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Saggistica - Libri su Pasolini C’era una volta Pasolini
. “Potrò
mai più con pura passione operare, se so che la nostra storia e
finita?” Poeta, scrittore, regista di un cinema irripetibile - “Le ceneri
di Gramsci”, “Ragazzi di vita”, “Accattone”, “Salò” - e infine polemista
con gli “Scritti corsari”, dove disse della “mutazione” antropologica cui
andava incontro la società italiana, chiedendo infine un “processo”
per la classe dirigente del Paese, che lui chiamava “il Palazzo”.
Pier Paolo Pasolini (1922-1975), del quale ricorrono i trent’anni dalla scomparsa, mostra intatta ancora oggi la realtà della propria assenza. La perdita della passione intellettuale. “Si applaudono soltanto i luoghi comuni, mentre sarebbe il caso di coltivare l’atrocità del dubbio,” dirà ai ragazzi durante un dibattito sulla terrazza del Pincio poco prima del 2 novembre 1975, quando, all’Idroscalo di Ostia, venne spietatamente assassinato. Come siano andate realmente le cose, è uno dei tanti, inestricabili, misteri italiani. Da affiancare alle stragi impunite. O da ritenere un delitto “omosessuale”. Non per questo meno “politico”. “L’immagine più bella di Pasolini è quella dell’umile Italia, del popolo innocente e percosso, affamato di storia,” scriverà Paolo Volponi. Dov’eravamo, ma soprattutto cosa eravamo quella notte di novembre di trent’anni fa? Per molti, i ricordi sono rimasti intatti. Questo libro di Fulvio Abbate, che nel 1992 aveva già dedicato a Pasolini il romanzo “Oggi è un secolo”, torna adesso a interrogarsi sulla memoria e l’eredità di un grande poeta “civile”, andate, forse, disperse insieme al suo mondo, al suo coraggio politico. Come in un “documentario”. * * * Manifesto pro P.P. Pasolini
Questa non è una recensione, bensì uno spot a favore di uno strepitoso documentario, che poi sarebbe un libro reperibile in edicola, oppure se in edicola fosse terminato, ordinandolo all’Unità. Questo è pertanto uno spot spontaneo dal Domenicale per far guadagnare l’Unità. Il libro si intitola C’era una volta Pier Paolo Pasolini (L’Unità, Nuova Iniziativa Editoriale, pp.157, euro 5,90; per richieste tel. 06/696461), l’autore è Fulvio Abbate, il quale essendo uno scrittore, autore tra l’altro del bellissimo Teledurruti (romanzo e trasmissione televisiva), zitto zitto, en passant, ha scritto uno dei più bei libri su Pasolini degli ultimi anni, parlando e non parlando di Pasolini, parlandone quindi molto di più di chi scrive un testo isolandolo dal contesto, e scrivendo molto meglio di tutti gli altri, altro che documentario. Il miglior modo per carpire il centro delle cose è girarci intorno, scomporre le atmosfere, le sensazioni, i luoghi, gli uomini, le immagini, e Fulvio Abbate, in questo, è un maestro. Al principio c’è quella data, il 3 novembre del 1975, quando sui giornali viene data la notizia dell’assassinio di Pier Paolo, che però è anche la data della prima apparizione di un nudo femminile in televisione, una pescatrice di perle polinesiana che nuota sott’acqua e, forse per distrazione di un funzionario Rai, attraversa indisturbata gli schermi della televisione tardo-democristiana. E poi dei quartieri di Roma, del Quarticciolo o della Tuscolana, dove si spalanca un cielo «il più grande fra tutti i cieli mai visti nel Vecchio Continente, il più esteso, il più concavo, il più luminoso», dove è situata Cinecittà e Pier Paolo che gira i suoi film mentre Leonetti gli dice «Ma Pier Paolo, quand’è che la smetti e torni a scrivere i tuoi libri?». O anche Totò, sul set di Uccellacci e uccellini, che durante le riprese prendeva in disparte il produttore per dirgli «È molto intelligente, speriamo abbia ragione, ma che cazzo di film verrà fuori?». C’è poi il quartiere Donna Olimpia, dove abitava Pier Paolo, e un pensiero-meteorite su un uomo, ufficiale del regio esercito, che durante il fascismo era preposto all’ordine e pare agguantò la mano dell’attentatore del Duce deviando i colpi e salvando Mussolini, e forse era proprio lui, Carlo Alberto Pasolini, il padre di Pier Paolo. Ma qui si parla anche di molti incontri, quello per esempio con Jacovitti: «Di sicuro in certi momenti Jacovitti ha scelto per vicino di casa il nichilismo dell’uomo qualunque sotto il torchietto, trovando però il tempo di far marciare Pippo, Pertica e Palla (suoi antichi eroi) sotto gli stendardi dei Comitati Civici Gedda e poi la Dc Dorotea, andreottiana e forlaniana degli anni Settanta». Jacovitti, per Abbate per niente surrealista, perché «nel surrealismo