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"Pagine
corsare"
Saggistica - Libri su
Pasolini
Luca Raimondi
Nient'altro che un sogno.
Pasolini e la "Trilogia
della vita"
[La Prefazione e i primi quattro capitoli
del libro]
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“Oh, gioia,
gioia, gioia...
C’era ancora gioia
in quest’assurda notte
preparata per noi?”
(P.P. Pasolini, Splendore)
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Prefazione
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“Trilogia della vita”: sembra
un tempo lontano e quasi favoloso, quello che vedeva Pasolini cimentarsi
con tre opere somme dell’immaginario novellistico d’Occidente e d’Oriente,
cavandone Il Decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972),
Il
fiore delle Mille e una notte (1974). È come se l’estremo cimento
di Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), maledettamente
postumo, venisse a gettare un’ombra di mortuario raggelamento su quanto
il regista aveva fatto prima, e segnatamente su quei tre film che, proprio
perché così diversi, finivano con l’acquisire contorni remoti
e fiabeschi. Un’età di possibile felicità inventiva e creativa,
e forse esistenziale, tramontava con quei testi, testamenti provvisori
destinati ad essere sopravanzati dal testamento definitivo. Non si trattava,
in realtà, di testamenti; meno che mai per Salò, che
occupava Pasolini in un 1975 tutt’altro che “ultimo”, se l’artista meditava,
tra varie altre cose, un film con Eduardo De Filippo, mentre dedicava idee,
energie, scrittura al megaromanzo Petrolio, concepito come un’autentica
summa della sua opera e lasciato allo stato di ampio, articolato, ma pur
sempre provvisorio frammento (pubblicato, con qualche azzardo, da Einaudi
nel 1992 e confluito poi nei Meridiani Mondadori).
Ma non dell’estremo cimento
di Sodoma dobbiamo parlare: che per noi resta un alto impegno didattico
di gelido sarcasmo dedicato ai giovani, metaforicamente còlti, allora,
in travestimenti nazifascisti, più facilmente ravvisabili, oggi
(ma puntualmente prefigurati dal Pasolini polemista e “luterano”), in una
serpeggiante nevrosi di massa da cui sgorgano i mostri orrendi del quotidiano,
i crimini dell’assurdo familiare: frutto, insieme, del dorato inferno consumistico
e della falsa coscienza collettiva, quella che ama credere in un Occidente
finalmente libero dalla minaccia comunista e dunque più sagace e
sereno nel gestire le proprie forze: e perfino più devoto, più
religioso!
A Salò, d’altra
parte, Pasolini era giunto “abiurando” dalla “Trilogia della vita”, ovvero
rinnegandone i presupposti dopo averli lungamente evocati. Bisognava sgombrare
il terreno, ormai, da ogni superstite terzomondismo come alibi morale dell’Occidente:
il mito dei popoli vergini e lontani - fossero la Napoli poeticamente dilatata
e riassunta nel Decameron, l’operosa e favoleggiata Inghilterra
già di Chaucer, il labirintico oriente da mille e una notte - non
era più praticabile; e Pasolini ancora non sapeva (o poteva solo
intuirlo da situazioni più mature, come in Francia) che quell’Oriente
già doratamente fiabesco si apprestava ad invadere un Occidente
decrepito e senza voglia di sopravvivere, a ricolonizzarlo con le sue giovani
energie di lavoro ma anche ad inquinarne l’orgoglio residuo e ad attizzarne
fondi lungamente sopiti d’intolleranza. Questo discorso, a lui, pareva
non importare: di più lo intrigava e turbava la troppo violenta
contraddizione tra quei corpi innocenti di un mondo aurorale e precapitalistico
(quello, appunto, sospeso tra una Napoli picaresca, pseudo-boccaccesca,
e un Islam trionfante nella sua millenaria, a suo modo saggia alternanza
di straripante ricchezza e collettiva miseria) e l’abbrutimento interiore
che gli pareva di dover cogliere nell’appiattimento di un neocapitalismo
del tutto privo d’anima, nell’omologazione imperante di una condizione
giovanile munita di un benessere di massa senza precedenti, ma infine senza
progetto, senza felicità. Per alcuni anni - quelli, “felici”, della
trilogia - Pasolini s’era rifugiato nel mito solare dei corpi edonisticamente
ritratti e contemplati; ma pure lì (vedi Canterbury) s’insinuava
il tema misterioso della morte, e sulla morte, quella di un Occidente senza
più razionalità morale, si risvegliava il furente, gelido,
“umoristico” e amarissimo fustigatore di Salò.
Non è detto che Luca
Raimondi sia voluto partire da premesse siffatte, per scrivere il suo libro
sulla “Trilogia della vita”; ma le aveva in qualche misura dentro, a volte
con felice implicitezza, a volte con più ragionata motivazione;
infatti il suo non vuol essere un discorso ideologico ma, piuttosto, linguistico,
ovvero di piena comprensione dell’intero percorso di linguaggio che Pasolini
compie in quei tre film. E tuttavia - come Raimondi ben sa - il linguaggio
pasoliniano è un insieme sincretico di umori e idee, passioni e
ragioni, improvvisazioni e riflessioni, per giungere a una forma che -
discutibile sempre, ignorabile mai - si fa irresistibilmente sua: non condividessimo
un solo passaggio di quelle storie raccontate (viceversa così dense
di riposte o esibite arditezze espressive), ci resterebbe sempre l’indistinta
consapevolezza che quel linguaggio è solo pasoliniano: irritante
o irrestibile, è inconfondibilmente suo, invenzione fortunatamente
impastata di immaginismo affabulatorio e di tensione raziocinante.
Nella “Trilogia”, l’affabulazione
prevale sul raziocinio, i colori sulle parole, la gioia sul dolore: è
un altro Pasolini, a quello di prima e a quello ultimo inestricabilmente
legato, ma qui felicemente coincidente in se stesso, di là dagli
sbalzi di umore e di tenuta narrativa. Raimondi vi si è calato con
candore smaliziato, con gusto del vedere e del raccontare; e ce ne restituisce
un’immagine che, tra le mille proposteci in questi anni, non è la
meno convincente. E poi, da narratore, ha cercato di farcela amare nell’impianto
della sua scrittura. Il libro è utile, e farà senza dubbio
riflettere: proprio perché si lascerà leggere nella sua forma
piana, dove i problemi hanno fatto in tempo a trasformarsi in cose, in
parole.
Fernandio
Gioviale
Professore ordinario
Università degli
Studi di Catania
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Capitolo I
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1975: «Ora tutto si
è rovesciato».
Un uomo senza più
speranza: così è spesso definito Pier Paolo Pasolini nei
mesi precedenti la sua morte, avvenuta all’Idroscalo di Ostia nella notte
tra l’1 e il 2 novembre 1975. «Il passato era passato: il presente
invivibile; non poteva venire a patti: la morte era l’unica uscita di sicurezza,
dopo che il sentimento della giovinezza finita aveva ricominciato a tormentarlo.
(…) Recuperare quei giorni, ormai vuoti e spariti, non era più possibile,
e Pasolini camminava ormai in un deserto senza allucinazioni» (1)
. Una settimana dopo, il 9 novembre, il Corriere della Sera pubblica (o
meglio, ristampa), cominciando sulla prima colonna in alto a destra della
prima pagina, l’Abiura dalla «Trilogia della vita»,
scritta in realtà il 15 giugno e già apparsa come introduzione
alle tre sceneggiature stampate in ottobre da Cappelli. Il mercato delle
sceneggiature è destinato a pochi felici e quasi nessuno degna di
uno sguardo quell’amara demolizione di un intero edificio. Una volta divulgata
dal più letto quotidiano nazionale, in prima pagina e pochi giorni
dopo la morte del poeta, l’abiura trova invece notevole attenzione. Ci
sembra opportuno partire da qui, dalla fine, perché è soltanto
quando un artista termina il suo ciclo vitale che si può, a piccoli
passi, procedere a ritroso nel tempo e raccogliere quelle tracce che servono
a giudicare - o quantomeno soltanto comprendere - il suo pensiero, la sua
eredità artistica e filosofica.
Come scrisse lo stesso Pasolini,
«è dunque assolutamente necessario morire, perché,
finché siamo vivi, manchiamo di senso, e il linguaggio della nostra
vita (con cui ci esprimiamo, e a cui dunque attribuiamo la massima importanza)
è intraducibile: un caos di possibilità, una ricerca di relazioni
e di significati senza soluzione di continuità. La morte compie
un fulmineo montaggio della nostra vita (...). Solo grazie alla morte ,
la nostra vita serve ad esprimerci» (2). La morte di Pasolini permette
ai suoi esegeti di agire sulla sua vita e sulla sua opera come se si trattasse
di materiale su celluloide, conservato in tante “pizze” pronte ad essere
assemblate in moviola con le infinite possibilità che il montaggio
offre: per esempio la fine, come ogni tanto si vede al cinema (in Carlito’s
way di Brian De Palma, tanto per citare un titolo recente), può
anche fungere da prologo. Il trittico di opere cinematografiche analizzato
in questa sede (Il Decameron, I Racconti di Canterbury, Il
fiore delle Mille e una notte) acquista un’identità definitiva
soltanto grazie alla sua polemica “uccisione”. L’assassino dei propri figli
è Pasolini e lo strumento dell’assassinio (soltanto apparente) è
l’abiura. L’abiura, in realtà, dona nuova vita alla Trilogia, ridisegnandone
a posteriori gli intenti e chiarendone quel preciso connotato politico
sfuggito ai più. Adesso, grazie a Salò, la Trilogia
diventa finalmente «leggibile» (e Micciché propone,
scatenando non poche discussioni, di considerare Salò come
l’ultimo momento di una “tetralogia” e non come il primo capitolo di una
nuova trilogia rimasta disgraziatamente incompiuta (3). Nell’abiura c’è
la percezione del fallimento: il perbenismo borghese, tramite la sua falsa
tolleranza, la sua distruttiva permissività, ha “assorbito” in maniera
indolore la Trilogia, rendendola oggetto di consumo. Pasolini capisce di
aver fallito nei suoi obiettivi: il passato, inteso come unica forza contestatrice
del presente, si è scontrato con i potenti anticorpi del Potere,
finendo per essere strumentalizzato. La degenerazione dei corpi e dei sessi,
il mutamento antropologico in atto e la distruzione delle culture eccentriche
hanno reso il presente invivibile: ma questi sono soltanto gli effetti,
le cause vanno cercate proprio nel passato. «Già nella sua
fase omerica e aurorale, suggerisce tra le righe Pasolini, la civiltà
borghese è minata da un “male oscuro” pervasivo e divorante, che
blocca la gioia dei corpi in un gelido e inquietante rigor mortis»
(4). Pasolini, analizzando il suo sogno, scopre che la realtà, atroce
e amara, del presente è contenuta in esso e che neanche nei sogni
si può trovare la via di fuga dall’universo orrendo della cultura
livellatrice, degradante e volgare.
