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Libri "Apparve Pasolini e
fu un trauma"
Kafka, fugacemente apparso nella recensione a Buzzati, riappare poco dopo, durante gli anni della guerra civile, come una (ri)scoperta generazionale, evocata da uno dei protagonisti dei Sognatori. L’amore o l’induzione alla critica cinematografica, letteraria, poteva essere il frutto di discussioni con specifici avventori del Contarena: «il regista Chiarcossi», e poi «Arturo Manzano, uno dei critici d’arte più bravi d’Italia, Lino Pilotti competentissimo di teatro, Gian Giacomo Menon con il suo grande talento seminascosto». Tra le poche cartoline conservate nell’archivio di famiglia, ce n’è una (del febbraio 1943) che testimonia del rapporto di Sergio anche con Gianfranco D’Aronco (personaggio di rilievo nel panorama culturale friulano che si sarebbe formato nel secondo dopoguerra). Sergio avrebbe ripetutamente dichiarato il proprio debito, regionalmente ovvio più che obbligato, con Svevo. Ma ci sarebbe stato ancora altro di regionalmente obbligante (anzi, provocante). «Comparve, anche in una di quelle estati piene di speranza, Pier Paolo Pasolini. Veniva da Casarsa in bicicletta. Fu un piccolo trauma per la nostra cultura. Pier Paolo mi suggerì letture fondamentali, la sua pazienza e la sua intelligenza erano infinite». Fu dunque Pasolini a determinare un salto di qualità letteraria in quel gruppo e, in esso, in particolare di Sergio (di cui criticava la severità delle recensioni cinematografiche). Il rapporto tra i due fu agevole, immediato. «Pier Paolo possedeva un istinto rabdomantico per cosa valesse la pena di leggere. Mi fece scoprire il Wilhelm Meister di Goethe, e Choderlos de Laclos, appunto. Diceva che L’educazione sentimentale era meglio di Madame Bovary, e che il più valido Radiguet non era quello del Diavolo in corpo ma del Conte d’Orgel. Vivevamo in una provincia appartata, povera di strumenti culturali, ma lui sapeva; aveva qualcosa del rabbi, del maestro, nulla gli sfuggiva. Conosceva già de Saussure, e allorché ci fu l’avvento dello strutturalismo negli anni Sessanta, era perfettamente preparato a riceverlo». Maldini ricambiava le visite andando a sua volta a Casarsa in bicicletta, a dormire su pagliericci di foglie, a parlare di letteratura e film. «Ho finito stamattina il tuo libro (La donna ambiziosa)» gli scriveva Pasolini pochi mesi dopo la conclusione della guerra; «per parlartene dovrei lasciar passare un anno, almeno, per vedere la resistenza della tua pagina nella mia memoria. Però una certa pratica di lettore mi fa avere delle previsioni ottimistiche». Non erano complimenti obbligati dalle buone maniere; Pasolini scendeva in dettagli: coglieva nelle pagine di quei Racconti di Sergio «una certa influenza americana che era sospesa nell’aria due o tre anni fa», e con essa «un tritume indefinito di influenze disparate (i cui nomi puoi dirti da solo)», ma tra cui spiccava un «abbandono alla memoria proustiana», un «leopardiano-cardelliano nitore d’espressione». Influenze, tutte, «di cui» suggeriva drasticamente all’amico, «ti consiglierei di liberarti subito, insieme con le pagine poetico-allegoriche». Nel merito della raccolta apprezzava in alcuni racconti «quella quiete che ti consente di condurre di pari passo il racconto e la forma. Anzi ne risulta un lavoro così semplicemente cesellato, così leggero, che raggiunge la naturalezza imparziale della narrativa vera. Quando ti sarai liberato di quelle coserelle che ti dicevo (e anche di certi paesaggi troppo molli, troppo pervasi dal sentimento fisico dei personaggi), io vedrò, senza più alcuna riserva, in te uno dei migliori scrittori in prosa d’ora, che, se non avrà estremi approfondimenti psicologici, saprà cogliere esattamente la media delle sensazioni di un personaggio eccezionale (tu) e i suoi legami con il nostro mondo comune». Il viatico non poteva essere più lusinghiero. E naturalmente apriva a discussioni quasi senza più termine. La corrispondenza epistolare tra i due, per quanto ancora monca di quella