"Pagine
corsare"
INVITO
ALLA LETTURA. BRANI DALLE OPERE DI
DA
Empirismo
eretico
di Pier Paolo Pasolini
in Pasolini. Saggi sulla
letteratura e sull'arte, I, Meridiani Mondadori, Milano 1999
già in «Paese
Sera», venerdì 18 novembre 1966, in risposta alla lettera
di un lettore
Guerra civile
A proposito della vita e
della lotta politica negli Stati Uniti, le osservazioni, che io citavo
a memoria e riassumendole, sono dovute ad autori americani della Nuova
Sinistra, e precisamente a due ideologi dello Sncc (Student Nonviolent
Coordinating Committee), Tom Hayden e Jimmy Garrett. Del primo sono le
osservazioni sul fatto che la collettivizzazione comunista non porta necessariamente
(storicamente) l’operaio alla completa partecipazione al potere, ossia
alla decisione sul proprio destino, e che, se mai, è vero il contrario,
cioè che la creazione di un’«anticomunità» in
cui il lavoratore giunga all’esasperata coscienza democratica del dovere
e del diritto della completa partecipazione al potere, può condurre,
come conseguenza, alla collettivizzazione dei beni. L’osservazione sul
comunista come «uomo vuoto», è dovuta a Jimmy Garrett.
La cito: «Amico, i comunisti sono vuoti, sono uomini vuoti. Hanno
le stesse idee stantie, la stessa burocrazia... Quando si mescola fra noi,
un “Commy” muore, e una persona si sviluppa».
Queste osservazioni non
sono mie, ma io le ho, in qualche modo, adottate.
In Cecoslovacchia, in Ungheria
e in Romania, ho vissuto il mio soggiorno in mezzo agli intellettuali;
ed è quindi attraverso loro, attraverso la loro inquietudine, il
loro malessere, che ho sentito l’inquietudine e il malessere di quei paesi:
di cui credo si possa schematicamente e sommariamente indicare la causa
nel fatto che «la rivoluzione non è continuata», ossia
che lo Stato non si è decentrato, non è scomparso, e gli
operai nelle fabbriche non sono veramente partecipi e responsabili del
potere politico, e sono invece dominati - chi non lo sa, ormai, e non lo
ammette? - da una burocrazia che di rivoluzionario ha solo il nome. E che
naturalmente, dà dei «rivoluzionaristi piccolo-borghesi»
a coloro che invece credono ancora che la «rivoluzione debba continuare».
Che in America ci siano
degli ideologi non marxisti che hanno capito questo, in termini democratici
- ma di una democrazia estremista, esasperata e quasi mistica, e che come
tale, nel suo ambito, è rivoluzionaria (la creazione nel seno della
comunità americana di un’«anticomunità») —non
può non riempire di interesse e di entusiasmo.
Lo Sncc, l’Sds, e un’infinità
di altri movimenti che, nel loro caotico insieme, formano la Nuova Sinistra
americana, sono qualcosa, ecco, che mi ricorda i tempi della Resistenza.
In America, sia pure nel
mio brevissimo soggiorno, ho vissuto molte ore nel clima clandestino, di
lotta, di urgenza rivoluzionaria, di speranza, che appartengono all’Europa
del ‘44, del ‘45. In Europa tutto è finito: in America si ha l’impressione
che tutto stia per cominciare. Non voglio dire che ci sia, in America,
la guerra civile, e forse neanche niente di simile, né voglio profetarla:
tuttavia si vive là, come in una vigilia di grandi cose. Coloro
che appartengono alla Nuova Sinistra (che non esiste, è solo un’idea,
un ideale) si riconoscono a prima vista, e nasce subito tra loro quella
specie di amore che legava i partigiani. Ci sono gli eroi, i caduti, Andrew,
James e Mickey - e infiniti altri - e i grandi movimenti; le grandi tappe
di un immenso movimento popolare, accentrato sul problema dell’emancipazione
dei negri e ora sulla guerra del Viet Nam.
Chi non ha visto una manifestazione
pacifista e non-violenta a New York, manca di una grande esperienza umana,
paragonabile solo, ripeto, ai grandi giorni della Speranza degli anni Quaranta.