«Se coloro che allora
erano così e così, hanno potuto diventare così e così,
vuol dire che lo erano già potenzialmente: quindi anche il loro
modo di essere di allora è, dal presente, svalutato. (...) Il crollo
del presente implica anche il crollo del passato. La vita è un mucchio
di insignificanti e ironiche rovine» (5). Ciò dovrebbe valere
a maggior ragione per quel recente passato in cui si collocano le vicende
del proletariato primitivo e disperato, eppure così straordinariamente
vitale, dipinto in Accattone. L’8 ottobre, rivedendo Accattone
in
Tv, Pasolini corregge il tiro: la borgata di Accattone rimane, senza
che lo sdegno per il presente abbia effetto retroattivo su di essa, una
realtà culturale che era vita e diritto alla vita, una realtà
in cui erano stati elaborati valori e modelli di comportamento assoluti,
dove la tradizione era la vita stessa, dove risuonava in ogni istante un'invenzione
linguistica, segno che si trattava di una cultura viva. Pasolini non accenna
neanche al fatto che il divenire «immondizia umana» del sottoproletariato
romano voglia dire automaticamente che anche nel ‘60 potenzialmente lo
era; preferisce invece parlare di un «genocidio», di una popolazione
distrutta culturalmente. Un genocidio paragonabile a quelli “fisici” di
Hitler: e d’altronde i personaggi di Accattone, con i loro peculiari
tratti psicologici e persino somatici, rappresentavano una vera e propria
“razza”. «Se io avessi fatto un lungo viaggio, e fossi tornato dopo
alcuni anni, andando in giro per la “grandiosa metropoli plebea”, avrei
avuto l'impressione che tutti i suoi abitanti fossero stati deportati e
sterminati, sostituiti, per le strade e nei lotti, da slavati, feroci,
infelici fantasmi» (6). Pasolini insiste molto sul concetto di genocidio,
tant’è che vi ritorna in un altro articolo del 29 ottobre: «La
classe dominante, il cui nuovo modo di produzione ha creato una nuova forma
di potere e quindi una nuova forma di cultura, ha proceduto in questi anni
in Italia al più completo e totale genocidio di culture particolaristiche
(popolari) che la storia italiana ricordi. I giovani sottoproletari romani
hanno perduto (devo ripeterlo per l'ennesima volta?) la loro “cultura”,
cioè il loro modo di essere, di comportarsi, di parlare, di giudicare
la realtà: a loro è stato fornito un modello di vita borghese
(consumistico): essi sono stati cioè, classicamente, distrutti e
borghesizzati» (7). Ogni differenza culturale è appianata
e ridotta all’ideologia produttivistico-consumistica e la tradizione borghese
perde anche quelle istanze “umanistiche” che storicamente le appartenevano.
«Tutto viene ricondotto a categorie economiche, pianificato e valorizzato
secondo i principi di investimento, rendimento, profitto, ragione utilitaria.
Ecco perché nelle borgate non esiste più cultura, ma solo
economia delle classi subalterne». La borghesia s’identifica ormai
con l’umanità, anche le classi operaie tendono ad aderire ai modelli
imposti dal Centro (i modelli della nuova industrializzazione, che non
concepisce altra ideologia che quella del consumo; i modelli trasmessi
alla massa tramite la scuola e la televisione) e ad ammiccare ai padroni,
venuti per condannarle: torna in mente il disilluso finale di Calderon,
dove la ribellione degli operai, con le bandiere rosse strette nei pugni,
le falci e i martelli, è definita «un sogno, niente altro
che un sogno». O ancora un altro ambiguo epilogo, quello che sigilla
Salò
e risulta essere l’ultima immagine del regista Pasolini: un ballo che vede
impegnati due ragazzi collaborazionisti. Una danza macabra sulle macerie
del mondo che accomuna idealmente le nuove generazioni al Potere imposto
da «milioni di piccoli borghesi come milioni di porci», e non
- come più illusoriamente si è voluto credere - un simbolo
di speranza, di alterità rispetto agli aguzzini. Al giornalista
che gli chiedeva: «Ma la speranza?», Pasolini dava questa risposta:
«non ne ho e comunque la condanno con tutte le mie forze. La speranza
è il vessillo, il segnale distintivo dell’ipocrisia. Tutti gli uomini
politici incitano alla speranza. Dal paradiso dei democristiani, al benessere
consumistico dei liberali, al sole dell’avvenire degli altri, chi non fa
mozioni di speranza? E solo per prendere i battimani. Capita anche a molti
colleghi scrittori che, per l’applauso, non mancano di far entrare nelle
loro opere la parola speranza. Io non ci credo» (8-12).
Eppure Pasolini aveva creduto,
forse solo per un breve periodo, che i “suoi” ragazzi, fieri del proprio
modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della
realtà, potessero resistere alle lusinghe del consumismo imposto
dal Potere: la Trilogia della vita voleva a sua volta offrire un modello,
avere un contenuto pedagogico che indirizzasse coloro non ancora violentati
e scalfiti dal «nuovo fascismo» ad una coscienza della propria
condizione e delle proprie differenze, costrette a svanire di fronte all’omologazione
culturale. Ma la Trilogia ha fallito allorquando si è ridotta ad
essere anch’essa merce di consumo, facilmente integrabile dal Potere: nella
libertà del corpo non è più possibile vedere l’espressione
della rozzezza e della spontaneità popolare, semmai assume adesso
(grazie alla «falsa tolleranza» della società consumistica)
un aspetto meramente edonistico. «I corpi del popolo, in quanto segni
del linguaggio della realtà, perdono il mistero celato in essi,
non sono più espressione di alcuna sacralità, ma sono “oggettivati”
in una presenzialità
determinata e fissa che
nel conformarli al sistema dell’equivalenza universale, li riduce a strumenti
di piacere, codificati in un edonismo collettivo» (13).
L’amore che Pasolini aveva
da sempre coltivato verso i corpi e gli organi sessuali è destinato
a rovesciarsi nel suo opposto: «se qualcuno ha preso a odiare la
cosa amata, in modo che l’amore venga del tutto rimosso, a parità
di causa, egli la perseguirà con odio maggiore che se non l’avesse
mai amata, e con tanto più odio, quanto maggiore prima era stato
l’amore» (14). È quello che afferma nell’Abiura: «Ormai
odio i corpi e gli organi sessuali». Quest’odio è destinato
a divenire indifferenza, a stemperarsi in un atteggiamento così
rassegnato da far sì che la classica dicotomia amore-odio svanisca
e non rimanga altro che un risentito “mettersi da parte”. Sente di avere
i fucili scarichi e capisce di essere sul punto di accettare l’inaccettabile,
proprio come i suoi ragazzi. In Salò Pasolini mostra le vittime
mentre si sottomettono al loro destino, arrivando addirittura ad identificarsi
con i carnefici e «quando il carnefice (il Potere) e la vittima (l’uomo-massa)
esprimono attraverso gli stessi codici le stesse esigenze coatte, non esiste
più innocenza, e non è più possibile affrontare in
modo dialettico la verità della sopraffazione» (15). L’abiura
pasoliniana nasce dunque dal fatto che i sottoproletari hanno a loro volta
abiurato dal proprio modello culturale. Ad Accattone, Riccetto, Gennariello,
non rimangono che poche scelte: ritirata, fascismo o liberalismo impotente.
«L’affettuoso maestro era arrivato a pensare che la partita era finita,
che aveva perso. Aveva visto le classi subalterne sopraffatte dalla falsa
tolleranza e dalla smania per i beni di consumo; la borghesia determinata
a sacrificare tutto ciò che stimava in cambio di potere» (16).
La cosiddetta “età del pane”, in cui gli uomini erano consumatori
di beni necessari e per questo potevano affermare una necessità
della vita, è ormai conclusa, sopraffatta dalla corsa irrefrenabile
verso beni superflui che possono rendere superflua la vita stessa. A Pasolini
non rimane che la coscienza di ciò che accade. È un intellettuale,
è uno scrittore, è “colui che sa”: tutta qui la sua consolazione.
Non c’è più spazio per una possibilità di salvezza,
né al poeta interessa. «Sopravvivere - con consapevolezza
- era sufficiente; e bastava la “donchisciottesca” lotta della coscienza»
(17), la quale però non preserva dall’adattamento e dall’accettazione.
Nel suo rifiuto della gioia dell’eros, nei suoi libelli contro il sesso,
non c’è alcun manierismo intellettuale; Siciliano vi vede invece
il risultato della tracimazione di immagini
ed ideali per opera del fiume del tempo
(18). Nell’approssimarsi della vecchiaia, Pasolini vede i segni inequivocabili
della morte: ed è come un pesce che si dibatte nella rete, sospeso
tra l’accettazione della realtà (il Pasolini “realista”, il documentarista)
e l’illusione onirica (il Pasolini “poeta”, l’affabulatore). Cerca dunque
di nascondere la disperazione e l’angoscia sotto mille infiniti progetti,
nel segno della sua inesauribile vitalità: non si rassegna, non
cede, non si adatta, l’adattamento è «sconfitta e ribellione
che si manifesta con il suicidio della ruffiana di Salò» (19).
Bellezza suggerisce la suggestiva ipotesi che persino alla luce delle sue
riflessioni apocalittiche e apparentemente definitive Pier Paolo non cessasse,
di fronte a Pelosi, di prodursi in una salvifica “tirata” pedagogica per
«catechizzare quel povero ignorante di borgata che niente capiva
di quei discorsi furibondi da Padre Nobile, pieni di un sacro e cieco rimpianto
per la Tradizione offesa e il Passato dimenticato» (20). Pelosi,
presolo in antipatia, alla fine aveva reagito a quella predica, ammazzandolo.
