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Libri Pasolini, una vita
violentata
Esaminando una quantità
eccezionale di rarissimi documenti d’epoca e disseppellendo dagli archivi
gli scritti (grondanti odio e disprezzo per l’uomo ancor prima che per
l’opera) di rispettabili “mostri sacri” della cultura di casa nostra, Franco
Grattarola getta una luca nuova su un capitolo rilevantissimo ma in gran
parte rimosso della Storia d’Italia. Dimostrando al di là di ogni
dubbio come la colpa inescusabile imputata a Pier Paolo pasolini consistesse
solo e soltanto nella sua irriducibile alterità. Nel suo essere
omosessuale. Nel suo avere addosso quella “diversità che mi fece
stupendo” [dalla quarta di copertina del libro].
[…] il Tenente Colonnello dei Carabinieri Giulio Fabi presenta una denuncia alla magistratura veneziana, per i reati di turpiloquio e di atti osceni, nei confronti del regista e del produttore di Mamma Roma. «Ho visto la pellicola di Pasolini - dichiara scandalizzato alla stampa l’ufficiale dell’Arma - la sera in cui è stata proiettata al pubblico del Palazzo del Cinema. Ho immediatamente ritenuto che si trattava di qualche cosa di contrario al Codice Penale, non di una manifestazione artistica. Ho trovato il film turpe e osceno e quindi ho ritenuto mio dovere inoltrare un rapporto-denuncia contro l’autore dello stesso. Mi risulta che l’Autorità Giudiziaria, alla quale spetta ora la parola, ha già visionato il film. La denuncia da parte mia è di turpiloquio e di atti osceni. Se poi la Magistratura rileverà nella pellicola altri reati, potrà denunciare ulteriormente Pasolini. Se il Giudice dovesse condannare in un giudizio per direttissima il denunciato per entrambi i reati descritti nel mio rapporto-denuncia, la condanna dovrebbe peraltro aggirarsi solo intorno ai sei mesi di reclusione».
Scandalo nello scandalo, è considerata, infine, la presenza, sacrilega più che imbarazzante («da Gabriele d’Annunzio siamo passati a Pasolini e a Franco Citti», chiosa nostalgico il conte Sarazani), della cosiddetta razza dei «pasolinidi» ad un evento di elegante mondanità quale la Mostra del Cinema di Venezia. «I fratelli Sergio e Franco Citti, ex-ragazzi di vita - segnala un arguto trafiletto -, sono in vacanza a Venezia, dove si applicano a esercizi sportivi e dove sono ormai accolti come maestri di vita nella “life-society” che fa capo a Pier Paolo Pasolini. Essi possono infatti vantarsi di aver insegnato a Pasolini alcune raffinatezze del dialetto romanesco. A Venezia i due Citti hanno anche fatto il tifo per l’ultimo neofita del clan pasoliniano: Bernardo Bertolucci». Abbandonati gli svaghi ginnico-balneari, i Citti sono avvistati («solitari, mesti e incompresi, essendo il muggito il solo modo di comunicazione orale di cui dispongono») dai cronisti mentre, chiusi «nella loro imbronciata solitudine», deambulano per la Mostra. Gli unici che sembrano accorgersi dei «pasolinidi» sono gli altrettanto discutibili «esemplari del terzo sesso», che «lievi come farfalle, aerei e sorridenti [...], e provveduti di un vocabolario rutilante [...] si accompagnano alle donne più clamorose e trovano affascinante Franco Citti». ![]() Carlo Laurenzi, un giornalista e scrittore molto lontano, per sua stessa ammissione («decisamente non amavo e continuo a non amare il Pasolini filmico»), dal cinema dello scrittore, qualche lustro dopo ricorderà, con dichiarata nostalgia ed immutata emozione, «quando, in un festival di Venezia, il plotone dei “ragazzi di vita” solcò una folla guardinga verso la serata di gala del film Mamma Roma: avanzavano tra i flashes senza sorridere e anche il volto di Anna Magnani, dallo sguardo ormai disavvezzo ai trionfi, era duro. L’attrice vestita di nero; Pasolini, i fratelli Citti, il giovane Garofolo, tutti gli altri indossavano lo smoking nero. Non parlavano, non si facevano coraggio, ignoravano i pochi applausi e le irrisioni; camminavano come alla gogna, ma chiusi in una fierezza di paria. Ettore Garofalo -sedici anni, un compenso di novecentomila lire per un’interpretazione massacrante - si muoveva con balda goffaggine; aveva i capelli arruffati, un lampo d’angoscia negli occhi. In lui, come nei fratelli Citti, la notorietà improvvisa e lo smoking svelavano meglio la disperazione inconsapevole, la fisiologia dell’infelicità. I ragazzi delle borgate incarnavano la miseria e Pasolini, al di là dei presumibili capricci, li amava. Aveva scritto: “Spero che il mio grido turberà e irriterà le masse dei milioni di beati appartenenti alle classi superiori” e infatti godé che la platea della proiezione di gala si rivoltasse, ingenua, alle scurrilità del suo dialogo, calcolate e assaporate come dissonanze in un’armonia. I fischi di quella sera rappresentarono per lui cineasta, credo, una paradossale vittoria. Sarebbe inconcepibile dubitare dell’esibizionismo di Pasolini; mi commuoveva però il suo sforzo mimetico verso i ragazzi di vita: vestiva come uno di loro, aveva organizzato il loro gergo, era il loro vate. Il suo viso di fantino, sempre più scarno e pallido, suggeriva macerazioni fameliche e un riottoso dolore; una tenerezza non solo narcisistica lo avvicinava ai paria di Roma». ----------------------------
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