Una notte, ad Harlem, ho
stretto la mano (ma loro me la stringevano con sospetto, perché
ero bianco) a un gruppo di giovani negri che avevano sul maglione l’insegna
del leopardo: un movimento estremista che si prepara a una vera e propria
lotta armata.
Un pomeriggio, al Village,
ho visto un gruppetto di neo-nazisti che manifestavano in favore della
guerra del Viet Nam: vicino a loro, presi come da una specie di strano
e tranquillo rapimento, due uomini anziani, e una ragazza che suonava la
ghitarra, cantavano le canzoni pacifiste della Nuova Sinistra - quelle
del Village, che comprende anche la Sinistra dei beatniks, dei drogati.
Ho seguito un giovane sindacalista
negro, che mi ha portato alla sezione del suo movimento, un piccolo movimento,
che conta ad Harlem solo qualche centinaio di iscritti - che lotta contro
la disoccupazione dei negri; l’ho seguito a casa di un suo compagno, un
muratore che si era ferito al lavoro e che ci ha accolto steso nel suo
povero letto, col sorriso amico, complice e invaso da questo nostro dimenticato
amore partigiano.
Sono salito nell’appartamento
«borghese» nella parte più sordida del Village, a sentire
le risate isteriche e l’acrimonia aberrante di una intellettuale, sposata
a un negro, che farneticava rancori contro il vecchio comunismo americano
e contro la Sinistra della Droga, ma come se la sua rabbia e la sua delusione
cocenti dovessero avere immediate risposte nel suo mondo, divenire subito
«azione».
Ho vissuto, insomma, nel
vivo una situazione di scontento e di esaltazione, di disperazione e di
speranza: di contestazione integrale dell’establishment. Non so come andrà
a finire tutto questo, o se andrà a finire in qualche modo. Resta
il fatto che migliaia di studenti (circa la percentuale dei partigiani
rispetto alla popolazione, nell’Europa degli anni Quaranta), scendono dal
Nord, e vanno nella Cintura Nera, a lottare al fianco dei negri con la
violenta e quasi mistica coscienza democratica di «non manipolarli»,
di non intervenire in loro per coazione anche dolce, di non pretendere
per sé - quasi nevroticamente - neanche l’ombra di una qualsiasi
forma di leadership: e, quel che è più importante, con la
coscienza che il problema dei negri, risolto formalmente col riconoscimento
dei loro diritti civili, comincia adesso: è cioè un problema
sociale, e non ideale.
Ci sono da aggiungere ancora
molte cose. La protesta, la contestazione pura e semplice, la rivolta contro
il consumo: intendo dire il fenomeno dei beatniks che qui da noi è
stato impostato in termini di pura curiosità, e, c’è bisogno
di sottolinearlo? con ironia. I comunisti stessi, almeno, ch ‘io sappia,
anche in Italia, preferiscono tacere su questo punto, o addirittura pronunciare
parole di condanna: in cui il vecchio moralismo stalinistico e il provincialismo
italiano trovano un’oscura identificazione. In realtà, nelle grandi
città americane, chi si ubriaca, chi si droga, chi rifiuta di integrarsi
nel sicuro mondo del lavoro, compie qualcosa di più di una serie
di vecchi e codificati atti anarchici: vive una tragedia.
E, poiché non sa
che viverla, e non giudicarla, ne muore. Le migliaia di suicidi per droga
sono in realtà dei martiri né più né meno che
coloro che vengono uccisi dai razzisti bianchi del Sud. Ne hanno la stessa
purezza, sono ugualmente al di là dei miseri calcoli umani di chi
accetta la «qualità di vita» offerta dalle società
stabilite.
È vero. Tutto quello
che io ho visto, oppure ho creduto di vedere a New York, si staglia contro
un fondo cupo - e per noi inconcepibile almeno in quanto inammissibile
- ossia contro la vita americana di ogni giorno, la vita della conservazione,
che si svolge in un silenzio ben più intenso degli «urli»
che ci giungono dalla Sinistra. In questo silenzio dello sfondo, neutro
e spaventoso, accadono fenomeni
di una vera e propria follia
collettiva, ossia di un odio in qualche modo codificato che è ben
difficile descrivere. E l’odio razzista - che non è poi che l’aspetto
esterno della profonda aberrazione di ogni conservazione e di ogni fascismo.