Nella nuova Italia, talmente vecchia da permettere la sopravvivenza (soltanto
metaforica?) delle tenebrose spoglie della Seconda Guerra Mondiale, non
c’è posto per Pasolini: lo stabilisce egli stesso, empiricamente,
costatando sulla propria pelle che la periferia è mutata, che dietro
lo sguardo da cane bastonato di un Pelosi si cela un «criminaloide»
pronto a scattare in un impeto omicida. Pasolini non ha il tempo e il modo
di adattarsi, sottomettersi. La sua idiosincrasia con quella società
e quella vita lo abbatte prima del previsto. Non era in grado di salvare,
come sicuramente avrebbe voluto, uno, dieci, mille di quei ragazzi di cui
era perdutamente innamorato e non poteva più pensare di ricostruire
ciò che sembrava perduto. La Trilogia era, in questo senso, nient’altro
che un sogno, l’ultimo sogno di un poeta che riuscirà comunque,
in extremis, a donare ai suoi spettatori la consapevolezza di ciò
che si era e di ciò che si stava diventando: Salò
gli doveva apparire come «il perfetto veicolo didattico per un “discorso”
sulla società italiana e quella giovanile in particolare»
(21) da recepirsi, nella sua diversità rispetto agli altri
film, «non come uno strappo violento alla sua poetica, ma come il
radicalizzarsi di una linea conoscitiva maturata nel nuovo clima italiano»
(22). Sade, nel suo romanzo Le centoventi giornate della città
di Sodoma, aveva preso lo schema del Decameron e l’aveva spogliato
di qualunque bellezza, rendendolo un meccanismo freddo e glaciale. Pasolini
compie lo stesso passo: racconta ancora storie, ma le sue storie del thanatos,
in contrapposizione a quelle dell’eros vitalistico della Trilogia, stavolta
centrano il bersaglio di scandalizzare la borghesia e di essere ancora
oggi insostenibili per il consumatore medio del mercato cinematografico
capitalistico. La “trilogia del sogno”, come potremmo ribattezzarla, si
apre ad una nuova ed incompiuta “trilogia dell’incubo”. Paradossalmente,
Salò
non è un film sull’epoca di Salò, per quanto gli ambienti
storici possano farlo pensare. Salò è un film sull’Italia
degli anni ‘70. Dalla terra del sogno di popoli ormai perduti, forse mai
esistiti se non nel sogno utopico dell’artista, Pasolini tornava al dramma
della contemporaneità. Ma questa, come si suol dire, è un’altra
storia. La nostra storia racconta il lungo itinerario che ha percorso Pasolini
per tradurre in immagini quel sogno polemico, se non addirittura rivoluzionario,
in cui la borghesia come d’incanto si dissolve nella rievocazione di un
altro mondo vivo e vivibile dove nell’orizzonte della cultura umana è
compreso anche l’irrazionale. In tal senso la Trilogia si pone allora come
il compimento di un discorso già aperto nell’attività critica
degli anni ’50, quando cioè Pasolini cominciò ad iniettare
nei suoi scritti un pensiero utopico «operante in direzione anti-razionalistica,
ma in realtà funzionale al recupero di una nozione aperta di “ragione”»
(23).
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Capitolo II
Per un approccio alla Trilogia
della vita.
«Al piccolo mondo del
cinema parve che l’interesse di Pasolini di portare sullo schermo Boccaccio
- il grande classico della letteratura erotica - fosse del tutto naturale.
Alberto Grimaldi, che fin dall’inizio ne fiutò il potenziale di
incassi, in retrospettiva definì quell’incontro “inevitabile”»
(1). Eppure vi furono diversi problemi per realizzare l’ambizioso progetto
pasoliniano (che prevedeva un film della durata di tre ore e una serie
di difficoltà logistiche legate al variegato numero di scenari):
trovare i fondi per il film non fu facile e il budget stanziato (grazie
al consorzio franco-italo-tedesco della PEA) non andò oltre i settecentocinquantamila
dollari, «una somma moderata per i film del tempo» (2).
Le riprese incominciarono
nel settembre del 1970, tra Caserta vecchia e Napoli, con attori napoletani
quasi tutti presi dalla strada. Perché scegliere come esterni Napoli
e la medievale Caserta vecchia? Il sud Italia, tenuto così a lungo
nella superstizione e nella sottomissione da Chiesa e Borboni, era ancora
tagliato fuori dalla storia e non ancora del tutto fagocitato dal Potere:
«ho scelto Napoli perché è una sacca storica: i napoletani
hanno deciso di restare quello che erano e, così, di lasciarsi morire:
come certe tribù dell’Africa» (3).
Il film subì una
vera e propria persecuzione censoria, raccogliendo qualcosa come ottanta
denunce: per quanto fosse abituato ad avere a che fare con giudici e tribunali,
Pasolini non poteva rimanere indifferente di fronte alla brutalità
delle accuse. Di primo acchito forse le aveva prese alla leggera o, più
coerentemente con il proprio carattere tutt’altro che “leggero”, aveva
affrontato la situazione con maturo stoicismo: «ora sono imputato
e dovrò andare in tribunale, ma in questo non c’è proprio
niente di intollerabile. Non c’è modo, d’altronde, di evitare il
problema. Ma non è poi così brutto come essere un operaio
della Fiat o un immigrante meridionale. La gente come me ha molte altre
cose con cui riscattarsi. Ho fatto tanto. La mia vita è così
piena. Non è certo così per un povero lavoratore immigrato
dal Sud. Che cosa significa per me questo processo? Se mi mettono in carcere
non me ne importa affatto. È una cosa di cui non mi curo. Per me
non fa nessuna differenza, nemmeno dal punto di vista economico. Se finirò
in prigione, avrò modo di leggere tutti i libri che altrimenti non
sarei mai riuscito a leggere» (4). A poco a poco dovettero tuttavia
risuonare nella mente del poeta le sue stesse parole, cronologicamente
lontane (risalenti addirittura al 1960) ma attuali più che mai:
«la censura governativa, bloccando un film impegnato col pretesto
dello “scandalo” sessuale, forse non ottiene di bloccare il film definitivamente
(...) ma intanto ottiene tre scopi: 1) Intimidisce, minaccia il produttore,
il quale, prima di rifare un film “impegnato” con un regista “impegnato”
ci penserà due volte e non lo rifarà: perché tra premi
governativi e fisco, egli è sostanzialmente d’accordo con i censori
(...). 2) Pone al pubblico un falso obiettivo, distorcendo completamente
la sua capacità di comprensione: infatti il pubblico va a vedere
il film incriminato, attratto morbosamente dalle parti scabrose in discussione,
e tende a percepire male e in sottordine le parti impegnate e realistiche.
3) Getta il discredito, la denigrazione, lo scandalo sull’autore, il quale
perde così di rispettabilità e di attendibilità. E
questo è il risultato veramente più diabolico. Esso sortirà
comunque i suoi effetti, e non solo negli strati del pubblico borghese,
reazionari e moralistici, ma anche, spesse volte, su uomini progressisti»
(5). È probabile che Pasolini riscontrasse attorno a sé -
nell’accanimento giudiziario nei riguardi del Decameron supervisionato
e coordinato da un Potere centrale sempre più pericoloso e tirannico
- le stesse intenzioni “clerico-fasciste” da lui chiaramente esposte un
decennio prima. E non dev’essere un caso che a buona parte della critica
italiana sia sfuggita non solo la valenza metaforica (e “poeticamente”
filosofico-politica) dei singoli episodi, ma anche il disegno ideologico
in cui s’inserisce la Trilogia: equivoco di fondo fomentato dallo stesso
Pasolini e dal suo chiamare il Decameron “un gioco”. Pochi altri
(tra cui alcuni critici d’oltreoceano, a dimostrazione che solo analizzando
l’opera di Pasolini “dall’esterno”, con l’obiettività e il distacco
che ne consegue, è possibile capirne realmente il peso) sono riusciti
a cogliere il collegamento che la prassi del “gioco” instaura automaticamente
con la realtà - come insegnano alcune dottrine psicologiche e pedagogiche,
di cui si è sicuramente nutrito il Pasolini lettore di Freud e pedagogo
egli stesso per vocazione (6) -, tentando di affrontarla e comprenderla
in maniera scientifica: «l’atteggiamento ludico è in effetti
un vero atteggiamento teorico e l’attività del gioco una attività
pratico-noetica» (7). In questa prospettiva, tanto per citare un
esempio, grazie a Lawton il personaggio di Ciappelletto svela una profondità
e uno spessore che buona parte della nostra critica ha evitato accuratamente
di rimarcare: «Ciappelletto is not the uncultured degenerate of Boccaccio’s
elite narrator, but instead, from the point of view of the lower class,
he appears as a victim of the bourgeois class’s manipulation. (...) Pasolini’s
Ciappelletto in “sacrificed” and manipulated by the bourgeoisie, allowing
the usurers to continue with their capitalist pursuits and the Church to
appropriate his “good” reputation in order further to mislead the poorer
classes through their naive and trusting religious devotion» (8).
A riprova dell’esistenza di una o più chiavi di lettura ideologica
del Decameron e, più in generale, della Trilogia è
il suo proporsi come rappresentazione “corale”: per Mario Verdone «caratteristica
del film corale è l'ideologia. Poiché nel film corale è
la risultante di un sentire di gruppo, non può non esservi assunta,
il più delle volte, una posizione ideologica» (9). E nel Decameron,
nelle sue «inquadrature scabre e incisive, dal taglio netto, sequenza
ininterrotta di tableux vivants, struttura di suggestiva coralità,
spiccano primissimi piani fortemente rilevati, piani lunghi di scene collettive
brulicanti di gente, fotogrammi di una “corte dei miracoli” potenziata
da un espressionismo primitivo» (10); lo stesso vale d’altronde per
I
racconti di Canterbury, basti pensare al suo attacco, in cui il sonoro,
«la sua natura extradiegetica dai titoli di testa, mediante suoni,
risa, voci, canti e monologhi, presenta una colonna sonora con musica,
voci e rumori che salda e chiarisce l’aspetto corale della messa in scena»:
film corali, dunque, e quindi ideologici, con un’ideologia tanto meno ambigua
quanto più si conosce il pensiero e l’opera di Pasolini, un’ideologia
non sbandierata e urlata ma suggerita tra le righe, forse non percepibile
per immediata intuizione (e qui forse è il suo limite poetico) ma
tramite un maggiore sforzo logico e raziocinante. (11)
Nonostante il proliferare
delle denunce e il tambureggiare incalzante d’accuse via via più
inaudite che tacciavano il film d’essere indecente, osceno, pornografico,
nauseante e disgustoso, il Decameron diventò un campione
d’incassi, non solo in Italia ma anche negli Stati Uniti (il 6 ottobre
1971 fu presentato al Festival di New York). In Italia, nel primo anno
di programmazione, incassò cinque milioni di dollari. «A tutto
il 30 luglio 1988, le entrate lorde registrate in tutto il mondo per l’affitto
della pellicola - l’importo che i proprietari dei cinema pagano ai distributori
- avevano raggiunto 9.890.838 dollari e 73 centesimi» (12). Piacque
non solo al pubblico, ma ebbe una buona accoglienza anche da parte della
critica, vincendo tra l’altro l’Orso d’argento al Festival di Berlino con
la seguente motivazione: «per il rigore artistico, la maturità
cinematografica e il corposo umorismo con cui Pasolini ha ricreato l’ironia
irriverente del Boccaccio e non soltanto ha raggiunto la pittoresca autenticità
del Medioevo ma vi ha tradotto, con sana vitalità, un’immagine del
mondo d’oggi» (13).
