Pier Paolo
Pasolini
L'ideologia
.
Intorno a Pasolini
Il Friuli non
è il Veneto; è Italia
.
di Enzo
Siciliano
da "la Repubblica"
del 29 maggio 1997
..
Pier Paolo
Pasolini, in Friuli negli anni Quaranta, fece politica attiva. Tra
i suoi primi impegni vi fu l'adesione all'associazione "Patrie tal
Friuli", che aveva un programma politico autonomista. A quell'epoca
vi erano per il Friuli mire di annessione
jugoslave.
Vi fu, tra l'altro, un
dibattito nel quale si discusse la possibilità di far nominare
provincia friulana la città di Pordenone, iniziativa alla
quale Pasolini era contrario. Il poeta così intervenne sul
giornale di Udine "Libertà" del 6 novembre 1946: "Pordenone
è un'isola linguistica quasi nel cuore del Friuli, e questo
non è un mero caso, un trascurabile caso: è semplicemente
il risultato di una storia diversa, e quindi di una civiltà
(nel senso di mentalità) diversa. Basta salire in treno
(quello ad esempio che passa per Casarsa alle sette del mattino) e
confrontare gli studenti e gli impiegati pordenonesi con quelli
casarsesi e soprattutto con quelli di Codroipo e di
Basiliano".
Scrive ancora
Pasolini: "Sentiamo, irrazionalmente noi [...] sentiamo che il
Friuli non è il Veneto; è Italia, questo sì; ma
c'è da arrossire soltanto a enunciarlo, quasi nel timore che
possa esistere e venire formulata la proposizione
contraria".
Ed ecco come
approfondisce questo argomento Enzo Siciliano – autore tra
l'altro di una Vita di Pasolini ripubblicata nel 1995, dopo
sedici dalla prima edizione, da Giunti – nell'articolo della
"Repubblica" di cui qui di seguito si riporta un ampio stralcio.
Con un sottinteso accenno alle polemiche che vengono agitate in
questo travagliato periodo nel nostro Paese, Siciliano mette in
evidenza, già dal sottotitolo dell'articolo, il pensiero
pasoliniano rispetto all'autonomismo: "Il poeta friulano scrisse in
dialetto e aveva un'idea dell'autonomismo come fattore di
progresso. Ma il sogno di una 'piccola patria' non era né
campanilista né separatista".
"Pasolini era
un uomo del nord-est, e il nord-est è stato il luogo della sua
educazione alla letteratura e alla politica. Il Friuli non è
stato per lui motivo di rivolta o di cancellazione d'altra
identità: è stato invece ragione, nel suo specifico, di
una definizione dialettica della identità nazionale. Il primo
libro pasoliniano Poesie a Casarsa è del 1942.
[...]
Esisteva, esiste,
una tradizione lirica in lingua Friulana. Non esisteva la
cristallizzazione poetica della lingua che si parla «di
cà da l'aga», di qua dal Tagliamento, sul versante di
Pordenone. A quella lingua, con i propri versi, Pasolini volle dare
dignità letteraria. Ciò significava per lui promuovere un
gergo all'altezza della storia. Fu un atto di presunzione? Può
darsi, ma Pasolini ebbe ragione ad essere presuntuoso. Poesie a
Casarsa segna una svolta nella poesia italiana del '900: se il
lessico e la sintassi sono quelli dei parlanti casarsesi, quella
loro lingua risulta qui imbevuta della tradizione del decadentismo
europeo e confrontata ai risultati più alti del novecentismo
italiano.
.
Dedica
Fontana di aga dal me
paìs.
A no è aga
pì fre-scia che tal me paìs.
Fontana di rustic
amòur.
.
(Dedica –
Fontana d'acqua del mio paese. / Non c'è acqua più fresca
che nel mio paese. / Fontana di rustico amore. Da "Poesie a
Casarsa" 1941-43, in "Bestemmia", vol. I. Garzanti, Milano
1993)
.
Pasolini era poco
più che un ragazzo, ma aveva idee chiarissime. Più avanti
negli anni precisò: «Bisognava portare il Friuli a un
livello di coscienza che lo rendesse rappresentabile, esserne
sufficientemente staccati; – marginali, non essere troppo
friulani, e adoperare con libertà e con un senso di
verginità la sua lingua, non esserne troppo parlanti».
Bisognava, cioè, liberare la poesia cosiddetta dialettale
dalla propria connaturata vocazione di «regresso». Il
poeta non doveva risolvere la propria ispirazione nel cerchio
chiuso del dilettantismo psicologico, ma rompere quel cerchio,
sentirsi provocato da ragioni più complesse sia interne sia
esterne allo stesso dialetto.
Quest'uomo del
nord-est antico e contadino intese portare la propria lingua, il
proprio paesaggio morale, a confronto con «Shakespeare,
Tommaseo, Carducci» (sono nomi da lui stesso ricordati nella
Religione del mio tempo), perché «la storia, la
Chiesa, la vicissitudine / d'una famiglia» non fossero
soltanto «un po' di sole profumato e
nudo».
Tutto questo
potrà apparire semplice, anche trascurabile questione
letteraria. Non è così. Dare a una lingua fino a quel
punto soltanto orale la dignità di una lingua scritta, fissare
in parole scritte valori ed emozioni, è un atto non solo
