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"Pagine corsare"
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Pelosi, in un libro la verità su Pasolini:
dietro il delitto le bobine rubate
di Claudio Marincola
"Il Messaggero", 4 novembre 2010

Il primo incontro, le gite, le corse in automobile, (qualche volta, guidava lui, anche senza patente), i regali, i luoghi romani che frequentavano quando uscivano insieme, la promessa di lavorare un giorno nel cinema. É un’altra storia quella che Pino Pelosi ricostruisce  giorno  per  giorno in un memoriale che ha consegnato al suo avvocato prima di consegnarsi a Rebibbia. In carcere, l’uomo condannato per la morte di Pasolini, c’era tornato per scontare un residuo di pena. Era in una cella con altri 10 detenuti. E’ uscito ieri dopo appena 5 giorni grazie ad alcuni benefici di cui poteva usufruire. Cento pagine dettate al suo legale Alessandro Olivieri durante l’estate. Il manoscritto, conservato in cassaforte, verrà pubblicato «da una nota casa editrice» di cui però non si fa il nome. 

Dal racconto, per il momento top secret, emerge una conoscenza non occasionale con Pier Paolo Pasolini, frequentato prima dell’omicidio dell’Idroscalo. Fu lo scrittore ad avvicinare quello che per la giustizia fu il suo assassino una sera di luglio e d’allora i due si videro altre volte sia nella zona della Tiburtina che nei pressi di Piazza Bologna. «Mi disse che ormai il suo film era finito ma che in futuro avrei potuto lavorare con lui, così avrei smesso di vivere di piccoli espedienti», confesserà nel suo libro “Pino la rana”. Ad affiancarlo in questa opera di ricostruzione della “memoria” sarà il suo legale e Federico Bruno, un regista che ha in preparazione un film - “Pasolini, la verità nascosta” - e ha già acquisito i diritti cinematografici del libro. Molte confidenze le ha poi raccolte in tutti questi anni Silvio Parrello, detto “er pecetto”, un personaggio raccontato nei “Ragazzi di vita”. 

Tempo a disposizione per dettare il manoscritto, Pelosi ne aveva: era agli arresti domiciliari per essere risultato positivo all’alcol test dopo un incidente d’auto in cui un suo amico, Olimpio Marocchi, che era sul sedile accanto a quello di guida, perse la vita. 

Pelosi ormai conosce bene i meccanismi dell’informazione. A volte li usa, più spesso li subisce. «Sarà un dialogo con il lettore», si legge nella presentazione del libro, «spiegherà le leggi della “mala”, il perché dei silenzi di tante personalità molto più importanti e altolocate, recuperando la sua immagine di credibilità agli occhi della gente che per sua colpa e dei media, è stata nel tempo offuscata mai compresa ed emarginata». 

Che Pelosi non abbia mai detto tutto quello che sa è un fatto acclarato. Le versioni fornite da “Pino la rana” da quella notte tra il 1°e il 2 novembre 1975 in cui venne fermato sul lungomare di Ostia dal brigadiere Cuzzupè sono tante. Le parole del poeta durante gli incontri, i regali. Le minacce, le telefonate. E anche le accuse verso quelli che Pelosi definisce «i finti amici dello scrittore». Verità da prendere con le molle, certo. Ma Pelosi, che prima di tornare in carcere e poi riuscirne aveva trovato un lavoro con la Cooperativa 29 Giugno, questa volta si impegna a documentare tutte le sue affermazioni.

Potrebbe, così, riprendere corpo la cosiddetta pista delle bobine rubate, le “pizze” del “Casanova” di Fellini e di “Salò e le 120 giornate di Sodoma” di Pasolini. Furono rubate alla Technicolor, che ancora oggi ha gli studi sulla Tiburtina, non distante dalla zona in cui abitavano i due fratelli Franco e Giuseppe Borsellino, tirati in ballo per l’omicidio dallo stesso Pelosi. Sergio Citti, il regista amico di Pasolini, ha sempre indicato nel furto delle bobine la vera pista da seguire. Prima di morire, interrompendo un silenzio durato anni, lo stesso Citti volle rilasciare una dichiarazione giurata all’avvocato Guido Calvi e a Gianni Borgna, l’ex assessore alla Cultura di Roma che si è sempre battuto per conoscere la verità. L’autore degli “Scritti Corsari” sarebbe finito in un tranello. Il ruolo di Pelosi sarebbe stato solo marginale. Allo scrittore di Casarsa avrebbero proposto di recuperare i negativi del film. Sarebbe stato lui stesso, Pasolini, a indicare l’Idroscalo, che conosceva bene, come il luogo dell’appuntamento per recuperare le “pizze”. Con sé quella notte forse aveva anche del denaro. Chi intervenne dopo?

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La verità sulla morte di Pierpaolo Pasolini forse non è più una chimera. A piccoli frammenti si sta ricomponendo infatti il quadro omertoso che portò all’agguato, all’omicidio compiuto 35 anni fa all’idroscalo di Ostia. Un complotto, il tentativo di estorcere del denaro al poeta e poi l’intervento di “professionisti”. Una parola decisiva si attende dagli «accertamenti tecnici non ripetibili» effettuati sui reperti rinvenuti sulla scena del delitto e nell’Alfa Roma Gt 2000 dello scrittore. Su delega della Procura di Roma, i carabinieri dei Ris il 7 magghio scorso hanno iniziato i sofisticatissimi esami. 

Ma il sostituto procuratore Francesco Minisci, al quale nel marzo del 2009 è stato affidato il caso, ha secretato i risultati. Sono passati sei mesi e ancora non se ne sa nulla. Anche se nel frattempo i colpi di scena non sono mancati. A cominciare dalle dichiarazioni di Marcello Dell’Utri a proposito di “Appunto 21”, il capitolo di “Petrolio”. Riapparso, scomparso oppure mai scritto? Stefano Maccione, coordinato di Giustizia per i diritti, è l’avvocato che ha chiesto e ottenuto dalla Procura di Roma la riapertura dell’inchiesta. Dice: «Ci auguriamo che quanto prima l’indagine venga chiusa e, compatibilmente al segreto istruttorio, resa pubblica». Le nuove rivelazioni di Pelosi, passate al vaglio delle verifiche, potrebbero riaprire altre piste. A partire da quella cosiddetta “delle bobine”. «Ricordo bene quel furto - racconta Ugo De Rossi, che all’epoca lavorava al montaggio di “Salò” e che conobbe bene Pasolini - chi le ha prese alla Technicolor sapeva bene dov’erano custodite. Per Pierpaolo, che era un perfezionista, quel furto fu un brutto colpo: impiegammo 15 giorni a rifare tutto». Una talpa? «Non lo escludo, entrare era facile, trovare le bobine no».
 

 

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Pelosi, in un libro la verità su Pasolini: dietro il delitto le bobine rubate, di Claudio Marincola

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