Il Decameron è
costituito da nove episodi e diviso in due parti, ciascuna incorniciata
da un racconto-guida: il primo vede protagonista Ciappelletto; nel secondo
troviamo lo stesso Pasolini nei panni di Giotto, anche se per essere filologicamente
corretti dovremmo dire “un allievo di Giotto”, perché tale lo si
definisce nel corso del film (a differenza della sceneggiatura, in cui
viene indicato Giotto in persona). Nel prologo Ciappelletto uccide un uomo:
la Trilogia della vita inizia con un assassinio, e Micciché ha buon
gioco a definirla “tetralogia della morte”. In realtà vita e morte
sono le due facce della stessa medaglia ed è la medaglia nella sua
integrità che Pasolini intende narrare, nel senso che ogni definizione
del concetto di “vita” non può non integrare la coscienza della
sua antitesi. Il primo episodio ha per protagonista Andreuccio, il quale
viene sedotto e infine “bidonato” da una bella siciliana. Derubato di tutti
i suoi averi, Andreuccio attraversa i vicoli di una Napoli notturna e viene
coinvolto da un paio di furfanti nella profanazione della tomba di un cardinale,
allo scopo di rubarne il prezioso anello. Cerca d’ingannare i due ladri
ma questi, per vendicarsi, lo rinchiudono nella tomba. Poco dopo sopraggiungono
altri ladri, guidati dal sacrestano della chiesa, i quali vogliono anch’essi
rubare l’anello. Non appena il sacrestano entra nella tomba, Andreuccio
gli morsica una gamba, provocandone il terrore folle e la conseguente fuga:
Andreuccio rimane solo con l’anello.
Il secondo episodio segue
le orme di un giovane contadino di nome Masetto. Fingendosi muto riesce
a farsi assumere come ortolano presso un convento di monache. Qualche giorno
dopo il ragazzo è vittima delle attenzioni di due giovani monache
che vorrebbero provare le dolcezze «che
una femmina usa con l’uomo» (14). Così prendono il giovane
per mano e lo conducono in un capanno, dove saziano le loro voglie. Vengono
però colte in flagrante da una compagna, la quale, anziché
denunciare il peccato alla badessa, decide di fare anche lei quello che
le altre hanno fatto con Masetto. Anche la badessa, infine, prova degli
appetiti sessuali piuttosto voraci nei riguardi dell’ortolano. Nel convento
ormai tutte le monache pretendono le prestazioni di Masetto, che però
ad un certo punto comincia ad avere delle difficoltà, a causa di
quell’enorme mole di lavoro cui è chiamato. La sua protesta esplode
ad un tratto davanti alla badessa: «signora, lo sanno tutte quante
che dieci uomini possono appena saziare una
donna...e io ne devo saziare nove!» (15). La Madre superiora, resasi
conto che il giovane non è né scemo né muto come credeva,
comincia a gridare, invocando il “miracolo”. Il monastero diviene celebre
per quel miracolo, Masetto può rimanere presso le monache e «fare
con tutte senza morire consumato» (16): e per di più sarà
santificato.
Il terzo episodio è
una classica storia di corna: Peronella tradisce il marito con Giannello.
Sennonché una mattina il marito rientra a casa ad un orario imprevisto,
interrompendo l’idillio dei due amanti. La donna riesce a spacciare Giannello
per un acquirente dell’orcio che il marito deve vendere. Lamentando la
sporcizia dell’orcio, Giannello convince il marito di Peronella ad entrarvi
e a rimanere lì dentro allo scopo di pulirlo. Nel frattempo Giannello
sfoga come può il suo desiderio, avvicinandosi a Peronella, affacciata
sull’orlo dell’orcio, e montandola da dietro, mentre il marito, ridendo
ingenuamente, tutto contento per aver venduto il suo orcio, seguita nella
sua opera di pulizia.
Il primo tempo si conclude
con l’episodio di Ciappelletto, falsario, assassino, stupratore, bestemmiatore
e omosessuale: mandato da ser Musciatto al Nord (questo è l’unico
episodio a non essere ambientato a Napoli) per riscuotere dei crediti,
mentre è seduto al tavolo con due usurai napoletani di cui è
ospite, bevendo, mangiando e cantando, avverte un malore destinato a rivelarsi
fatale. Sul letto convince gli usurai a mandargli un frate confessore,
cui racconta di aver vissuto una vita virtuosa e cristiana, in cui il peccato
più grave è stato commesso in tenera età, quando per
avere un poco di latte ha bestemmiato la madre. Ciappelletto muore e il
frate, convinto da quella confessione, lo fa passare per santo, venerato
e rispettato dai fedeli.
Il secondo tempo si apre
con l’arrivo a Napoli dell’allievo alto-italiano di Giotto, venuto per
affrescare la Chiesa di santa Chiara. Ciò che osserva aggirandosi
per i mercati e le piazze della città gli fornisce l’ispirazione
per la sua opera. Il suo occhio attento “inquadra” Caterina di Valbona
e i suoi familiari, protagonisti dell’episodio successivo.
Caterina di Valbona vorrebbe
incontrare il suo innamorato, Riccardo, nella propria terrazza: con la
scusa del caldo e dell’insonnia che ne consegue, convince dunque i genitori
(Lizio e Giacomina) a farla dormire al fresco. Trascorre una notte d’amore
con Riccardo. Il mattino dopo, mentre l’usignolo canta, il padre sorprende
la figlia addormentata con il membro di Riccardo tra le mani. Anziché
punire i due giovani, Lizio conviene con la moglie che la cosa migliore
da fare è costringerli al matrimonio, soprattutto perché
quella di Riccardo sarebbe una buona parentela: «è un ragazzo
bravo, e di buona famiglia...con un patrimonio» (17). Ed è
esattamente ciò che avviene: Lizio sveglia i ragazzi, minaccia Riccardo
di morte e gli propone l’unica possibilità di salvezza: possibilità
che Riccardo accetta ben volentieri, all’istante, ridendo di cuore assieme
a Caterina.
Il terzo episodio del secondo
tempo è quello di Lisabetta, che ha un amante siciliano, Lorenzo,
e tre fratelli mercanti, gelosissimi e maschilisti. Dopo aver scoperto
il rapporto che intercorre tra la sorella e il loro garzone, i tre fratelli
decidono di vendicarsi. Attirano Lorenzo in un bosco, fingono di trattarlo
come un loro pari o come un amico e compagno di gioco, e infine lo ammazzano
a pugnalate. Quella stessa notte il fantasma di Lorenzo appare a Lisabetta
e le rivela l’accaduto, indicandole anche il luogo dov’è stato sepolto.
Il giorno dopo Lisabetta si reca in quel posto e scopre il cadavere del
suo innamorato. Gli stacca la testa, la mette in un vaso di ottimo basilico
salernitano e comincia a coltivare, oltre al basilico, il suo eterno dolore.
L’episodio successivo prende
il via in un mercato dove si aggirano Don Gianni e Compare Pietro. Don
Gianni è poi ospitato a casa di Compare Pietro. Don Gianni, attratto
dalle grazie di Gemmata (la giovane moglie di Pietro), fa credere ai due
ingenui contadini di poter trasformare a suo piacimento una donna in una
cavalla. Compare Pietro, che aveva già espresso il desiderio di
possedere una bella cavalla da usare per i trasporti, chiede che gli sia
insegnato l’incantesimo per far diventare la sua donna cavalla. Don Gianni
fa denudare e inginocchiare la donna, intimando a Pietro di non proferire
verbo nel momento in cui dovrà attaccare la “coda”. Don Gianni esegue
il suo numero magico, prendendo da dietro Gemmata: Pietro protesta e l’incantesimo
è spezzato.
Nell’ultimo episodio, il
fantasma di Tingoccio torna dall’aldilà con l’intento di rivelare
all’amico Meuccio che nel Regno dei Cieli non è considerato peccato
fare l’amore con la propria comare. Meuccio, tutto contento, corre veloce
dalla sua comare e le dimostra di aver compreso il messaggio di Tingoccio.
Il film si conclude con
Giotto che termina gli affreschi e li contempla, sigillando il Decameron
con la seguente frase: «Perché realizzare un’opera, quand’è
così bello sognarla soltanto?».
Già durante le riprese
del Decameron Grimaldi offrì a Pasolini un contratto per
altri due film, il primo dei quali sarebbe stato I racconti di Canterbury
(tratto dai Canterbury Tales ideati da Geoffrey Chaucer intorno
al 1387), da girarsi in Inghilterra. La lista degli esterni era notevole:
Canterbury, ovviamente, e poi Maidstone, Cambridge, Bath, Wells, Hastings,
Warwick, Chipping Campden, Layer Marney, Lavenham, Paycocks Greenacrey,
Icklesham, Rolvenden e l’Abbazia di Battle. La scena finale con la visione
dell’inferno ha come scenario l’Etna, per Pasolini luogo metafisico per
eccellenza. Sull’imponente vulcano aveva predicato Cristo nel Vangelo
secondo Matteo, Girotti aveva lanciato il grido finale di Teorema
- «destinato a durare oltre ogni possibile fine» (18) - e Clementi
e Citti avevano praticato il cannibalismo, nel primo episodio di Porcile.
Anche in Inghilterra Pasolini volle rimanere fedele al dettato della “spontaneità”
e non volle accantonare la sua protesta contro il centralismo statalista
distruttore delle tradizioni e dei linguaggi, sicché nella versione
inglese del film i personaggi parlavano con cadenze cockney, in dialetto
scozzese o con l’accento del Somerset e, in quella per il mercato interno,
i doppiatori avevano inflessioni pesantemente dialettali, soprattutto bergamasche
(ma va rimarcata la partenopea presenza di Eduardo De Filippo, che dà
voce ad Albert King, nel ruolo di Simkin il Mugnaio).
La vittoria dell’Orso d’oro
al XXII Festival di Berlino e qualche favorevole recensione ottenuta presso
importanti giornali esteri (ma in generale il film ricevette non poche
stroncature) non sottrassero I racconti di Canterbury al solito
calvario giudiziario. I racconti di Canterbury fu proiettato a Benevento
il 2 settembre 1972 e qui denunciato: una settimana dopo, in virtù
di un processo in cui aveva testimoniato addirittura Eduardo De Filippo,
autentica gloria nazionale, la denuncia fu archiviata. Tuttavia piovvero
sul film altre otto denunce e il caso fu riaperto: la corte di Benevento
tornò sui suoi passi, decidendo di sequestrare il film e di portare
in tribunale sia Pasolini che Grimaldi. L’accusa chiedeva otto mesi di
carcere per entrambi, oltre a pesanti provvedimenti finanziari nei confronti
della produzione. Non vi era scena del film che non fosse discussa e contestata:
in particolare il personaggio del Frate e la scena sull’Etna, con le sue
tremende visioni infernali, provocarono l’ira tremenda degli organi ecclesiastici.
Nonostante Pasolini fosse ripetutamente assolto, I racconti di Canterbury
rimanevano sequestrati in quanto il dissequestro poteva avvenire soltanto
se si fosse ottenuta una sentenza definitiva. Si dovette aspettare il 2
luglio del 1973 perché la Corte d’appello di Napoli confermasse
la sentenza di assoluzione di Benevento: «il farsesco trattamento
riservato ai Racconti di Canterbury aveva logorato anche lo stoicismo
di Pier Paolo» (19). Il periodo d’infelicità che attraversò
durante la lavorazione dei Racconti di Canterbury (e che trova riscontro
in quell’atmosfera plumbea che poco sembra avere in comune con i propositi
della Trilogia) ha sicuramente alcune sue radici, oltre che nella crisi
del suo rapporto con Ninetto Davoli, nella crociata “barbarica” della censura
italiana: la scena dell’esecuzione pubblica del lussurioso, nell’episodio
del Cacciatore di Streghe, è in questo senso la rappresentazione
cinematografica (tra le più alte e macabre del cinema di Pasolini)
di uno stato d’animo in cui le tensioni vitalistiche (il sesso) e artistiche
sono state messe a dura prova dal Potere e dal moralismo piccolo-borghese
che come un virus si stava propagando in tutti gli strati della società.