È un odio che non ha nessuna ragione di esistere. Anzi, non esiste.
Chi ne è affetto crede di provarlo, in realtà «non
può» provarlo. Come e perché potrebbe, infatti; un
bianco povero odiare un negro? Eppure sono proprio i bianchi poveri di
tutto il Sud che, in pratica, vivono di questo odio. Esso nasce da una
falsa idea di sé e quindi della realtà: è quindi falso
esso stesso, è un sentimento completamente alienato e irriconoscibile.
Di questa forma della vita, il risultato ultimo e più tragico è
l’invendicato assassinio di Kennedy, caso di quella guerra civile che non
scoppia, ma che tuttavia si combatte dentro le anime degli americani.
Il parlare sempre e soltanto,
a proposito dell’America, di neocapitalismo e di rivoluzione tecnologica,
mi appare quindi parziale e fazioso. Sembra assurdo, ma è proprio
a proposito dell’America che acquista strano e violento significato il
problema del sottosviluppo e della miseria. È ben presente a tutti,
infatti, che questi sono gli anni in cui il mondo contadino di tutta la
terra - il Terzo Mondo - si sta affacciando alla storia (con un piede nella
preistoria): e lo scandalo è che dopo i sia pur grandiosi episodi
della rivolta algerina e della rivolta cubana, il centro della lotta per
la rivoluzione del Terzo Mondo è proprio l’America. Il problema
negro, unito in modo così contorto e inestricabile a quello dei
«bianchi poveri» (in numero enorme, superiore a quello che
noi crediamo), è un problema del Terzo Mondo. E se ciò è
scandaloso per la coscienza operaistica dei partiti comunisti europei lo
è ancora di più per la coscienza capitalistica americana,
che si crede oggettivamente sulla strada sgombra del progresso tecnico
e dell’opulenza economica. Non si cesserà mai dunque di misurare
abbastanza, in tutti i sensi, la portata del problema negro. Perché,
ripeto, ad esso si connette, in modo follemente
contraddittorio, quello
dei bianchi poveri, o ex poveri. Non sono infatti bastate due o tre generazioni
per trasformare fino in fondo la psicologia delle enormi masse di immigrati.
Questi (l’ho visto bene nel quartiere italiano) mantengono prima di tutto
un atteggiamento di venerazione per il paese che li ha ospitati, e, ora
che ne sono cittadini, per le sue istituzioni Sono ancora dei figli, dei
figli o troppo obbedienti o disperati. In secondo luogo hanno portato con
sé, e hanno conservato dentro, quella che è la caratteristica
principale dei contadini delle aree sottosviluppate - in qualche modo preistoriche
- che il De Martino definisce «paura di perdere la presenza».
Sono questi i fondamenti del razzismo fascista popolare.
Non si sarà mai detto
abbastanza quanto gli americani siano diversi uno dall’altro, per le loro
diverse origini povere.
È forse per questo
che essi desiderano così disperatamente essere uguali uno all’altro:
e se essi fondano il loro anticomunismo sul fatto che il comunismo opererebbe
un livellamento degli individui, è perché essi desiderano
anzitutto e disperatamente di essere livellati. Per dimenticare, appunto,
le proprie origini diverse e inferiori, che li differenziano come dei marchi.
Ogni americano ha impresso nel viso un marchio indelebile. L’immagine di
un italiano, o di un francese, o di un inglese, o di un tedesco medio,
è concepibile, e addirittura rappresentabile. L’immagine di un americano
medio è assolutamente inconcepibile e irrappresentabile. È
questa la cosa che forse mi ha più riempito di stupore in America.
Non si fa altro che parlare di «americano medio», e poi questo
«americano medio», fisicamente, materialmente, visivamente
non esiste! Come riassumere in un «tipo» unico tutti i tipi
– straordinari - che girano per Manhattan? Come sintetizzare in una faccia
sola, la faccia tesa dell’anglosassone, quella matta dell’irlandese, quella
triste dell’italiano, quella pallida del greco, quella selvaggia del portoricano,
quella nevrotica del tedesco, quella buffa del cinese, quella adorabile
del negro...
