anzi detti.
Ma l’impasse
può essere superata: il teatro di Parola eviterà ogni purismo
nella pronuncia, al “limite tra la dialettizzazione e il canone pseudo-fiorentino”;
inoltre occorrerà continua e vigile consapevolezza del problema,
l’assenza della quale il nostro ravvisa in tutta la scena a lui contemporanea,
tranne in Dario Fo 116
e nel “caso straordinario” di Carmelo Bene, “il cui teatro del
Gesto o dell’Urlo è integrato da parola teatrale che dissacra, e
per dirla tutta, smerda se stessa”.
Bene, che
aveva esordito con il suo storico Caligola oramai da quasi dieci
anni, proprio nel 1968 del Manifesto pasoliniano lasciava momentaneamente
le scene con un Don Chisciotte in cui emblematicamente cospargeva
il palco di vetri aguzzi, forse a significare la pericolosità e
impraticabilità del teatro nel momento storico della ricerca di
nuove strade extrateatrali da parte dei teatranti stessi 117:
è probabile che Pasolini abbia seguito con attenzione il suo itinerario,
in particolare la sua tendenza al pastiche e a vivere il teatro
come “monodramma soggettivo dell’attore-autore” 118,
fatto che per quanto concerne l’autorialità è senza dubbio
ascrivibile anche al nostro poeta.
La recitazione
del nuovo teatro pasoliniano sarà, secondo Il Manifesto,
volta ad escludere qualsiasi formalismo, compiacimento fonetico, estetismo,
per concentrarsi- in un teatro di idee e reale dibattito politico-
sul significato delle parole e sul senso complessivo dell’opera: tutto
ciò richiederà all’attore un grande sforzo, e addirittura
sarà necessaria “la fondazione di una vera e propria scuola di
rieducazione linguistica che ponga le basi della recitazione del teatro
di Parola”.
Effettivamente
ci sembra che Pasolini riservi una particolare attenzione al ruolo centrale
che l’attore avrà nell’ambito di un teatro rinnovato in tutto e
per tutto, dedicando alla recitazione i successivi tre capoversi del suo
manifesto (dal comma 32 al comma 35).
Due diverse
tipologie di attore stanno secondo il nostro poeta alla base delle due
forme di teatro precedentemente analizzate e qui ribattezzate teatro
borghese e teatro borghese antiborghese. Gli attori del teatro
borghese sono consapevoli che la loro forma d’arte è oramai respinta
ai margini della società dal cinema e dalla televisione, avvenimenti
sociali per eccellenza delle masse piccolo-borghesi; non resta loro che
motivare la prestazione come un atto mistico, una messa teatrale,
affidandosi alla tautologia “il teatro è teatro”, intendendo
con ciò che il teatro si può spiegare solo con se stesso,
può essere intuito solo carismaticamente.
Gli attori
del teatro borghese antiborghese si armano ideologicamente della stessa
definizione, ma mentre per il teatro della Chiacchera “il teatro è
il teatro” non è che “una tautologia che implica un ridicolo
e tronfio misticismo”, per il teatro del Gesto “questa è
una vera e propria - e cosciente - definizione della sacralità del
teatro” che si fonda sull’ideale della rinascita sui palchi odierni
di “un teatro primitivo, originario, compiuto come rito propiziatorio
o meglio, orgiastico”.
Pasolini
non sembra disconoscere, come già detto, una speciale dignità
a questo teatro di contro per esempio a giudizi sempre pesantissimi nei
confronti di Strehler 119,
ed infatti cita per la seconda volta il Living Theatre come esempio di
“religiosità arcaica ripristinata contro il laicismo cretino
della civiltà dei consumi”, che diventa in questo modo “una
forma di autentica religiosità moderna”.