di Maldini diretta a Pasolini, consiste comunque di ricostruire agevolmente i contenuti (non solamente relativi alla puntuale lettura pasoliniana della Donna ambiziosa). «Ho letto con grande interesse la tua lettera a puntate» tornava a scrivere poco dopo Pasolini a Sergio. «Mi compiaccio col tuo spirito critico: tutto quello che potevi cogliere nelle mie poesie l’hai colto. Esse non sono che un minimo frammento di un mio lavoro quotidiano, in cui non vien meno nemmeno per un’ora il senso dell’infinità che è in me, e della sproporzione tra la mia esperienza e ogni altra cosa del mondo». Sergio aveva dunque avuto e letto e letto bene le poesie di Pasolini, I pianti (che poco dopo, al momento della loro edizione, avrebbe splendidamente recensito), ed era tornato sulle osservazioni che Pier Paolo aveva fatto alla raccolta dei Racconti, obbligandolo a ulteriori precisazioni: «Per quel che riguarda il tuo libro, forse per una specie di pudore, nell’altra lettera non ti ho fatto abbastanza capire che io lo considero senz’altro positivo; che lo considero un’ottima preparazione per un futuro romanzo, e, nello stesso tempo, una lettura già completa e soddisfacente. Ti ripeto, è molto che non leggo della prosa narrativa contemporanea con tanto interesse». Il rapporto dunque s’era stabilito solidamente. Avrebbe avuto un seguito di ulteriori confronti letterari, e di confidenze. Sergio infatti trascurava gli esami universitari ma non l’attività giornalistica. In questi primi mesi del dopoguerra sarebbe stato il foglio udinese Libertà (poi Messaggero Veneto) a ospitare i suoi racconti. Spiccano, tra i più importanti, l’insistita nostalgia d’un ipotizzato rapporto sentimentale mai vissuto dalla protagonista nelle (ovvie) Occasioni perdute; l’utopia immota riscattata solo dalla realtà della morte nella Città magica; soprattutto la consumazione d’una vocazione religiosa ineludibilmente corrosa dalla banalità quotidiana, espressa con ben maggior forza narrativa in Un prete scontento, che (a maggior ragione per la data di pubblicazione dall’intento non dissimulatamente provocatorio: la Domenica delle palme) dovette suscitare qualche reazione, registrata ancora mesi dopo dallo stesso Pasolini: «Vorrei scriverti più a lungo – simpatico reazionario, autore, fra l’altro, di un bruttissimo elzeviro intitolato “Un prete scontento”, che ha rischiato di procurarti una giusta scomunica – ma mio padre ha già riempito i piatti di tagliatelle e non sopporta che io tardi ad andare a elogiare le sue virtù». Pasolini continuava dunque
a leggere i racconti di Sergio, financo le due semplici recensioni cinematografiche,
correggendone anzi la severità, come nel caso di quella al Segno
di Zorro di Mamoulian, che aveva visto Sergio maramaldeggiare agevolmente,
a frequentarlo, a proporre in continuazione incontri, a confidargli la
propria distanza emotiva da Udine («la più deprimente città
del mondo»; «mi fai pena in quella disgraziata Udine). A rivolgerglisi
infine, come amico vero, nel momento dello scandalo della propria omosessualità.
Omosessualità che Sergio, nell’immediato dopoguerra, nei momenti
delle prime, caute conversazioni amichevoli di Pier Paolo sul «mistero
nella mia vita che mi angoscia profondamente», non era riuscito a
forzare nella confidenza («Mi disse: «Tu Sergio non sai qual
è il segreto della mia vita». «Un giorno sembrava sul
punto di svelarmi un grande segreto, ma poi tacque»), attribuendo
piuttosto quel «mistero» e quell’«angoscia» al
più recente dramma dell’assassinio a Porzus del fratello Guido per
mano dei partigiani comunisti. «Un’“educazione sentimentale”
insostituibile», avrebbe ricordato Sergio nelle proprie Notizie
biografiche.
Sergio Maldini, giornalista, scrittore ( Firenze 1923 - Udine 2 luglio 1998). Si è laureato in giurisprudenza a Bologna ma ha sempre svolto attività giornalistica. Premio Hemingway 1953 per il romanzo I sognatori e Premio Campiello 1992 per il romanzo La casa a nord-est entrambi ambientati in Friuli.
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