È dunque la «paura
di perdere la presenza» e lo snobismo della neo-cittadinanza che
impediscono all’americano - questa strana mescolanza, in concreto, di sottoproletario
e di borghese profondamente e onestamente chiuso nel proprio lealismo borghese
- di riflettere sull’idea che egli ha di sé. Che resta dunque «falsa»,
come in ogni ambiente alienante di industrializzazione totale.
Ho provato infatti a chiedere
a degli americani, tutti quelli a cui ho potuto, se sapessero che cosa
è il razzismo (domanda che implica appunto e particolarmente, una
rifiessione sull’idea di sé). Nessuno ha saputo rispondere. Eccettuati
alcuni giovani registi indipendenti, che, conoscendo con più amore
l’Europa, avevano qualche idea del marxismo, tutti gli altri ricorrevano
a ontologie incredibilmente ingenue. (C’era soio qualche esatta spiegazione
di tipo psicanalitico, che però toccava solo un lato del problema,
o, meglio, le condizioni umane per cui il problema può porsi).
Insomma la nota per me più
violenta, drammatica e definitoria della «qualità di vita
americana» è una caratteristica negativa: la mancanza della
coscienza di classe, immediato effetto, appunto, dell’idea falsa di sé
di ogni individuo immesso, quasi per concessione o per grazia, nell’ambito
dei privilegi piccolo-borghesi del benessere industriale e della potenza
statale.
Ma ci sono, in questo, delle
forti contraddizioni (che non sono certamente il primo a rilevare!): per
esempio, la forza straripante del sindacalismo: che si manifesta in scioperi
incredibilmente efficienti e grandiosi: dove non si capisce come non prenda
forma stabile una coscienza di classe, mentre è ben chiaro, per
noi; che quegli scioperi così ben organizzati, così ferreamente
compatti, non significano altro che la rivendicazione degli sfruttati contro
gli sfruttatori.
La straordinaria novità
(per un europeo come me) è che la coscienza di classe, invece, albeggia
negli americani in situazioni del tutto nuove e quasi scandalose per il
marxismo.
La coscienza di classe,
per farsi strada nella testa di un americano, ha bisogno di un lungo cammino
contorto, di un’operazione immensamente complessa: ha bisogno cioè
della mediazione dell’idealismo, diciamo pure borghese o piccolo-borghese,
che in ogni americano dà il senso alla intera vita, e da cui egli
non può assolutamente prescindere. Là lo chiamano spiritualismo.
Ma sia idealismo nella nostra accezione, che spiritualismo nella loro,
sono due parole ambigue e inesatte. Si tratta forse, meglio, di moralismo
(di origine anglosassone e adottato ingenuamente dagli altri americani)
che domina e modella tutti ifatti della vita: e che, in letteratura, per
esempio, anche quella media e corrente, è esattamente il contrario
del realismo: gli americani hanno sempre bisogno, in arte, di idealizzare
(anche e soprattutto al livello del gusto medio: per esempio le rappresentazioni
«illustrative» della loro vita e delle loro città, mettiamo
nei films medio brutti, sono forme di un immedicabile bisogno di idealizzazione).
Dunque, anziché negli
scioperi o nelle altre forme di lotta di classe, la coscienza della propria
realtà sociale albeggia nelle manifestazioni pacifiste e non violente,
dominate, appunto, da un intelligente spiritualismo. Che è del resto,
oggettivamente, almeno per me, un fatto stupendo, che mi ha fatto innamorare
dell’America. È la visione del mondo di persone giunte, attraverso
strade che noi consideriamo sbagliate - ma che invece sono storicamente
quello che sono, cioè giuste - alla maturazione di una idea di sé
come semplice cittadino (forse come gli ateniesi o i romani?), possessore
di una nozione onesta e profonda della democrazia (spinta a forme quasi
mistiche, rivoluzionarie, abbiamo detto, in certi esponenti dello Sncc
o dell’Sds). Insomma, per giungere a una coscienza non solo formalmente
democratica di sé e della società, l’americano veramente
libero ha avuto bisogno di passare attraverso il calvario dei Negri e di
condividerlo (e ora attraverso il calvario del Viet Nam). Solo oggi, da
pochi anni, direi da pochi mesi, cioè dopo il riconoscimento almeno
formale dei Diritti Civili dei Negri, si è cominciato a capire che
la questione dei Negri è al suo inizio, e che è una questione
sociale, e non di mero spiritualismo democratico e di codice di civiltà.
