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Libri

"Pagine corsare"
Libri

Pasolini, una vita violentata
Pestaggi fisici e linciaggi morali: cronaca
di una Via Crucis laica attraverso la stampa dell'epoca
di Franco Grattarola, Coniglio Editore, Roma 2005

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«Sono vent’anni che la stampa italiana, e in primo luogo la stampa scritta, ha contribuito a fare della mia persona un controtipo morale, un proscritto. Non c’è dubbio che a questa messa al bando da parte dell’opinione pubblica abbia contribuito l’omofilia, che mi è stata imputata per tutta la vita come un marchio d’ignominia particolarmente emblematico nel caso che rappresento: il suggello stesso di un abominio umano da cui sarei segnato, e che condannerebbe tutto ciò che io sono, la mia sensibilità, la mia immaginazione, il mio lavoro, la totalità delle mie emozioni, dei miei sentimenti e delle mie azioni a non essere altro se non un camuffamento di questo peccato fondamentale, di un peccato e di una dannazione.»

(Pier Paolo Pasolini, Il sogno del centauro,
a cura di Jean Duflot, Editori Riuniti, Roma 1993)

Dal 1949, quando viene espulso per “indegnità morale” dalla Federazione Provinciale del Partito Comunista di Pordenone fino al novembre 1975, anno del suo atroce e mai chiarito assassinio nella periferia di Ostia, Pier Paolo Pasolini è vittima di un sistematico e brutale linciaggio (solitamente verbale ma a volta anche fisico) da parte di numerose componenti della società italiana: dal mondo politico a quello clericale, dalla magistratura agli ambienti del neofascismo semiclandestino, dalla stampa più retriva a una larga fetta dell’industria culturale.

Esaminando una quantità eccezionale di rarissimi documenti d’epoca e disseppellendo dagli archivi gli scritti (grondanti odio e disprezzo per l’uomo ancor prima che per l’opera) di rispettabili “mostri sacri” della cultura di casa nostra, Franco Grattarola getta una luca nuova su un capitolo rilevantissimo ma in gran parte rimosso della Storia d’Italia. Dimostrando al di là di ogni dubbio come la colpa inescusabile imputata a Pier Paolo pasolini consistesse solo e soltanto nella sua irriducibile alterità. Nel suo essere omosessuale. Nel suo avere addosso quella “diversità che mi fece stupendo” [dalla quarta di copertina del libro].
 

Dal lilbro di Franco Grattarola: Mamma Roma a Venezia
[Mamma Roma era uno dei film in concorso alla XXIII mostra di Venezia, agosto 1962 – Ottenne  il Premio della FICC (Federazione Italiana dei Circoli del Cinema)]

[…] il Tenente Colonnello dei Carabinieri Giulio Fabi presenta una denuncia alla magistratura veneziana, per i reati di turpiloquio e di atti osceni, nei confronti del regista e del produttore di Mamma Roma. «Ho visto la pellicola di Pasolini - dichiara scandalizzato alla stampa l’ufficiale dell’Arma - la sera in cui è stata proiettata al pubblico del Palazzo del Cinema. Ho immediatamente ritenuto che si trattava di qualche cosa di contrario al Codice Penale, non di una manifestazione artistica. Ho trovato il film turpe e osceno e quindi ho ritenuto mio dovere inoltrare un rapporto-denuncia contro l’autore dello stesso. Mi risulta che l’Autorità Giudiziaria, alla quale spetta ora la parola, ha già visionato il film. La denuncia da parte mia è di turpiloquio e di atti osceni. Se poi la Magistratura rileverà nella pellicola altri reati, potrà denunciare ulteriormente Pasolini. Se il Giudice dovesse condannare in un giudizio per direttissima il denunciato per entrambi i reati descritti nel mio rapporto-denuncia, la condanna dovrebbe peraltro aggirarsi solo intorno ai sei mesi di reclusione». 

L’iniziativa del Tenente Colonnello, interpretata da molti come nient’altro che «una nuova manifestazione anacronistica di moralismo», non sembra però godere del plauso degli antipasoliniani più accaniti («Mamma Roma. Il trucco delle parolacce ha convinto soltanto i Carabinieri», titola disincantato Lo SpecchIo), i quali, dal canto loro, pur rilevando la strumentale e immancabile coprolalia dei dialoghi («ogni tanto [...] salta fuori il vocabolo laido, la frase sozza, il concetto fangoso, non perché ve ne sia necessità; ma perché il poeta, accorto amministratore del proprio successo, sa che gli nuocerebbe licenziare un’opera non coprofaga»)”, respingono l’opera («nichilista, oltre che spesso e deliberatamente disgustosa») perché frutto di un equivoco connubio tra velleità sociali ed interessi personali. Il settimanale ABC, che pubblica in copertina una foto del regista e della protagonista di Mamma Roma abbracciati (titolo: Pasolini e la Magnani: ciascuno a modo suo), accusa lo scrittore, con la sua ricerca dello scandalo a tutti i costi, di fare il gioco del nemico: «Pier Paolo Pasolini e Anna Magnani - scrive infatti il periodico - hanno movimentato il Festival di Venezia. Sono stati accusati di scandalismo e oscenità, suscitando polemiche anche da parte di chi con i problemi dell’arte ha assai poco da spartire. In realtà Pasolini ancora una volta si è fatto complice dell’equivoco più desolante dell’arte impegnata d’oggi; l’equivoco per cui si rivendicano come princìpi di libertà, la psicosi pornografica o il compiacimento a volte morboso di situazioni eccezionalmente scabrose. In Italia si fa un gran parlare di censura e di anti-censura, ma troppo spesso si dimentica di dire che la finta audacia con la quale si puntano gli obbiettivi cinematografici sui problemi sessuali e sul mondo della disonestà, è proprio ciò che indirettamente più giova ai conservatori del nostro Paese. Quali rinnovamenti sociali, quali istanze di libertà vera possono scaturire, infatti, dalla malinconica contemplazione di una “Mamma Roma”, la solita prostituta sfruttata dal suo magnaccia?». 