Ma sono
eccezioni, e comunque il teatro di Parola prevede che l’attore, addirittura,
cambi
natura. Egli dovrà prima di tutto essere in grado di comprendere
pienamente il testo in ogni sua sfumatura, veicolo vivente del testo
stesso: sarà un autentico uomo di cultura, e “sarà
tanto più bravo quanto più, sentendolo dire il testo, lo
spettatore capirà che egli ha capito”.
È
questa un’indicazione di riforma tra le più originali ed acute del
Manifesto,
che purtroppo rimarrà al solo livello di intuizione; essa si avvicina
al concetto brechtiano di straniamento, ma pone l’attore su di un livello
ancora superiore e più consapevole, praticamente sullo stesso livello
del regista-autore, con un compito ed una funzione altrettanto decisivi
per le sorti di un teatro nuovo.
È
però da notare che su questo punto un regista come Luca Ronconi,
protagonista della stagione del cosiddetto nuovo teatro in anni
in cui molto si discusse del ruolo dell’attore (di solito incrementato
a scapito della regia) ed oltretutto autore della rappresentazione di ben
tre testi pasoliniani, sembra scettico: “l’attore non deve far capire
che ha capito, deve solo far capire quello che sta dicendo”: per il
celebre regista in realtà Pasolini “vuole un attore-intellettuale
perché è un sistema per assimilarlo a sé; la sua drammaturgia
ha un’enorme fiducia nella trasmissione diretta per via culturale, e la
tecnica teatrale la vede come un ingombro.” Ma “non puoi usare del
“materiale bruto” a teatro, come poteva fare lui con gli attori “presi
dalla strada” nel cinema: il corpo dell’attore è già una
mediazione e se la togli distruggi il teatro.” 120
Si era
anticipato quasi all’inizio dell’opera qui analizzata che il teatro di
Parola è indubbiamente un rito, anche se molto diverso dal
teatro ateniese del V secolo. Ora Pasolini, in conclusione del Manifesto,
meglio specifica questo concetto presentando una vera e propria classificazione
del teatro di tutte le epoche in base al tipo di ritualità implicata,
perché “Il teatro è comunque, in ogni caso, in ogni tempo
e in ogni luogo, un RITO”.
C’è
prima di tutto un rito archetipo di ogni forma esistita ed esistente di
teatro, che è un rito naturale: è il teatro della
vita stessa, che si presenta a noi come spettacolo e rappresentazione che
ha suoi propri codici e regole; rappresentando il teatro un corpo per mezzo
di un corpo, un’azione per mezzo di un’azione e così via, esso non
può prescindere dal riferimento ai segni iconici e viventi che costituiscono
la realtà.
Il primo
teatro che pur attingendo al rito naturale che è la vita se ne è
distinto è un teatro come “mistero” che si ripete in tutte le età
delle origini e in tutte le “età oscure” o medioevi: è “propiziazione,
scongiuro, mistero, orgia, danza magica” e come tale non può
che esser definito rito religioso. Attualmente viviamo per Pasolini
un’età medioevale, ma il nuovo medioevo tecnologico è
antropologicamente diverso dai precedenti, ed un teatro religioso pare
oggigiorno improponibile.
C’è
poi nell’età della democrazia ateniese un teatro sociale all’aperto
rivolto all’intera cittadinanza; ad esso si ispira in parte il teatro di
Parola pasoliniano come al “più grande teatro del mondo - in
versi”: ma i destinatari non sono certo gli stessi, rivolgendosi il
nostro poeta all’èlite degli intellettuali; diverso è
anche il ruolo degli attori. Il teatro dell’Atene aristotelica è
definito come rito politico e ciò pare sufficiente all’autore
del manifesto qui esposto.