Nonostante queste traversie,
il film riuscì comunque ad ottenere quel successo che ci si aspettava,
anche se gli incassi non eguagliarono neanche lontanamente quelli del Decameron.
«A tutto il 30 luglio 1988, i proventi delle proiezioni in sale cinematografiche
avevano raggiunto 6.335.171 dollari e 88 centesimi. Con Pasolini, ad ogni
buon conto, Grimaldi aveva trovato un filone d’oro» (20).
I racconti di Canterbury
inizia in un mercato del XIII secolo in cui sostano i pellegrini che si
recheranno alla Cattedrale di Canterbury. Costoro decidono di raccontarsi
delle storie durante il viaggio, storie che saranno poi trascritte (o del
tutto inventate, sognate) da Chaucer.
Nel primo racconto Gennaio
decide di sposarsi e si adopera per trovare una moglie a lui consona: crede
di trovarla nella giovanissima Maggio. Le nozze avvengono in pompa magna
e la prima notte è consumata tra la gioia di lui e l’indifferenza
di lei. Approfittando di una momentanea cecità che ha colpito il
marito, Maggio intreccia una relazione con Damiano: ma Plutone, il dio
dell’inferno, ridà la vista a Gennaio proprio nel posto e nel momento
giusto per cogliere i due amanti in flagrante. Maggio riesce tuttavia a
placare l’ira del marito, convincendolo di non aver visto altro che fantasmi
ispirati dalla gelosia.
Nel secondo racconto uno
sconosciuto segue le orme di una spia e assiste a scene d’ordinaria amministrazione
inquisitoria, in cui i più ricchi riescono, grazie alle virtù
terapeutiche del denaro, a guarire dai propri peccati, mentre i meno abbienti
li scontano sul rogo. Dispensatore di quest’opinabile giustizia è
il Cacciatore di Streghe: sulla strada che lo conduce a nuovi incarichi
è avvicinato dallo sconosciuto, che si rivela essere un diavolo.
«Pur di guadagnare tu non curi il modo: e così anch’io...perciò
ti voglio esser compagno, fino al momento in cui tu mi abbandonerai»
(21). Decidono perciò di proseguire assieme il cammino, dividendosi
i profitti: al diavolo spetterà tutto ciò che gli uomini
vorranno donargli. Così, quando una vecchia rifiuta di sottostare
ai ricatti economici del Cacciatore di Streghe e lo manda al diavolo, quest’ultimo
la prende in parola e se lo porta all’inferno.
Nel racconto successivo
seguiamo le tragicomiche imprese di Perkin, un giovane vagabondo di chapliniana
memoria, che si succedono veloci e surreali proprio come le comiche di
Charlot. Perkin è uno scroccone (ruba il pasto ad un bambino), uno
scansafatiche (perde il posto di lavoro per aver giocato ai dadi) e un
lussurioso: per quest’ultimo peccato finisce alla gogna, senza tuttavia
perdere il buonumore.
Nella quarta novella lo
studente Nicola ama Alison ed è costretto ad architettare un piano
per eludere la sorveglianza di suo marito, un ingenuo legnaiolo. Annuncia
enfaticamente un nuovo Diluvio Universale e aggiunge che, per salvarsi,
è necessario appendere dei tini al soffitto e poi rifugiarvisi per
scampare alla furia delle acque. Mentre nel palazzo di città è
in corso una festa cui partecipa Assalonne, altro innamorato di Alison,
il legnaiolo cade addormentato all’interno del tino. Nicola ed Alison ne
approfittano per darsi alla gioia più sensuale, divertendosi tra
l’altro a beffare Assalonne, sopraggiunto a casa di Alison per corteggiarla
appassionatamente. Assalonne decide di vendicarsi e a farne le spese è
Nicola.
È la volta della
Donna di Bath: a causa delle sue smanie sessuali, ha ridotto in fin di
vita il marito. Lei trova subito un valido sostituto in Giannozzo, uno
studente che alloggia presso una sua amica. Durante una processione la
Donna di Bath convince Giannozzo, utilizzando argomenti piuttosto persuasivi,
a sposarla. I funerali del vecchio marito e il nuovo matrimonio avvengono
nella stessa chiesa e nello stesso giorno. Bastano poche ore perché,
sul letto nuziale, Giannozzo capisca di aver commesso un grave errore.
Nel sesto racconto due studenti
si recano presso un mugnaio a controllare, per conto dell’Università,
la macinazione del grano. Il mugnaio approfitta della loro buona fede per
truffarli: durante la notte, tuttavia, i due studenti si vendicano, andando
a letto con la moglie e la figlia. Il mugnaio, scoperto il misfatto, s’incollerisce
e ne nasce una colluttazione: i due studenti montano a cavallo e vanno
via di corsa, cantando e mangiando.
Il settimo racconto inizia
in un bordello, dove alcuni giovanotti stanno sollazzandosi con le prostitute:
tra costoro vi è Rufo che, strafottente ed allegro, si affaccia
sul ballatoio e comincia a pisciare sugli avventori di sotto, mentre monologa
irresistibilmente. Poche ore dopo suonano le campane e per le vie procede
un modesto funerale: il morto è proprio Rufo, ucciso da un ladro
chiamato La Morte. Dick, Johnny e Jack, gli amici di Rufo, decidono di
vendicarlo: si mettono dunque in cerca dell’assassino. Un vecchio pastore
li indirizza verso una quercia, dove dovrebbero trovare La Morte. Nessuna
traccia dell’assassino: in compenso, sotto l’albero luccicano tante monete
d’oro. Decidono di portare via quel tesoro con il calar del sole: nel frattempo
mandano Dick, il più giovane, a prendere pane e vino. Dick, strada
facendo, decide di comprare anche del veleno: lo mette dentro i fiaschi
di vino destinati a Johnny e Jack, i quali, dal canto loro, non stanno
con le mani in mano e decidono di spartire per due. Al tramonto i tre “amici”
si rincontrano: dopo aver bevuto, Johnny e Jack uccidono Dick. Poi, tra
mille dolori, si accasciano al suolo anch’essi.
L’ultimo racconto è
la breve cronaca di una beffa compiuta da un moribondo, Tommaso, nei confronti
di un avido frate. Al frate compare poi un angelo, che lo conduce all’inferno.
«In una atmosfera di tragedia schiere di dannati errano, percossi
dai demoni. Tra quelle turbe l’Angelo guida il Frate terrorizzato. Nel
vederlo passare un gruppo di diavoli che sta giocando alla morra interrompe
per un attimo il gioco e lo spernacchia. Finalmente i due giungono davanti
a Satanasso in persona, inginocchiato in modo che mostri loro il culo.
(...) Satanasso alza la coda, apre le chiappe e dal buco del culo schizzano
fuori legioni di frati, come tante api che sciamano da un alveare, tra
le urla di dolore dei dannati e le grida di scherno dei diavoli. E alla
fine Satanasso conclude con una scorreggia colossale» (22).
Nel breve epilogo i pellegrini
giungono alla Cattedrale di Canterbury. L’ultima scena vede Chaucer intento
a rileggere ciò che ha scritto a chiusura del suo libro: «qui
finiscono i Racconti di Canterbury raccontati per il solo piacere
di raccontare». E aggiunge: «Amen».
I Racconti di Canterbury
furono pronti esattamente un anno dopo il Decameron. Per Il fiore
delle Mille e una notte, terzo capitolo della Trilogia della vita,
bisognò attendere il 1974: non che Pasolini si adagiasse sugli allori,
ma la ricerca dei luoghi adatti al film lo impegnò a lungo. E tra
l’altro nel 1973 uscì Storie scellerate, secondo film di
Sergio Citti, della cui sceneggiatura Pasolini era coautore: pur non essendo
un capolavoro, la pellicola in questione meriterebbe ben altro spazio rispetto
a quello che solitamente gli è riservato dai critici e dai biografi
pasoliniani. B.D. Schwartz arriva all’assurdo di non nominarlo neanche,
nel capitolo dedicato alla Trilogia. È comprensibile che Storie
scellerate sia considerato un film estraneo a Pasolini, esiste persino
il dubbio che Pasolini l’abbia firmato soltanto per garantire al suo amico
Citti un certo qual minimo riscontro commerciale. D’altro canto esistono
non poche affinità con i due capitoli della Trilogia pasoliniana,
la più evidente delle quali è la struttura ad episodi (o
“novelle”) ispirata al Bandello (anche se l’ambientazione è nella
Roma papalina). A voler essere più attenti, il film di Citti ripresentava,
oltre all’attenzione verso i piaceri terreni e verso l’elemento corporale,
anche quell’atmosfera cupa e funerea che già aveva caratterizzato
I
Racconti di Canterbury. Di certo c’era poco di nuovo sotto il sole:
e quel poco non si sapeva se ascriverlo a Citti o a Pasolini.
Per girare Il fiore delle
Mille e una notte Pasolini trascorse lunghi periodi in India, Nepal,
Iran, Eritrea, Etiopia, in Arabia e nello Yemen. I successi del Decameron
e dei Racconti di Canterbury gli garantivano il credito dei produttori
e dei distributori: anche il nuovo capitolo della trilogia era preventivato
come un sicuro campione d’incassi.
Il giornalista Gidéon
Bachmann, che raggiunse Pasolini in Yemen durante le riprese, scrisse:
«anche dall’immagine dell’uomo sul set nasce l’impressione di uno
che stia fuggendo dalle sue radici: dietro la cinepresa, che adopera da
solo, sembra un essere frettoloso, perseguitato dai limiti dello spazio
e del tempo» (23). In questa breve descrizione c’è tutto l’ultimo
Pasolini: un uomo in fuga dal presente che cerca con il mito e con la favola
di esorcizzare il tempo che passa, tempo che inghiotte la popolazione italiana
in una spirale apparentemente senza via d’uscita, plasmandola in modo che
Pasolini appaia sempre di più come un vecchio, un estraneo. Un escluso,
in altre parole: escluso da quei cambiamenti che, mutando i suoi “ragazzi”,
avrebbero mutato anche lo stile di vita sessuale che prediligeva (24).
Le riprese furono estenuanti,
la troupe e le comparse erano costrette a passare lunghe ore sotto il sole
cocente. Pasolini era così infervorato da non avvertire neanche
l’assenza da Roma, dai suoi cari; era così ispirato che, alla fine
delle riprese in Yemen, trovò persino il tempo e la voglia di girare
Le
mura di Sana’a (25), un documentario concepito come appello all’Unesco
per la tutela dell’antica città. Ancora una volta, la sua macchina
da presa mirava al recupero del passato e al rifiuto del presente: «ogni
giorno che passa è un pezzo delle mura di Sana’a che crolla o vien
nascosto da una catapecchia “moderna”» (26).
