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Inedito apparso sulla "Stampa"
di Torino il 16 giugno 1999

Si tratta di un autografo con dedica manoscritta fatto dal giovane Pasolini a un anonimo professore. La dedica occupa il primo foglio del volume delle sue Poesie a Casarsa sulla edizione del 1942 pubblicata a Bologna dalla Libreria antiquaria di Mario Landi.

Pier Paolo Pasolini,
studente a Bologna alla fine degli
Anni '30, con un amico
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Pier Paolo Pasolini

Gentile professore, ecco il libretto, forse non tipograficamente bello come a voi sarebbe piaciuto, ma in compenso modesto e schivo. Questo giorno ch'io credevo eccezionale, non è stato nemmeno triste, ma già sento gli indizi di giorni memorabili. Ormai quando il mio carissimo seme è partito, era cominciata per me una tensione estrema di meditazioni e approfondimenti, causata forse dalla netta coscienza di immaturità delle mie poesie in italiano. Avrei bisogno che qualcuno me le denudasse, senza pudore, me ne mostrasse l'inutilità. Io odio la parola come ricerca chiusa in sé: la sofferenza della ricerca verbale è in fondo la sofferenza che comporta ogni chiarimento o approfondimento di una posizione morale. Al contrario, sviluppando le mie poesie, ho visto che la "posizione morale" non sconfinava i limiti di una malinconia o di una volontà di poesia, riducendosi quasi pienamente ad una ricerca estetica. Forse anche questa nuova interpretazione delle mie poesie è parziale o falsata: ma ancora una volta sono tornato a un passo che, posso dire, scandisce la mia esistenza. Un desiderio estremo, voglio dire, di liberarmi di ogni zavorra, sentirmi libero e infinitamente solo, abbandonare la vita, il mio polso vivo, la sua vile allegrezza, e chiudermi tutto nel cerchio del mio dolore, che, della mia esistenza, è l'unica cosa vera e accertata. Tutto il resto è in più, distrae e fa rimandare, rende indolenti, o tuttalpiù, malinconici. Io devo confessare che sono molto ambizioso, che amo cioè veramente la gloria. Chi, oggi, ha il coraggio di dire questo? Può essere puerile, ma è sincero e, soprattutto, sofferto. Essendo, così, giunto ad una concezione altissima della poesia (per cui è peccato di impurità trattarlo da dilettanti o da "malinconici") mi sento misero e sperduto davanti ad essa, e non oso più toccare la penna. Oppure scrivo tremando, e cerco che ogni parola sia l'unica, ed ogni frase l'unica: ed infine rido piangendo su quello che ho scritto. Lo so che non è condizione per scrivere poesia, questa! Andrò a Casarsa, domani, e là, forse, ritroverò la mia vecchia ispirazione, che in fondo, è lietezza. Ma quante sofferenze e quanti dolenti equivoci, per giungere all'uomo lieto"! Voi mi sembrate di esemplare saggezza, una sorta di atarassia, che io credo la stagione più lieta dell'esistenza. Vi saluto con affetto.

Casarsa (Udine)

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Segnalazione di Guglielmo Gaviani
 


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