Dal teatro
dell’arte in poi, passando per il teatro elisabettiano e per il siglo
de oro, la borghesia affermatasi pienamente con la rivoluzione protestante
ha saputo creare un teatro “subito realistico, ironico, avventuroso,
d’evasione, e, come diremmo oggi qualunquista - anche se si tratta di Shakespeare
o Calderon”, rappresentandosi e celebrandosi in modo anche “poeticamente
sublime”: è un teatro come rito sociale che ancor oggi
sopravvive in quello che è stato precedentemente definito teatro
della Chiacchera, in modo per Pasolini evidentemente artefatto e per la
cura di miopi conservatori.
La stessa
borghesia sta però in parte acquistando una nuova coscienza, che
ben rappresenta il teatro borghese antiborghese del Gesto o dell’Urlo:
battendosi contro l’ufficialità, la mancanza di religiosità
del teatro tradizionale oramai logoro, “cerca di recuperare le origini
religiose del teatro, come mistero orgiastico e violenza psicologica”.
Ma non è più possibile tornare al passato remoto, si degenera
in estetismo “non filtrato dalla cultura”, che fa in modo che “il
reale contenuto di tale religione sia il teatro stesso, così come
il mito della forma è il contenuto di ogni formalismo”: per
questo il teatro del Gesto sarà un rito teatrale, cui ancora
una volta Pasolini riconosce, anche se solo “talvolta”, contenuti
reali e autenticità- differenziandolo nel giudizio rispetto al teatro
borghese tout-court. 121
Ma il teatro
di Parola non si riconosce nello spirito religioso decadente ed archeologico
del rito teatrale come in nessuno dei riti sopra elencati. I suoi
destinatari sono i gruppi culturali avanzati della borghesia e tramite
essi la classe operaia più cosciente; i suoi temi “potrebbero
essere tipici di una conferenza, di un comizio ideale o di un dibattito
scientifico”: è un teatro che quindi - oltretutto è in
versi - opera totalmente nell’ambito della cultura, e come tale
viene appellato dal nostro autore come rito culturale. Non ha alcun
interesse spettacolare o mondano, “il suo unico interesse è l’interesse
culturale, comune all’autore, agli attori e agli spettatori” che stanno
quindi in “assoluta parità culturale”; anche fisicamente
questa assoluta democraticità è assicurata da uno spazio
frontale per cui testo e attori guarderanno sempre il pubblico negli occhi,
e viceversa. 122
Epperò
il vero spazio teatrale sarà ricercato nel teatro di Parola non
nell’ambiente ma nella testa: il Manifesto per un nuovo teatro
si chiude nella consapevolezza che il teatro è sempre un rito, ma
che il teatro di Pasolini aldilà di intenti programmatici qui evocati
in dettaglio sarà comunque un teatro di un io monologante
fra sé e sé, un teatro destinato soprattutto alla lettura
e meditazione rimuginante, un teatro scisso anche da qualsiasi ritualità
- come ora vedremo.
__________________
NOTE
97
J.Halliday, Pasolini su Pasolini, cit., pag.130.
98Manifesto
per un nuovo teatro, cit., anche in Saggi sulla letteratura e sull’arte,
cit.
99
S.Casi, Pasolini un’idea di teatro, cit., pag.148.
100Per
un convegno sul nuovo teatro, “Sipario”, XXI, 247, novembre 1966.
101
In Il nuovo teatro italiano 1975-1988, a cura di O.Ponte di Pino,
La Casa Usher, Firenze 1987.
102
Da questo momento tutte le citazioni, a meno di precisazioni, sono tratte
da P.P.Pasolini, Manifesto per un nuovo teatro, cit.
103
Per un’analisi del film entro il contesto dell’intera produzione cinematografica
e teatrale di Pasolini, vedi F.Angelini, Pasolini e lo spettacolo,
cit., pagg.97-111.
104
Pasolini incontra Barthes proprio nel 1965 al Festival del Cinema di Pesaro,
e vi discuta a lungo “sulla grammatica delle immagini cinematografiche”,
ricorda E.Siciliano in Vita di Pasolini, cit., pagg.390-391.