Al rientro a Roma, nella
Roma ormai insopportabile e imbruttita, la modernità apparve a Pasolini
ancora più ripugnante. Girò un secondo documentario, dal
titolo La forma di Orte, che non risulta incluso in nessuna filmografia
e sul quale manca qualsiasi analisi critica. In occasione di un convegno
fiorentino del 1980, Gianfranco Contini scrive: «una chiave del suo
ideale di paesaggio Pasolini la fornì in una trasmissione televisiva
(...) di cui non so se sia stata ravvisata l'importanza e che converrebbe
a ogni modo tesaurizzare opportunamente. La rubrica si intitolava Io e...,
era gestita con vera intelligenza da un'allieva di Longhi (27) (...) ed
era dedicata a un monumento o a un’opera d’arte di cui un intellettuale
denunciava la sopravvivenza minacciata. Pasolini scelse La forma di
Orte. E denunciò gli oltraggi edilizi inflitti a questo luogo
della Teverina un tempo frugalmente ma nobilmente compatto nella sua pensilità
rupestre: un campione dunque dell'ideale bellezza italiana secondo Pasolini,
povero, genuino, assoluto, ai limiti del deserto e dell'arsione vulcanica.
Mi dicono che questo canone valga anche per il castello che Pasolini si
era scelto nella non lontana regione di Viterbo. Ma certo vale per la landa
anatolica di Medea, per le muraglie arabe delle Mille e una notte:
oggetti retrocessi nel tempo, arcaici, retrospettivi» (28). Il titolo
esatto del film non è La forma di Orte, bensì Pasolini
e... la forma della città: risulta essere un film di circa quindici
minuti, prodotto dalla RAI TV e diretto da Paolo Brunatto nell’autunno
del 1973 (la trasmissione avvenne il 7 febbraio 1974), nell’ambito della
rubrica televisiva citata da Contini, dove, appunto, veniva chiesto ad
alcune personalità della cultura italiana di esporre le ragioni
della loro predilezione per una particolare opera d’arte. Fin dalle prime
inquadrature (quando Pasolini afferma: «ho scelto come tema la forma
di una città, il profilo di una città. (...) Io ho scelto
un'inquadratura che prima faceva vedere soltanto la città di Orte
nella sua perfezione stilistica, cioè come forma perfetta, assoluta,
ed è più o meno l’inquadratura così; basta che io
muova questo affare qui, nella macchina da presa, ed ecco che la forma
della città, il profilo della città, la massa architettonica
della città, è incrinata, è rovinata, è deturpata
da qualcosa di estraneo, che è quella casa che si vede là
a sinistra. La vedi?»), appare però evidente che La forma
della città non è un semplice documento audiovisivo, non
è un’intervista filmata (29), non è una registrazione di
risposte alle domande poste da un intervistatore, perché, come ha
notato Roberto Chiesi, «racchiude alcune immagini, inquadrature,
sequenze che possiedono le medesime connotazioni figurative e pittoriche
del cinema di Pasolini (l’indugiare della macchina da presa sui paesaggi
naturali e sugli edifici antichi, con riprese frontali), e perché
il commento (tanto “improvvisato” quanto lucidamente e attentamente meditato)
è opera interamente pasoliniana e al poeta-regista risale anche
la concezione dell’idea che informa il cortometraggio. Il film è
scandito dall’armonia dialettica fra le immagini di Pasolini che parla,
muove la macchina da presa, sceglie le inquadrature, si sposta dai dintorni
di Orte, si avvicina all’interno della città, ripercorre gli sconvolgimenti
paesaggistici nel terzo mondo (a Yazd in Persia, ad Al Mukalla nello stato
di Aden, a Sana’a nello Yemen del Nord, a Bhatgaon nel Nepal), e, infine,
arriva a Sabaudia, dove, su una spiaggia ventosa dalla quale si domina
il paesaggio del litorale, pronuncia un’ultima, vivida requisitoria, dall’integrazione
dialettica fra queste immagini, che hanno “trattenuto” la presenza fisica
e la voce di Pasolini, e le immagini del paesaggio a cui le sue parole
via via si riferiscono (appunto il promontorio di Orte, Sana’a, Sabaudia),
quando accusa la degenerazione ambientale, urbanistica e quindi culturale
del nostro Paese (“la situazione dell’Italia, delle forme delle città
nella nazione italiana (...) è decisamente irrimediabile e catastrofica”)»
(30). Poco più avanti, percorrendo un “selciato sconnesso e antico”
presso Orte, Pasolini aggiunge di voler difendere qualcosa che non è
sanzionato, che non è codificato, che nessuno difende, che è
opera del popolo, di un'intera storia, dell'intera storia del popolo di
una città, di un'infinità di uomini senza nome che però
hanno lavorato all'interno di un'epoca che poi ha prodotto i frutti più
estremi e più assoluti nelle opere d'arte e d'autore. «Con
chiunque tu parli, è immediatamente d'accordo con te nel dover difendere
(...) un monumento, una chiesa, la facciata della chiesa, un campanile,
un ponte, un rudere il cui valore storico è ormai assodato ma nessuno
si rende conto che quello che va difeso è proprio (...) questo passato
anonimo, questo passato senza nome, questo passato popolare» (31).
Come ipotizza Joubert-Laurencin (32), La forma della città è
da considerarsi alla stregua dei pasoliniani film di appunti, e, nella
fattispecie, appunti per una pagina di critica della Modernità.
La forma della città potrebbe essere considerato il corrispettivo
filmico di uno degli Scritti corsari, un breve pamphlet cinematografico:
«il fascismo, il regime fascista non è stato altro, in conclusione,
che un gruppo di criminali al potere che non ha potuto fare niente, non
è riuscito ad incidere, nemmeno a scalfire lontanamente la realtà
dell'Italia.
Sicché Sabaudia,
benché ordinata dal regime secondo certi criteri di carattere razionalistico-estetizzante-accademico,
non trova le sue radici nel regime che l'ha ordinata ma (...) in quella
realtà che il fascismo ha dominato tirannicamente ma che non è
riuscito a scalfire, cioè è la realtà dell'Italia
provinciale, rustica, paleoindustriale, che ha prodotto Sabaudia e non
il fascismo», e, ancora, poco dopo: «ora, invece, succede il
contrario. Il regime è un regime democratico, eccetera, eccetera,
però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo
non è riuscito assolutamente a ottenere, il potere di oggi, cioè
il potere della società dei consumi, invece, riesce a ottenere perfettamente.
(...) Il vero fascismo è proprio questo potere della civiltà
dei consumi che sta distruggendo l'Italia, e questa cosa è avvenuta
talmente rapidamente che non ce ne siamo resi conto, è avvenuta
in questi ultimi cinque, sei, sette, dieci anni... è stato una specie
di incubo in cui abbiamo visto l'Italia intorno a noi distruggersi, sparire.
Adesso, risvegliandoci, forse, da questo incubo, e guardandoci intorno,
ci accorgiamo che non c'è più niente da fare». Come
nota giustamente Chiesi, riecheggiano le ultime righe dell’articolo Sfida
ai dirigenti della televisione, pubblicato il 9 dicembre del 1973 (quindi
nello stesso periodo in cui si effettuavano le riprese de La forma della
città): «Il fascismo (...) non è stato sostanzialmente
in grado nemmeno di scalfire l'anima del popolo italiano: il nuovo fascismo,
attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto,
la televisione) non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata, bruttata
per sempre...». (33)
La lavorazione del Fiore
delle Mille e una notte non era ancora terminata: ma già s’intravedeva
il Pasolini non solo “corsaro” ma anche “luterano” che di lì a poco
avrebbe trovato sfogo nell’Abiura e in Salò. Per la
seconda parte delle riprese, la troupe raggiunse il Corno d’Africa, per
poi spostarsi in Afghanistan e nel Nepal.
«È come se
facessi un lungo sogno» (34), scrisse Pasolini dallo Yemen, già
presago del disagio che avrebbe avvertito al rientro in Italia, del contrasto
insanabile tra ciò che andava cercando e ciò che avrebbe
trovato al suo ritorno in un’Italia sempre più detestabile. L’ultimo
sogno, prima di precipitare nell’incubo di Salò: stavolta
la fuga dal presente appare assoluta, nella sottocultura araba e terzomondista
- nel sogno di essa più che nella sua pur sempre dolorosa realtà
- Pasolini trovò per qualche tempo quello che andava cercando, un
passato mitico dove riaffermare il valore della vita e del corpo, un passato
dove la borghesia non solo non esiste, ma non è neanche immaginabile.
La provocazione di Pasolini raggiunge il suo punto più alto proprio
laddove più si allontana da qualunque rappresentazione metaforica
del presente, ancora ravvisabile in diverse scene dei precedenti capitoli
della Trilogia: il sesso si libera definitivamente di qualunque connotato
funebre e sembra affermarsi definitivamente (ma è, appunto nient’altro
che un sogno, come dimostra l’Abiura) come la più estrema
provocazione non solo verso il pubblico borghese e benpensante, ma anche
verso i critici «i quali, rimuovendo dai miei film il sesso, hanno
rimosso il loro contenuto, e li hanno trovati dunque vuoti, non comprendendo
che l’ideologia c’era, eccome, ed era proprio lì, nel cazzo enorme
sullo schermo, sopra le loro teste che non volevano capire» (35).
Anche Il fiore delle
Mille e una notte fu premiato ad un Festival, in questo caso a Cannes,
dove vinse il premio speciale della giuria. Il film debuttò nelle
sale il 20 giugno 1974. Pasolini era convinto che, almeno in questo caso,
i giudici l’avrebbero lasciato in pace. Invece, una spettatrice che aveva
visto il film in anteprima denunciò Il fiore delle Mille e una
notte alla procura di Milano, che lo bloccò prima ancora che
entrasse in circolazione. Il 5 agosto, tuttavia, la denuncia venne archiviata;
il film distribuito e (falsamente?) “tollerato”. Con il solito puntiglio,
B.D. Schwartz informa che «alla metà del 1988 gli incassi
mondiali relativi alle sale cinematografiche avevano superato i 6 milioni
di dollari ed era già in vendita la videocassetta» (36).
Il fiore delle Mille
e una notte ha una struttura circolare che trova il suo centro nella
vicenda di Nur ed-Din e della sua schiava, Zumurrud, legati da un sentimento
amoroso. Il film inizia nel mercato di Baghdad, dove si tiene un’asta per
Zumurrud, la quale però rifiuta tutti gli acquirenti e sceglie come
suo padrone Nur ed-Din. I due ragazzi fanno l’amore, dopodiché lei
tesse una tela e l’affida a Nur ed-Din perché la venda al mercato,
facendo attenzione a rifiutare qualsiasi offerta da parte di un uomo con
gli occhi azzurri, di cui bisogna aver timore. Al mercato Nur ed-Din viene
avvicinato proprio da un uomo con gli occhi azzurri e non riesce a rifiutare
la sua offerta di mille dinar; poi torna da Zumurrud, che gli narra la
storia di Harum e Zeudi, che scelgono per strada un ragazzo e una ragazza
e cercano di stabilire chi dei due sia il più bello. Con dei narcotici
li addormentano insieme: al risveglio saranno i ragazzi stessi a giudicarsi,
o meglio, a decidere sarà l’amore: chi dei due s’innamora dell’altro
è da considerarsi il meno bello, è il meno bello che s’innamora
sempre del più bello. Vincono entrambi, innamorandosi l’uno dell’altro.