d'arte ma anche politico, secondo un significato che non limita la
politica alla gestione del contingente ma le offre l'analisi
dell'essere e del fare. L'esercizio politico di questo scrittore
ebbe il proprio battesimo, perciò, con un opuscolo di versi.
Intorno a quei versi si raccolsero in una piccola
«accademia» di ricerca un gruppo di innamorati della
propria lingua, che di essa progettarono di fare storia.
[...]
Si precisò in lui
l'idea delle «piccole patrie», che lo sorresse non solo
nel definire l'interiore forza dinamica del suo Friuli, ma quella
propria di ogni peculiarità antropologica. È l'agosto del
1945 e scrive: «Insieme al nostro disinteressatissimo e deciso
amore per l'Italia, dichiariamo subito apertamente la nostra
tendenza ad una parziale, piuttosto ideale, autonomia della Piccola
Patria... Lavoriamo anche noi, con la nostra piccola lingua, per
una piccola eternità». Non era estraneo a Pasolini il
sogno di Cattaneo per il quale nei «fiochi dialetti»
dovessero ravvivarsi «lingue assolute e indipendenti». Le
isole linguistiche non sono un semplice «dato
fisiologico», ma «forme interiori dello spirito»
collocate nel tempo e nello spazio, in cui ritrovare significati
universalmente utili. [...]
La furente percezione
antropologica pasoliniana, quella che i lettori dei quotidiani
nazionali conosceranno negli anni Settanta [Scritti
corsari], è già compiutamente disegnata in queste
parole. Ma v'era in essa anche la coscienza che la parcellizzazione
linguistica o, appunto, antropologica non istruisce ulteriori e
irreversibili differenziazioni. L'autonomismo delle piccole patrie
diventa fattore di progresso civile per Pasolini, non un incentivo
al campanilismo, ai vernacolarismi sentimentali e
regressivi.
Dunque il Friuli non
è Veneto, ma «è Italia, questo sì: ma c'è
da arrossire soltanto a enunciarlo, quasi nel timore che possa
esistere e venire formulata la proposizione contraria». In
quegli anni il nord-est, particolarmente friulano, per via della
pressione slava sui confini, proponeva in modo dirompente il
proprio autonomismo. I partiti politici ne discutevano con
accanimento, e le posizioni erano ben nette. L'autonomismo proposto
dalla Democrazia cristiana, sollecitava le intemperanze
campanilistiche come argine al filoslavismo serpeggiante. La
politica di Togliatti e dei comunisti era irriducibilmente
«per l'unità». Pasolini, «da sinistra», e
comunista, polemizzò con i comunisti: sosteneva che ci fossero
«basi piuttosto solide per l'autonomia»: ma essa andava
spiegata non in una logica antiunitaria, ma come un modo di
«trasformare la preistoria in storia, la natura in
coscienza». Di qui il suo attivismo: cineclub, scuola,
dibattiti politici e filologici sulle letterature romanze, la
italiana e la dialettale; la cultura fu per lui conoscenza e
organizzazione.
Sempre sulla
Libertà di Udine aveva scritto: «Non c'è di
meglio che opporre alla subdola dilagazione slava una Regione
Friulana cosciente di sé, elettrizzata dalla dignità
conferitagli a diritto per la sua lingua, le sue usanze, la sua
economia nettamente differenziate».
Se il professor
Pasolini, per i suoi studenti, scaldava con esempi ricavati dalla
vita quotidiana, «l'intirizzita grammatichetta latina», e
li sollecitava a tradurre la propria esperienza in versi
«casarsesi», lo scopo non era elusivo o esornativo:
desiderava che quei ragazzi fossero consapevoli di appartenere al
loro nord-est, partecipi di una comunità più vasta dove
lingua e costumi si facevano per contrasto più veri e
autentici, antichi nelle radici, nuovi per la storia cui si
confrontavano. E proprio per questo erano italiani: la loro terra
era Italia.
Qualche anno dopo, il
1954, avrebbe detto in versi: «Questa è l'Italia, e / non
è questa l'Italia: insieme / la preistoria e la storia che /
in essa sono convivano, se / la luce è frutto di un buio
seme».
|

NELLA
SEZIONE
IDEOLOGIA
VEDI ANCHE

Come sono diventato
marxista?;
La collaborazione al
"Setaccio";
L'adesione al Partito
comunista italiano
.

1950. A Roma. Le prime
opere letterarie,
le prime critiche
politiche;
1956. Il XX Congresso
del
Pcus
.

Le polemiche
continuano;
1960. I
morti
di Reggio
Emilia;
La
collaborazione
con “Vie
Nuove”;
Le
contestazioni
dell'estrema
destra
.

Una forza del
passato;
L'idea di una
nuova
preistoria;
Discredito,
denigrazione e diffamazione;
1962. Dopo Il
Vangelo secondo Matteo
.

Verrà qualcun
altro a prendere la mia bandiera;
I giovani di oggi
non si rendono conto di quanto sia
repellente un
piccolo-borghese;
Collaborazione al
“Caos”
.

1975. Scritti
corsari;
1975. Processare la
DC;
Adesione / opposizione
al Pci
.

La polemica con Franco
Fortini, di Angela Molteni
.
.

Ascolta
Per i Morti di
Reggio Emilia
|
. |