Il vuoto, immenso, che si
apre come una voragine nei singoli americani e nell’insieme della società
americana - ossia la mancanza di una cultura marxista - come ogni vuoto,
pretende violentemente di essere riempito. È riempito, così,
da questo spiritualismo che dicevo, che fattosi prima radicalismo democratico
rivoluzionario è percorso ora da una nuova coscienza sociale, che
non accettando il marxismo ancora esplicitamente, si presenta come totale
contestazione e disperazione anarchica.
È da ciò,
non da altro, che nasce l’Altra America. È da ciò, non da
altro, che si formano le premesse di un possibile Terzo Partito Americano
(di cui si parla con grande e ingenua circospezione, come di qualcosa di
scandalosamente dissacratorio o con speranza o con ostilità: è
accaduto, per esempio, che nelle due o tre città dove - sempre per
opera dei movimenti studenteschi di cui dicevo - una forma embrionale di
questo partito si è presentato alle elezioni, non solo è
stato sconfitto, ma ha causato anche la sconfitta dei moderati in favore
dei razzisti).
Ora io vivo in una società
appena uscita dalla miseria, e aggrappata superstiziosamente a quel po’
di benessere che ha raggiunto, come a uno stato stabile: portando in questo
nuovo corso della sua storia un buon senso, che poteva andar bene in mezzo
ai campi, alle greggi o nei negozietti artigiani: ma che si rivela, invece
stupido, vile e meschino oggi, nel nostro mondo. Una società irredimibile,
irrimediabilmente borghese senza tradizioni rivoluzionarie neanche liberali.
Il mondo della cultura - in cui io vivo per una vocazione letteraria, che
si rivela ogni giorno più estranea a tale società e a tale
mondo - è il luogo deputato della stupidità, della viltà
e della meschinità. Non posso accettare nulla del mondo dove vivo:
non solo gli apparati del centralismo statale - burocrazia, magistratura,
esercito, scuola, e il resto -, ma nemmeno le sue minoranze colte. Nella
fattispecie sono assolutamente estraneo al momento della cultura attuale.
Sono sordo all’eversione puramente verbale delle istituzioni dello establishment,
che non dicono nulla su chi le opera, e sono sordo al revanscismo puristico
e neo-letterario. Diciamolo pure, sono rimasto isolato, a ingiallire con
me stesso e la mia ripugnanza a parlare sia di impegno che di disimpegno.
Non posso così non essermi innamorato della cultura americana, e
non aver intravisto, in seno ad essa, una ragione letteraria piena di novità:
un nuovo tempo della Resistenza, insisto a dire, che però è
privo del tutto di quel certo spirito risorgimentale e come dire, classicheggiante,
che - visto da oggi - immiserisce un poco la Resistenza europea (le cui
speranze erano del resto contenute nell’ambito delle prospettive marxiste
di quegli anni, che poi si sono rivelate anguste e convenzionali). Ciò
che si richiede a un letterato americano «non integrato», è
tutto se stesso, una sincerità totale. Era dai vecchi tempi di Machado,
che non facevo una lettura fraterna come quella di Ginsberg. E non è
stato meraviglioso il passaggio di Kerouac ubriaco per l’Italia, a suscitare
l’ironia, la noia, la disapprovazione degli stupidi letterati e dei meschini
giornalisti italiani? Gli intellettuali americani della Nuova Sinistra
(poiché dove si lotta c’è sempre una ghitarra e un uomo che
canta) sembrano fare proprio ciò che dice il verso di un innocente
canto della Resistenza negra: «Bisogna gettare il proprio corpo nella
lotta».
Ecco il nuovo motto di un
impegno, reale, e non noiosamente moralistico: gettare il proprio corpo
nella lotta... Chi c’è, in Italia, in Europa, che scrive spinto
da tanta e così disperata forza di contestazione? Che sente questa
necessità di opporsi, come una necessità originaria, credendola
nuova nella storia, assolutamente significativa, e piena insieme di morte
e di futuro?
|
. |
.
|