L’uomo dagli occhi azzurri
narcotizza Nur ed-Din e rapisce Zumurrud, spiegandole la causa del suo
gesto: «Mi riconosci, Zumurrud? Tu hai osato dire che il mio membro
non si alzava e io adesso, mia cara Zumurrud, ti darò la punizione
che ti meriti». Zumurrud viene consegnata a un mercante, mentre Nur
ed-Din, disperato, la cerca per i vicoli. Una signora lo aiuta a trovare
Zumurrud, in cambio delle sue prestazioni sessuali. Nur ed-Din si reca
alla dimora di Rashid, dove dovrebbe essere reclusa Zumurrud: il ragazzo
fischia più volte, ma dalla casa non risponde nessuno. Allora si
siede ai piedi del muro e rimane in attesa, ma il sonno lo vince. Proprio
in quel momento passa per quella strada il ladrone Giawan, che ruba tutto
quello che può al dormiente Nur ed-Din, compreso il turbante, che
si mette in testa. Zumurrud esce finalmente dalla casa di Rashid e nel
buio scambia Giawan per Nur ed-Din: Giawan la porta via con sé,
fino all’accampamento dei 40 ladroni, ma la ragazza riesce a fuggire, travestendosi
da soldato. Giunge presso la città di Sair, dove è appena
morto il re senza lasciare figli: una gran folla era in attesa del primo
uomo che arrivasse del deserto, uomo che - secondo l’antica usanza - sarebbe
stato incoronato re. Zumurrud, scambiata per un uomo snello di corpo e
bello in volto, diviene quindi il nuovo re di Sair e gli viene imposta
come moglie la figlia del visir, Hayat. Avvengono le nozze e Zumurrud confessa
il suo segreto ad Hayat, che promette di non rivelarlo a nessuno. Al banchetto
nuziale partecipa gente da ogni dove, compreso l’uomo dagli occhi azzurri:
avendo profanato la mensa, viene crocifisso per ordine di Zumurrud. Mentre
Nur ed-Din continua le ricerche, venendo distratto dall’irresistibile smania
sensuale di due giovani donne, arriva a Sair anche il ladrone Giawan, che
subisce la stessa sorte dell’uomo dagli occhi azzurri. Una giovane donna,
Munis, assolda Nur ed-Din per portare delle provviste dal mercato sino
a casa: Nur ed-Din rimane a consumare il pasto in compagnia di Munis e
delle tre sorelle. Munis racconta la storia della principessa Dunya e del
sogno che la inquieta: «un colombo, impigliato nelle maglie della
rete di un cacciatore, si dibatte disperatamente, ma invano. Nel cielo,
la compagna, innamorata, scende a liberarlo. Ora il maschio è libero
e i due colombi spiccano il volo, fianco a fianco...(...) Ma questa volta
è la colomba ad essere caduta prigioniera. Il colombo le vola intorno,
per un po’, poi, inaspettatamente, abbandona la compagna e si allontana,
perdendosi nell’azzurro del cielo...» (37). Il principe Tagi incontra
il giovane Aziz, che gli racconta la sua storia. Aziz era fidanzato con
la cugina Aziza: il giorno delle nozze Aziz esce di casa per andare ad
invitare alle nozze Alì, il suo miglior amico. Il sole picchia e
Aziz si siede a riprendere fiato, rimanendo ammaliato da una visione: una
bella ragazza bruna, affacciata ad un finestra, ricambia il suo sguardo
e gli indirizza strani gesti. La ragazza gli ha anche gettato un fazzoletto,
in cui è nascosto un biglietto d’amore. Aziz torna a casa con gran
ritardo, confessando di essersi innamorato di una sconosciuta. Ripete ad
Aziza i gesti che la ragazza gli ha rivolto e la cugina riesce ad interpretarne
il romantico significato. Aziz è tutto contento e non si accorge
neanche di aver spezzato il cuore ad Aziza. Le nozze tra i cugini sono
ormai rinviate: la ragazza continua a comunicare gesti ad Aziz che, puntualmente,
se li fa spiegare da Aziza. Aziz riesce finalmente a consumare la sua passione,
amando ripetutamente la ragazza: non si rende conto che, così facendo,
uccide poco a poco la povera Aziza. Aziz viene avvicinato da un’altra ragazza
che gli rivela l’identità dell’amore per cui ha tradito le sue nozze
e ucciso Aziza: si tratta di Budur la pazza, che ha ucciso tutti i suoi
amanti; per salvarsi Aziz deve sposare la seconda ragazza. Un anno dopo
Aziz ottiene un giorno di libertà e torna dall’amata che lo ha sempre
aspettato e che adesso, per vendicarsi, lo evira ferocemente. Aziz torna
dalla madre, da cui riceve una pergamena lasciatagli da Aziza. Sulla pergamena
sono ricamate delle parole con cui Aziza rivela ad Aziz che la donna di
cui si era innamorato non si chiamava Budur, ma Dunya, ed era una regina.
Aziza perdona Aziz e ringrazia Iddio per averla fatta morire prima di lui.
Aziz piange e cerca conforto nelle braccia della madre.
Il racconto di Aziz ha incuriosito
il principe Tagi, che si mette in cerca della regina Dunya. Al mercato
ingaggia due manovali, Yunan e Shahzaman, per disegnare un mosaico sul
soffitto della torre nel giardino di Dunya. Shahzaman racconta a Tagi le
sue avventure: un giorno era in viaggio con una piccola carovana di mercanti
che fu assalita da una masnada di predoni. Riuscì ad evitare una
tragica fine fingendosi morto. Rimasto solo, si rimise in cammino e, in
una campagna, trovò una botola che conduceva ad un palazzo sotterraneo
riccamente addobbato, dove conobbe una giovane donna con cui fece l’amore,
venendo a sapere soltanto dopo che si trattava della figlia di un re, rapita
da un demone. Il demone veniva ogni dieci giorni per fare l’amore. Shahzaman
decise di fuggire, perché se il demone l’avesse trovato lì,
l’avrebbe ucciso senza pensarci due volte. Fuggendo, però, dimenticò
le sue pantofole: questo bastò al demone per mettersi in caccia
e per ritrovare Shahzaman. Il demone riportò Shahzaman al palazzo
sotterraneo e, sotto i suoi occhi, uccise la figlia del re, tramutando
Shahzaman in scimmia, poi raccolta da un ragazzo e portata a corte. Ibriza,
la figlia del re, con una magia la ritrasformò in uomo. Il prezzo
da pagare fu però la sua vita: subito dopo aver compiuto l’incantesimo,
Ibriza bruciò come un tizzone e al suo posto non rimase altro che
cenere. Shahmazan si liberò allora dei suoi abiti e li sostituì
con quelli di un mendicante, dicendo: «quello che lascio, non lo
lascio per generosità, ma a causa del destino e di un giudizio sul
genere umano» (38).
Simile a quella di Shahmazan
è la storia di Yunan: anch’egli ebbe la ventura di entrare in una
botola sotterranea. Si era imbarcato con il padre per andare a visitare
dei possedimenti; l’imbarcazione giunse però nei pressi della montagna
di pietra nera, custodita da un cavaliere di rame. «Finché
quel cavaliere non cadrà nel mare, tutte le navi saranno attratte
verso la montagna e si infrangeranno sulle rocce...» (39) disse il
capitano. La nave fu risucchiata verso le rocce nere: dal naufragio si
salvò soltanto Yunan. Dopo aver sconfitto il cavaliere metallico,
l’isola si inabissò. In una terra vicina, Yunan trovò una
botola che portava ad un sotterraneo dove un ragazzo era stato nascosto
dal padre, poiché i profeti avevano predetto che proprio in quel
giorno il ragazzo sarebbe stato ucciso. La profezia forniva alcuni dettagli
sull’identità dell’assassino e questi dettagli indicavano chiaramente
Yunan. A Yunan quella profezia sembrò assurda, perché non
aveva alcuna intenzione di far del male al ragazzo, anzi, si ripromise
di difenderlo da chiunque. I due si addormentano da buoni amici, ma durante
la notte Yunan è colto da un attacco di sonnambulismo e, come in
trance, uccide il ragazzo. Anche Yunan, come Shahmazan, si libera di tutte
le sue ricchezze e indossa la tunica miserabile del santone.
Il mosaico nel soffitto
della torre del giardino di Dunya è terminato. La regina, condotta
a vederlo, vi riconosce la raffigurazione della storia del suo sogno. S’innamora
di Tagi e, sotto il mosaico, si abbracciano appassionatamente.
Nur ed-Din riesce a sfuggire
alle tentazioni sensuali delle sorelle presso cui è ospite: si rimette
in cerca di Zumurrud. Un leone lo conduce a Sair, dove i due innamorati
finalmente si ritrovano. Mentre si baciano, Nur ed-Din declama una poesia,
con cui si chiude il film: «Che notte! Dio non ne ha creato di eguali!
Il suo inizio fu amaro, ma com’è dolce la sua fine!» (40).
.
.
Capitolo III
.
La sceneggiatura come “tecnica
autonoma”.
Il rapporto tra Pasolini
e il cinema ha origini remote, che risalgono addirittura al 1954. Giorgio
Bassani stava lavorando a La donna del fiume, per la regia di Mario
Soldati: essendo lo scrittore principale, aveva facoltà di scegliere
i suoi collaboratori, tra cui spuntò il nome di Pasolini. Con la
pubblicazione di Ragazzi di vita e il suo fulminante successo editoriale,
crebbero le offerte di lavoro da parte del mondo cinematografico. Da Pasolini
quel mondo era visto con diffidenza, ma assicurava stipendi che avrebbero
potuto risollevarlo dalla povertà in cui era vissuto fino a quel
momento. Anni dopo dichiarò invece di aver sempre avuto un grande
amore per il cinema e per i classici, da Clair a Renoir, da Dreyer a Chaplin.
Il secondo lavoro di Pasolini fu per Il prigioniero della montagna,
diretto da Luis Trenker. Nel maggio del ‘56 curò i dialoghi de Le
notti di Cabiria di Federico Fellini. «Ho scritto tutte le parti
della malavita. Siccome in Ragazzi di vita c’erano personaggi del
genere, Fellini pensò che io conoscevo quel mondo, come in realtà
lo conoscevo per aver abitato a Ponte Mammolo, dove vive un mucchio di
sfruttatori e ladruncoli e puttane; tutta l’ambientazione, e i rapporti
di Cabiria con le altre prostitute, e in particolare l’episodio del Divino
Amore sono stati fatti da me: la storia è raccontata in Alì
dagli occhi azzurri. (...) La prima stesura del dialogo e almeno metà
dell’episodio sono mie» (1). Ciò non bastò perché
Pasolini venisse considerato coautore di “soggetto e sceneggiatura” assieme
a Fellini, Ennio Flaiano e Tullio Pinelli.