si giura fedeltà al sogno, si crede nell’al di là della realtà, mentre il mondo di Jac, pur se immateriale, perché fatto di segni e colori, non ambisce affatto alla trascendenza, ma aspira, con quel repertorio da Metafisica parodiata saccheggiando la vecchia dispensa (salame, verme, gomitolo, vespa, lisca, osso) soltanto a centuplicare il rumore del vuoto quotidiano». C’è un magnifico ritratto di Laura Betti, «la donna, la moglie, sì, la moglie legittima e ufficiale, e dunque la vedova, di Pasolini», che per esempio usava parole come “sborra” o “pompino” anche di fronte a un cardinale, e chiamava le lesbiche “ditone”, e alla quale un giorno Totò, proprio lui, sciorinò una splendida teoria del cazzo, secondo cui «l’uomo al cazzo ci tiene, se lo intalca, se lo profuma, apparentemente dice di no, e invece ci tiene molto; dunque la donna, prima di praticare il pompino è giusto che si lavi i denti, e poi si passi una fettina di limone sulle labbra». Questo libro di Abbate, di cui, essendo un documentario, sto facendo uno spot, è un palpitante movimento a più centri, più punti focali, con strade e viottoli che s’intersecano nel ricordo, lo scompaginano e lo ricompongono. Si parla di Bernardo Bertolucci, di Ultimo tango a Parigi, e di Ultimo tango a Zagarol di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, incontrati dall’autore e adorati da Pier Paolo. «Sono trascorsi più di trent’anni», scrive Fulvio, «e se provo a mettere accanto, per uno spareggio epocale, il primo piano della faccia di Franco Franchi mentre spalma del burro su un semplice panino, e lo stesso simbolo del burro, o giù di lì, in mano a Brando, davvero non sai chi dei due porterà a casa la coppa del tempo, la vittoria che in definitiva più conta». Ci si trova così, in questo zibaldone d’immagini e percezioni e pensieri messo su da Abbate, davanti a Nico Naldini, il cugino di Pierpaolo, («Sostiene Naldini che la chiave per comprendere la frequentazione fra Pasolini e Betti deve essere ricercata nel masochismo del primo. La morte»), e poi perfino a riflettere sulle lapidi al bordo delle strade, cimiteri paralleli e più pubblici dei cimiteri reali: «Se la tomba è necessaria alle lacrime, la lapide in strada, sia pure nel rimpianto intatto, pretende gli occhi asciutti, mostra un dolore che pretende qualcosa di ‘civile’, è un necrologio che non finisce al macero insieme al giornale dov’è stampato». E poi la morte di Pasolini, le ultime poco convincenti rivelazioni di Pino Pelosi, ancora le ipotesi dietrologiche e complottologiche, ma anche quelle degli amici Dario Bellezza e Sandro Penna, perché «le cose più sagge ora che ci penso, le cose più sagge sull’assassinio di Pasolini in fondo le hanno dette i suoi amici omosessuali, quelli che sapevano cosa volesse dire ‘andare a battere’». Per Dario, pertanto, una morte che ha a che fare con il mistero, perché «togliere a Pasolini questa morte tutta sua significa dunque violarlo lì dove lui gelosamente custodiva il suo segreto, il suo dolce e feroce sadomasochismo», dove allora «c’è da indagare più il suo lato Freud, piuttosto che il suo lato Marx». Penna è ancora più tranchant: «tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino». E infine, tra le molte immagini di un documentario d’autore fatto di molte suggestioni, il troppo vituperato monumento realizzato da Mario Rosati all’Idroscalo di Ostia, visto da Fulvio Abbate con uno sguardo diverso, lo sguardo della poesia e della memoria umana e civile: «Il mare periodicamente spolpa il cemento, fino a mostrare i ferri dell’armatura interna, e anche la salsedine compie la sua parte, eppure quel monumento resiste, ed è anche nella sua fragilità, nella sua evidente provvisorietà e inadeguatezza estetica e poetica che ne risiede il segreto, il suo valore testimoniale. Qualcosa che il monumento in pietra realizzato da Pietro Consagra in piazza Anco Marzio, poco distante dal lungomare Duca degli Abruzzi, non potrà, paradossalmente, mai eguagliare». Questa non è una recensione, ma uno spot gratuito perché chi non l’ha ancora fatto compri in edicola o ordini all’Unità C’era una volta Pasolini, e perché Gian Arturo Ferrari o Elisabetta Sgarbi lo ricomprino, strapaghino l’autore, e aggiungano al loro catalogo uno dei documentari più antiretorici, appassionati e poetici scritti su Pier Paolo Pasolini. Perché altrimenti, come disse Pier Paolo ai ragazzi della Federazione giovanile comunista italiana del Pincio, «si applaudono soltanto i luoghi comuni».
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