Pier
Paolo Pasolini
Gentile
professore, ecco il libretto, forse non tipograficamente bello come a voi
sarebbe piaciuto, ma in compenso modesto e schivo. Questo giorno ch'io
credevo eccezionale, non è stato nemmeno triste, ma già sento
gli indizi di giorni memorabili. Ormai quando il mio carissimo seme è
partito, era cominciata per me una tensione estrema di meditazioni e approfondimenti,
causata forse dalla netta coscienza di immaturità delle mie poesie
in italiano. Avrei bisogno che qualcuno me le denudasse, senza pudore,
me ne mostrasse l'inutilità. Io odio la parola come ricerca chiusa
in sé: la sofferenza della ricerca verbale è in fondo la
sofferenza che comporta ogni chiarimento o approfondimento di una posizione
morale. Al contrario, sviluppando le mie poesie, ho visto che la "posizione
morale" non sconfinava i limiti di una malinconia o di una volontà
di poesia, riducendosi quasi pienamente ad una ricerca estetica. Forse
anche questa nuova interpretazione delle mie poesie è parziale o
falsata: ma ancora una volta sono tornato a un passo che, posso dire, scandisce
la mia esistenza. Un desiderio estremo, voglio dire, di liberarmi di ogni
zavorra, sentirmi libero e infinitamente solo, abbandonare la vita, il
mio polso vivo, la sua vile allegrezza, e chiudermi tutto nel cerchio del
mio dolore, che, della mia esistenza, è l'unica cosa vera e accertata.
Tutto il resto è in più, distrae e fa rimandare, rende indolenti,
o tuttalpiù, malinconici. Io devo confessare che sono molto ambizioso,
che amo cioè veramente la gloria. Chi, oggi, ha il coraggio di dire
questo? Può essere puerile, ma è sincero e, soprattutto,
sofferto. Essendo, così, giunto ad una concezione altissima della
poesia (per cui è peccato di impurità trattarlo da dilettanti
o da "malinconici") mi sento misero e sperduto davanti ad essa, e non oso
più toccare la penna. Oppure scrivo tremando, e cerco che ogni parola
sia l'unica, ed ogni frase l'unica: ed infine rido piangendo su quello
che ho scritto. Lo so che non è condizione per scrivere poesia,
questa! Andrò a Casarsa, domani, e là, forse, ritroverò
la mia vecchia ispirazione, che in fondo, è lietezza. Ma quante
sofferenze e quanti dolenti equivoci, per giungere all'uomo lieto"! Voi
mi sembrate di esemplare saggezza, una sorta di atarassia, che io credo
la stagione più lieta dell'esistenza. Vi saluto con affetto.
Casarsa
(Udine)
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Segnalazione
di Guglielmo Gaviani