Scandalo nello scandalo, è considerata, infine, la presenza, sacrilega più che imbarazzante («da Gabriele d’Annunzio siamo passati a Pasolini e a Franco Citti», chiosa nostalgico il conte Sarazani), della cosiddetta razza dei «pasolinidi» ad un evento di elegante mondanità quale la Mostra del Cinema di Venezia. «I fratelli Sergio e Franco Citti, ex-ragazzi di vita - segnala un arguto trafiletto -, sono in vacanza a Venezia, dove si applicano a esercizi sportivi e dove sono ormai accolti come maestri di vita nella “life-society” che fa capo a Pier Paolo Pasolini. Essi possono infatti vantarsi di aver insegnato a Pasolini alcune raffinatezze del dialetto romanesco. A Venezia i due Citti hanno anche fatto il tifo per l’ultimo neofita del clan pasoliniano: Bernardo Bertolucci». Abbandonati gli svaghi ginnico-balneari, i Citti sono avvistati («solitari, mesti e incompresi, essendo il muggito il solo modo di comunicazione orale di cui dispongono») dai cronisti mentre, chiusi «nella loro imbronciata solitudine», deambulano per la Mostra. Gli unici che sembrano accorgersi dei «pasolinidi» sono gli altrettanto discutibili «esemplari del terzo sesso», che «lievi come farfalle, aerei e sorridenti [...], e provveduti di un vocabolario rutilante [...] si accompagnano alle donne più clamorose e trovano affascinante Franco Citti». 

Dell’esordiente Garofolo, «straordinario per il suo volto opaco e per il corpo ondulante, che sembra disossato», viene messa in evidenza soprattutto la minacciosa e paradigmatica «faccia da bruto», rischiarata solo «a tratti da espressioni di letizia giovane e sinceramente ingenua». 

Carlo Laurenzi, un giornalista e scrittore molto lontano, per sua stessa ammissione («decisamente non amavo e continuo a non amare il Pasolini filmico»), dal cinema dello scrittore, qualche lustro dopo ricorderà, con dichiarata nostalgia ed immutata emozione, «quando, in un festival di Venezia, il plotone dei “ragazzi di vita” solcò una folla guardinga verso la serata di gala del film Mamma Roma: avanzavano tra i flashes senza sorridere e anche il volto di Anna Magnani, dallo sguardo ormai disavvezzo ai trionfi, era duro. L’attrice vestita di nero; Pasolini, i fratelli Citti, il giovane Garofolo, tutti gli altri indossavano lo smoking nero. Non parlavano, non si facevano coraggio, ignoravano i pochi applausi e le irrisioni; camminavano come alla gogna, ma chiusi in una fierezza di paria. Ettore Garofalo -sedici anni, un compenso di novecentomila lire per un’interpretazione massacrante - si muoveva con balda goffaggine; aveva i capelli arruffati, un lampo d’angoscia negli occhi. In lui, come nei fratelli Citti, la notorietà improvvisa e lo smoking svelavano meglio la disperazione inconsapevole, la fisiologia dell’infelicità. I ragazzi delle borgate incarnavano la miseria e Pasolini, al di là dei presumibili capricci, li amava. Aveva scritto: “Spero che il mio grido turberà e irriterà le masse dei milioni di beati appartenenti alle classi superiori” e infatti godé che la platea della proiezione di gala si rivoltasse, ingenua, alle scurrilità del suo dialogo, calcolate e assaporate come dissonanze in un’armonia. I fischi di quella sera rappresentarono per lui cineasta, credo, una paradossale vittoria. Sarebbe inconcepibile dubitare dell’esibizionismo di Pasolini; mi commuoveva però il suo sforzo mimetico verso i ragazzi di vita: vestiva come uno di loro, aveva organizzato il loro gergo, era il loro vate. Il suo viso di fantino, sempre più scarno e pallido, suggeriva macerazioni fameliche e un riottoso dolore; una tenerezza non solo narcisistica lo avvicinava ai paria di Roma». 

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Franco Grattarola, nato a Bari nel 1963 e attualmente residente a Viterbo, è uno studioso di cinema e costume. È tra i fondatori della rivista “Cine 70”, dedicata la cinema italiano di genere e collabora regolarmente con il periodico “Blue”.

 

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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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Pasolini, una vita violentata, di Franco Grattarola

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