105
Per un panorama sintetico ma esaustivo della scena teatrale degli anni
in cui Pasolini propone la sua riforma, vedi M.De Marinis, Il nuovo
teatro 1947-1970, cit., ed anche – per un’antologia molto ricca - F.Quadri,
L’avanguardia
teatrale italiana (materiali 1960-1976), Einaudi, Torino 1977, 2 voll.
Cfr pure O.Ponte Di Pino, Il nuovo teatro italiano 1975-1988 e F.Cruciani,
Teatro nel Novecento, Sansoni, Firenze 1985.
108
In J.Duflot, Il sogno del centauro, cit., pag.130. Ricordiamo che
sono questi gli anni in cui Giorgio Strelher mette in scena per esempio
Il
gioco dei potenti (1965) e soprattutto I giganti della montagna
(1966).
109
Vedi O.Ponte Di Pino, Il nuovo teatro italiano 1975-1988, cit.,
ed in particolare il saggio iniziale L’angoscia e l’estasi. La parabola
dei gruppi.
110
Vedi su questo, oltre ai testi già indicati, C.Meldolesi, Fondamenti
del teatro italiano. La generazione dei registi, Sansoni, Firenze 1984.
111
Sul Living Theatre, che iniziò la sua fortunata toùrnee
europea
nel 1964, vedi G.Bartolucci, The Living theatre, Samonà e
Savelli, Roma 1970, e le testimonianze e i materiali in J.Beck, J.Malina,
Il
lavoro del Living Theatre, Ubulibri, Milano 1982.
112
Vedi il classicissimo A.Artaud, Il teatro e il suo doppio, Einaudi,
Torino 1968.
113Orgia
si legge in Porcile, Orgia, Bestia da stile, cit., ed in Teatro,
cit., pagg.239-312. (L’espressione citata si ritrova più volte nel
I Episodio).
114
Vedi C.Vicentini, La teoria del teatro politico , Sansoni, Firenze
1981 e M.De Marinis, Al limite del teatro. Utopie, progetti e aporie
nella ricerca teatrale degli anni sessanta e settanta, La casa Usher,
Firenze 1983.
115
Si ricordi almeno l’articolo L’italiano orale e gli attori, cit.,
ripubblicato in P.P.Pasolini, Le belle bandiere, cit., pagg.309-312.
116
Su Fo però il giudizio di Pasolini è oscillante: altrove
è definito semplicemente e sprezzantemente repubblichino.
117
Si veda per una ricostruzione del periodo dal sessantotto in poi, ed anche
per una sintesi del percorso di Carmelo Bene, M.De Marinis, Il nuovo
teatro 1947-1970, cit. Su Bene vedi anche F.Quadri, Il teatro degli
anni settanta, vol. I: Tradizione e ricerca, Einaudi, Torino
1982.
118
M.Prosperi, Per una storia della nuova avanguardia in Italia, in
“Rivista italiana di drammaturgia”, II, 5, settembre 1977.
120
Le citazioni sono tratte da Un teatro borghese, intervista a Luca
Ronconi, in P.P.Pasolini, Teatro, cit., pagg.XIII-XXVI.
121
Negli anni in cui Pasolini scrive è evidente che il miglior interprete
del teatro “dell’urlo”, nonché suo “profeta” fosse il polacco Jerzy
Grotowski, che nel nostro paese fu fatto conoscere da Eugenio Barba, a
sua volta poi protagonista di una grande stagione di teatro “del gesto”.
Valga per questi artisti ciò che prima si è detto su Artaud
e sul suo “rapporto” con Pasolini.
122
Qui siamo in assoluta controtendenza rispetto al teatro d’avanguardia che
si afferma in quegli anni, dove la ricerca sullo spazio porta a soluzioni
molto varie ma praticamente tutte improntate al rifiuto della tradizionale
contrapposizione palco-platea. Vedi O.Ponte Di Pino, Il nuovo teatro
italiano 1975-1988, cit.