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Libri Il petrolio delle stragi.
* * * L'eresia di scrivere la parola petrolio di Tommaso Di Francesco Benzina, 1,369 euro al litro, oil 74 dollari al barile forse verso i cento... Ma non pensiamo all'aritmetica del petrolio. È che restiamo invischiati nella densità e viscosità della parola, fino alla rinuncia del racconto. Perché il petrolio è il contenuto della realtà, forma del potere. «Il petrolio delle stragi» di Gianni D'Elia (Effigie edizioni) ce lo ricorda in questi giorni, nell'approfondimento di quanto la scrittura pasoliniana abbia anticipato, come una concreta profezia perfino accadimenti della storia che stava per accadere. Come il massacro di Bologna del 1980 e, sempre con il poema in prosa Petrolio, sia stato lo scavo tutto da esplorare delle trame governative, delle vite macchiate dei cavalieri di imperi chimici, dei delitti di stato. Il petrolio è passato, presente e futuro. Lungo i delta dei fiumi africani i popoli si fanno a pezzi istruiti e armati dalle Corporation che allungano oleodotti, unica e corrotta vena dei continenti. Perché non troviamo ascolto negli appetiti nazionali quando gridiamo che è nella porziuncola dell'Eni che i militari italiani si sono acquartierati nell'Iraq in fiamme? E quanto poi potrà pesare, qui subito, ora, che un piccolo popolo indio prendendo in mano il proprio destino e il metano, abbia iniziato in Bolivia una rivolta pulita? «Rimpiango la rivoluzione pura e diretta - scriveva Pasolini - della gente oppressa che ha il solo scopo di farsi libera e padrona di se stessa... della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone...».Sapere e non contare. Sapere l'estensione della soperchieria del berlusconismo che non è finito. E dove è cominciato? Quel «misto di partecipazione al potere, trasformismo, cinismo del sistema», fino alla criminalità e alla commissione stragi. Il Potere è criminale, l'opposizione spesso sa ma tace, il dissidente paga con la solitudine e l'umiliazione. Perché l'eresia del manifesto e di Luigi Pintor non è mai andata d'accordo con quella di Pier Paolo Pasolini? Forse perché a noi, in povertà, fin qui è toccato il peso della parola quotidiana, l'astrazione della realtà in codici d'uso; a lui al contrario la realtà dell'astrazione nella misura del verso ma tentando ogni volta come l'inchiesta per un delitto. Un delitto che c'era e sempre ci sarà. È ancora un pozzo quello della parola scritta, tutto da scavare. Perché, scriveva Pintor, «contro la regressione della quale siamo parte, noi ritroviamo noi stessi». La condizione è scendere all'inferno. L’omicidio di Pier Paolo Pasolini e il cuore di tenebra dell’Italia di Flavio Santi La notte del 2 novembre 1975
all’Idroscalo di Ostia Pier Paolo Pasolini, attirato in un agguato, fu
massacrato da una banda di sicari siciliani perché conosceva il
nome del mandante dell’omicidio di Enrico Mattei. Lo conoscevano anche
il giornalista del quotidiano L’Ora Mauro De Mauro, sparito nel nulla il
16 settembre 1970, e il giudice Pietro Scaglione, che su De Mauro indagava.
Il mandante era il successore di Mattei all’Eni, Eugenio Cefis, temutissimo
e vorace uomo di potere, futuro presidente dell’Eni e poi della Montedison,
coetaneo di Pasolini e suo corregionale (era di Cividale del Friuli), morto
nel 2004.
«Troya (il nome romanzato di Cefis) sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti)».Le fonti di Pasolini erano molteplici. Innanzi tutto un libro scottante, fatto subito sparire: Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente di tale Giorgio Steimetz (presumibilmente pseudonimo di Corrado Ragozzino, titolare dell’Agenzia Milano informazioni, che stampò il volume, oggi introvabile). Pasolini lo parafrasa costantemente; basti pensare alle società amministrate da Troya/Cefis: la reale “Iniziative Partecipazioni Immobiliari” è trasfigurata in “Immobiliari e Partecipazioni”, “DA. MA” in “Am. Da”, “System-Italia” in “Pattern italiana”. L’altra fonte fondamentale, questa volta orale, è il senatore democristiano Graziano Verzotto, presidente dell’Ente minerario siciliano, cui l’Eni di Cefis aveva impedito la costruzione di un metanodotto tra l’Africa e la Sicilia. Legami pericolosi, di cui Pasolini era ben conscio, tanto da dire nell’ultima intervista a Furio Colombo, uscita postuma l’8 novembre 1975: «Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona [...] continuo a dire che siamo tutti in pericolo».Verzotto riuscì a sfuggire a un attentato nel 1975 (tetra coincidenza), e così affermò all’epoca il suo legale Ludovico Corrao: «Siamo convinti di trovarci al centro di una congiura spietata, con obiettivi di giustizia sommaria». La stessa al cui centro si trovò Pasolini (si pensi, a riprova del tutto, che De Mauro venne eliminato per molto meno). Delle dinamiche che avevano portato all’agguato in cui cadde Pasolini si sono già occupati con dovizia di particolari Gianni Borgna e Carlo Lucarelli nel numero di Micromega dedicato a Pasolini (n. 6, 2005), e D’Elia non manca di tornarci: il furto delle pizze del film Salò e la relativa promessa di restituzione furono la trappola che attirò il poeta fino a Ostia. Lì la carneficina. Il “concorso di terzi” era risultato così evidente dalla perizia del professor Durante e da altre incongruenze da essere subito riconosciuto nel primo grado di giudizio - e poi inspiegabilmente respinto in seguito. E comunque nel maggio 2005 Pino Pelosi, ritrattando, lo ammise. Dunque i tasselli pian piano stanno tornando; ne mancava uno, il più delicato, incerto e pericoloso: il motivo. D’Elia raccoglie una serie di elementi estremamente probanti, che se non sono il suggello - questo spetterà alla giustizia: a questo punto parrebbe doverosa la riapertura del caso e l’acquisizione del libro di D’Elia agli atti - sono comunque un passo in avanti decisivo per uno dei casi più scandalosi di depistaggio nella storia d’Italia. Questo il quadro d’insieme, poi ci sono tanti singoli punti che non tornano, e non fanno che rafforzare i sospetti: che dire, ad esempio, del paragrafo, a quanto pare risolutivo, “Lampi sull’Eni”, dato da Pasolini per già scritto in un passaggio del romanzo, e invece mancante? Venne trafugato? Secondo la testimonianza di Guido Mazzon, cugino del poeta, sì, e fu Graziella Chiarcossi, nipote ed erede di Pasolini, a dirglielo («sono venuti i ladri, hanno rubato della roba, gioielli e carte di Pier Paolo»). Di recente la Chiarcossi si è affrettata a smentire il tutto e ribadire, con singolare insistenza, che di Petrolio non manca una virgola. Perché tanta sollecitudine? Dal libro di D’Elia esce il ritratto di un’Italia ignobile, che mente su se stessa, si autoassolve, corrompe e falsifica. Il primo danneggiato è il cittadino, che a tutt’oggi non ha un quadro nitido degli anni di piombo e delle stragi di massa. Così, per concludere, facciamo nostra la richiesta dell’autore: che il prossimo governo abolisca finalmente il segreto di Stato per i reati di strage e di terrorismo. Vedi anche, in "Pagine corsare":
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