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Contributi dei visitatori Il cenotafio tanatofanico
Tanatofania, dal greco tanatos (morte) e faneia (manifestazione). Neologismo introdotto dall’autore del presente testo, relativo all’evento tanatofanico, da cui per lo più scaturisce l’erezione di un cenotafio [tomba senza corpo: dal greco kenos (vuoto) tafos (tomba), riservata ai dispersi in mare nella Grecia classica]. In epoca contemporanea ne sono esempio eclatante, ma non solo, i segni cultuali di vario tipo e materiale, laici o confessionali, che si scorgono lungo le banchine stradali ad identificare il luogo dove la morte è comparsa, uccidendo il congiunto o l’amico ricordato, a seguito di un incidente stradale. Nel caso di Pasolini, sepolto in corpore a Casarsa in Friuli (terra materna), il primo ricordo (dopo un “rituale di sacralizzazione” iniziale con la deposizione di fiori sul luogo di morte) è un cenotafio tanatofanico realizzato in cemento grezzo dallo scultore Mario Rosati e posto “abusivamente” in loco nel 1978. Poco distante (piazza Gasparri), qualche tempo dopo (1983), ancora “abusivamente” un comitato cittadino erige un monumento commemorativo opera di Gaetano Gizzi. Vilipeso più volte è stato definitivamente riposizionato nel 2003. Un terzo monumento, opera di Consagra e di natura istituzionale, resiste dal 1993 nella più frequentata piazza Anco Marzio. La proliferazione di “segni” denota una conflittualità della memoria, si può dire infatti di ricordi “abusivi” ed “istituzionali” contro una qualunquistica volontà di rimozione che si spinge alla damnatio memoriae della destra clerico-fascista. La cultualizzazione del luogo di morte (cenotafio Rosati) e la celebrazione del poeta (monumento Gizzi) sono prodotti dalla volontà di autorappresentazione del “popolo di Pasolini” (dalle mille lettere e poesie piovute sui giornali all’indomani del 2 novembre 1975) osteggiato da una parte dei cittadini che, ancora nel ’93, scriveva di non ritenere necessario neppure il monumento istituzionale (promosso dal Comune) “non essendo lo scrittore un fulgido esempio per i giovani di valori morali e civico sociali”. Con sorprendente lucidità scriveva lo stesso Pasolini: “È dunque assolutamente necessario morire, perché finché siamo vivi manchiamo di senso, e il linguaggio della nostra vita (con cui ci esprimiamo, e a cui dunque attribuiamo la massima importanza) è intraducibile: un caos di possibilità, una ricerca di relazioni e di significati senza soluzione di continuità. La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi (e non più ormai modificabili da altri possibili momenti contrari o incoerenti), e li mette in successione, facendo del nostro presente, infinito, instabile e incerto, e dunque linguisticamente non descrivibile, un passato chiaro, stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile (nell'ambito appunto di una Semiologia generale). Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci” (Empirismo eretico). Chi volesse vedere il luogo
di quel “fulmineo montaggio”, e dunque incontrare il poeta, dovrà
scegliere di visitare il cenotafio all’idroscalo.
Carlo
Modesti Pauer
2 novembre 2005 |
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