Giovanna Gammarota, Sopraluoghi in Lucania
Sulle tracce del Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini
Mostra di fotografia, a cura di Gigliola Foschi
Milano, 18 settembre-13 ottobre 2007

Il Vangelo secondo Matteo. Una carica di vitalità
di Pier Paolo Pasolini
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Pier Paolo Pasolini e Margherita Caruso, interprete di Maria nel 'Vangelo secondo Matteo'Mi secca molto dover parlare di un libro di duemila anni fa: mi sembra di essere un poeta ermetico, o una poetessa, o un professore che tiene una rubrica alla televisione. 

Parlare come di un’ultima lettura di un libro di duemila anni fa è sempre qualcosa che rende molto rispettabili, «grandi», o almeno partecipi della grandezza. Ma, per quel che mi riguarda, è stato un puro caso.

Ho riletto, per la quinta o la sesta volta in queste ultime settimane, il Vangelo secondo Matteo, per ragioni di lavoro. Infatti devo cominciare a trasporre il testo - senza la mediazione della sceneggiatura, ma così com’è, come se fosse già una sceneggiatura pronta - in un testo inalterato letteralmente, ma tecnicizzato. Per es.:

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1 - [figura intera]  di  Maria,  vicina  a  essere  madre.
2 - [primo piano o primissimo piano] di Maria che guarda addolorata, umile, vergognosa.
3 - [primo piano o primissimo piano] di Giuseppe che ricambia lo sguardo addolorato, ma rigido, severo.
4 - [figura intera] di Giuseppe che si allontana in [panoramica] dalla stanzetta.
5 - [figura intera] di Giuseppe che sempre in [panoramica]  cammina  lungo  l’orto (o un piccolo brolo, o un vigneto) e si distende sotto un albero.
6 - [primo piano] di Giuseppe, che stanco, dolente chiude gli occhi, e dorme.
7 - [figura intera] dell’angelo che gli appare, dicendo: «Giuseppe, figliol di Davide, non temere di prender teco Maria, tua moglie...».
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È la lettura migliore che si possa fare di un testo. Una analisi che mai stilista poté prevedere, quale studio della funzionalità dei lacerti, del potere di visualizzazione dei brani anche connettivi, degli elementi «acceleranti», oltre che di quelli «ritardanti», studiati da Spitzer (il san Matteo è pieno di queste accelerazioni stilistiche, l’ellissi e la sproporzione sono le sue caratteristiche romantico-barbariche) ecc, ecc.
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Perché io abbia cominciato un simile lavoro, poi, sarebbe un discorso ben più lungo, è facile immaginarlo. Dirò solo un fatto (sempre tecnico: e chi ha orecchi per intendere, intenda): appena finita la prima lettura del Vangelo secondo Matteo (un giorno di questo ottobre, ad Assisi, con intorno attutita, estranea, e, in fondo, ostile, la festa per l’arrivo del Papa), ho sentito subito il bisogno di «fare qualcosa»: una energia terribile, quasi fisica, quasi manuale. Era l’«aumento di vitalità» di cui parlava Berenson - e ora nozione tanto cara alla mia «cerchia»: Soldati, Bassani, Bertolucci, Moravia... - l’aumento di vitalità che si concreta generalmente in uno sforzo di comprensione critica dell’opera, in una sua esegesi: in un lavoro, insomma, che la illustri, e trasformi il primo impeto pregrammaticale d’entusiasmo o commozione in un contributo logico, storico.

Cosa potevo fare io per il san Matteo? Eppure qualcosa dovevo fare, non era possibile restare inerti, inefficienti, dopo una simile emozione, che, così esteticamente profonda, poche volte mi aveva investito nella vita. Ho detto «emozione estetica». E sinceramente, perché sotto questo aspetto si è presentato, prepotente, visionario, l’aumento della vitalità.

La mescolanza, nel testo sacro, di violenza mitica (ebraica, in un senso quasi razzistico e provinciale della parola) e di cultura pratica, quella entro cui Matteo, alfabeta, non poteva non operare, proiettava nella mia immaginazione una doppia serie di mondi figurativi, spesso connessi fra loro: quello fisiologico, brutalmente vivente, del tempo biblico come mi era apparso nei viaggi in India o sulle coste arabiche dell’Africa, e quello ricostruito dalla cultura figurativa del Rinascimento italiano, da Masaccio ai manieristi neri. Pensate alla prima inquadratura, alla «F.I. di Maria, vicina a essere madre»: si può sfuggire alla suggestione della Madonna di Piero della Francesca a San Sepolcro? Quella bambina, di pelo biondo, o forse appena rossiccio, quasi senza ciglia, le palpebre gonfie, il ventre appuntito il cui profilo ha la stessa castità del profilo di un colle appenninico? E subito dopo, l’orto, o il brolo, in cui Giuseppe si raccoglie a riposare, non è uno di quegli spiazzi polverosi, rosa, con capre rosse, che ho visto nei villaggi egiziani intorno a Assuan, o ai piedi dei vulcani violetti di Aden?

Ma, ripeto, questo era l’aspetto esterno, stupendamente visuale, dell’aumento di vitalità. Nel fondo c’era qualcosa di più violento ancora, che mi scuoteva.

Era la figura di Cristo come lo vede Matteo. E qui col mio vocabolario estetico-giornalistico dovrei fermarmi. Vorrei però soltanto aggiungere che nulla mi pare più contrario al mondo moderno di quella figura: di quel Cristo mite nel cuore, ma «mai» nella ragione, che non desiste un attimo dalla propria terribile libertà come volontà di verifica continua della propria religione, come disprezzo continuo per la contraddizione e per lo scandalo. Seguendo le «accelerazioni stilistiche» di Matteo alla lettera, la funzionalità barbarico-pratica del suo racconto, l’abolizione dei tempi cronologici, i salti ellittici della storia con dentro le «sproporzioni» delle stasi didascaliche (lo stupendo, interminabile discorso della montagna), la figura di Cristo dovrebbe avere, alla fine, la stessa violenza di una resistenza: qualcosa che contraddica radicalmente la vita come si sta configurando all’uomo moderno, la sua grigia orgia di cinismo, ironia, brutalità pratica, compromesso, conformismo, glorificazione della propria identità nei connotati della massa, odio per ogni diversità, rancore teologico senza religione.


(1963) 
da Pasolini per il cinema, a cura di Walter Siti e Franco Zabagli, vol. I, Mondadori, Milano 2001
 

Giovanna Gammarota, Sopraluoghi in Lucania, mostra fotografica a Milano

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