Il lavoro di sceneggiatore
pagava bene e Pasolini sacrificò per questo la stesura del suo secondo
romanzo, Una vita violenta, che si protrasse fino al 1959, anno
in cui finalmente fu pubblicato (l’editore Garzanti lo attendeva già
dalla primavera del ‘57). Particolarmente significative sono le collaborazioni
con il regista Mauro Bolognini, a partire da Marisa la civetta del
1957, cui seguirono Giovani mariti, La notte brava, per finire,
nel 1960, anno del suo esordio registico, con La giornata balorda.
È da mettere in rilievo che, in quello stesso anno, uscì
nelle sale, sempre per la regia di Bolognini, Il bell’Antonio, alla
cui sceneggiatura aveva preso parte anche Pasolini, per la prima volta
coinvolto nell’adattamento di un capolavoro letterario (negli anni successivi
toccherà a testi come Il vangelo secondo Matteo, Edipo
re o Medea, fino alla Trilogia oggetto della nostra analisi
e a quel Salò o le 120 giornate di Sodoma che fatalmente
sarebbe risultato essere il suo ultimo film). La dimensione brancatiana
risulta però troppo distante dall’ottica del tutto peculiare di
Pasolini, nonostante il testo in questione godesse di un alone trasgressivo
apparentemente idoneo allo scrittore in quegli anni considerato trasgressivo
per antonomasia. Ma Pasolini «è ancora al di qua della scrittura
provocatoriamente “poveristica” che esploderà presto in Accattone
(e culminerà nel Vangelo secondo Matteo). Così sceneggiatori
e regista tagliano, sottraggono, spostano, attenuano, sfigurano, puntando
su soluzioni prevedibili e “dirette”, deprivate di respiro ideologico e
di urgenze satiriche; e si orientano verso le più incerte e indimostrabili
aree del simbolismo crepuscolare, dello smarrito silenzio tra gli esseri»
(2). Un adattamento poco riuscito, dunque: non potremo mai sapere quello
che Pasolini, il quale non
credeva assolutamente si
potesse produrre con buoni risultati un film “in collaborazione” (3), ne
avrebbe fatto qualora vi avesse potuto lavorare da solo, senza un Bolognini
con cui, a dispetto della loro amicizia, artisticamente parlando sembrava
avere poco o nulla in comune. Resta comunque il fatto che tra il romanzo
di Brancati e la sensibilità poetica di Pasolini non si verificò
alcuna affinità psicologica (che invece sarebbe risultata evidente
in maniera emblematica con l’Edipo re sofocleo).
La notte brava fu
l’unica sceneggiatura interamente pasoliniana del periodo pre-Accattone.
Essa «riprende l’ambientazione romanesca ma già con un certo
distacco, con una freddezza leggermente straniata: a segnare subito la
coscienza tra un salto espressivo e l’altro» (4). Rinaldi è
stato tra i pochissimi ad esprimersi sul valore di questa fase che, nell’approccio
di Pasolini al cinema e, subordinatamente, allo sceno-testo, definiremmo
“primitiva”. Sulla Notte brava in particolare, forse l’esempio più
brillante di questa fase, Rinaldi ha scritto: «C’è in questo
testo qualcosa di disperatamente moderno, di sperimentale, un coraggio
e una temerarietà lo attraversano. La notte brava ripete
i vecchi topoi ma non con l’ansia di perfezionare i risultati raggiunti,
bensì per esibire le citazioni come tali, con un’impercettibile
stilizzazione dei materiali che rivela il distacco da quel mondo. La
notte brava, insomma, possiede una strana aria da museo, dolcissima
e vagamente melanconica, eppure cristallizzata in linee vetrose, senza
sbavature; ritroviamo il Pasolini dei romanzi, ma come dentro un’incisione,
raggelato in un perfetto disegno» (5). Una sceneggiatura “letteraria”,
dunque, che non a caso affida il suo sviluppo diegetico agli schemi e agli
scenari che provengono direttamente dalla prosa; tuttavia con un approccio
diverso (e non poteva essere altrimenti), in quanto la parola è
tesa a diventare immagine e reclama, con i suoi aggettivi, la nuda e cruda
realtà naturalistica della fotografia.
Più che dalla precedenti
collaborazioni, fu con la Notte brava che Pasolini cominciò
a prendere contatto e coscienza con un mezzo, e un mondo espressivo, che
fino ad allora aveva osservato attentamente, da una distanza sempre minore;
ma su cui non si era posto ancora le domande fondamentali, domande destinate
a diventare più bisognose di risposte quando Pasolini s’impegnò
in prima persona non solo nella stesura degli sceno-testi, ma anche nella
loro corretta trasposizione filmica. Cominciò dunque a proporsi
e a proporre teorie e riflessioni sopra il peso e il ruolo specifico della
sceneggiatura, secondo lui pronta per superare gli angusti confini della
pre-produzione cinematografica e imporsi anche nel mondo letterario (tant’è
che la sceneggiatura de La notte brava fu pubblicata in Alì
dagli occhi azzurri e considerata come un racconto autonomo), soprattutto
come deflagrante elemento di provocazione. Infatti la sua antiretorica
povertà era calcolato affronto rivolto a certe fascinose vecchie
pagine di scrittura onirica e, più in generale, ad un ambiente letterario
paludato e borghesemente stagnante.
«I critici letterari
devono prendere atto di un nuovo “genere”, o tecnica, che ormai appartiene
storicamente alla letteratura: la sceneggiatura cinematografica, e anche
il cosiddetto “trattamento”. La sceneggiatura e il trattamento sono opere
letterarie in quanto il loro autore ha coscienza che la loro integrazione
non è letteraria: che cioè sono strutture provvisoriamente
linguistiche, che “vogliono” in realtà essere altre strutture: strutture,
nella fattispecie, cinematografiche. E l’autore di una sceneggiatura o
di un trattamento è tanto più abile letterato quanto più
riesce ad ottenere la collaborazione del lettore nella visualizzazione
di ciò che è provvisoriamente scritto. L’assumere tale provvisorietà
(tale volontà della struttura ad essere “altra struttura”) fa parte
della tecnica letteraria dello sceneggiatore e, potenzialmente, del suo
stile» (6).
Perché dunque esiste
da sempre tanta diffidenza nei confronti della sceneggiatura intesa come
“tecnica letteraria”? Perché si fatica ad attribuire ad una buona
sceneggiatura i meriti che in genere si attribuiscono ad un buon romanzo?
Forse perché la maggioranza delle sceneggiature e dei trattamenti
sono sì letteratura, ma letteratura “indegna”. Il 22 luglio 1973
Pasolini, stroncando la sceneggiatura di Oh, Serafina, di Giuseppe
Berto, pone in chiaro quello che la sceneggiatura dovrebbe essere per non
risultare, agli occhi di un lettore smaliziato, “pessima letteratura”:
partendo dal presupposto che il destinatario dell’opera è il produttore,
il “padrone”, Pasolini precisa che, purtroppo, la maggior parte degli scrittori
cinematografici (fra cui Giuseppe Berto) si sentono in obbligo “sociale”
di considerare il padrone un idiota o un semianalfabeta. Ma devono tuttavia
accondiscendere al suo gusto, in quanto si tratta pur sempre di colui che
paga: e per raggiungere questo scopo (vale a dire: instaurare un rapporto
di complicità con il lettore-produttore, degradandosi al suo supposto
livello di «stupida, volgare, conformistica, cinica conoscenza delle
cose umane») non possono fare altro che degradare la propria opera,
quando invece la prima regola morale di un autore è di considerare
il lettore suo pari.
La sceneggiatura, quando
redatta senza umiliare il lettore nell’identificazione con quel produttore
disprezzato e adulato, è un’opera integra e compiuta in se stessa,
una vera e propria “tecnica letteraria”. Da questa constatazione prende
le mosse il celebre saggio del 1965 contenuto in Empirismo eretico
con il titolo "La sceneggiatura come 'struttura che vuol essere altra struttura'”.
La sceneggiatura è quindi una tecnica narrativa che però
non si esaurisce nell’ambito della prosa letteraria e pertanto non può
essere giudicata nel modo convenzionale in cui vengono giudicati i prodotti
letterari: dev’essere quindi intesa come un nuovo “genere” di scrittura,
con la sua “prosodia” e la sua “metrica” particolari. Nella sceneggiatura
dev’essere presente un’«allusione continua
ad un’opera cinematografica da farsi» (7), senza la quale
la tecnica della sceneggiatura rientrerebbe nelle forme tradizionali delle
scritture letterarie. L’autonomia tecnica di una sceneggiatura consiste
dunque in un primo elemento strutturale, in cui si esplica la “volontà
della forma”: il «riferimento integrativo ad un’opera cinematografica
da farsi» (8). La critica ad una sceneggiatura come tecnica autonoma
è un fatto nuovo sia all’interno della tradizionale critica letteraria
che all’interno della tradizionale critica cinematografica: richiede quindi
l’utilizzo di nuovi codici.
Il tratto peculiare del
“segno” della tecnica della sceneggiatura è quello di «alludere
al significato attraverso due strade diverse, concomitanti e riconfluenti»
(9). Nella sceneggiatura operano dunque due “segni”: quello che allude
al significato secondo la strada del normale gergo letterario e, al tempo
stesso, quello che, alludendo al medesimo significato, rimanda il destinatario
ad un “film da farsi”. L’autore di una sceneggiatura reclama una partecipazione
da parte del lettore ben più intensa di quella necessaria alla lettura
di un romanzo. Il lettore infatti è chiamato a visualizzare compiutamente
ciò cui la sceneggiatura semplicemente allude: senza la collaborazione
del lettore la sceneggiatura rimane imperfetta, incompleta. Ma quest’apparente
incompletezza è invece un elemento stilistico tipico della sceneggiatura,
che obbligatoriamente rimanda a una futura visualizzazione cinematografica.
Altro elemento che caratterizza quello che Pasolini chiama “sceno-testo”
è l’accentuazione espressiva del cinèma, uno dei tre momenti
da cui esso è costituito (il “segno” dello sceno-testo è
“uno e trino”, in quanto vi riscontriamo la compresenza del suo aspetto
orale [fonema], scritto [grafema] e visivo [cinèma]). Nello sceno-testo
il lettore è quindi invitato a «vedere nel grafema soprattutto
il cinèma e quindi a pensare per immagini, ricostruendo nella propria
testa il film alluso nella sceneggiatura come opera da farsi» (10).
Ma cos’è il cinèma? Pasolini lo definisce «immagine
primordiale» o «monade visiva»: è comunque il
«segno di un altro sistema linguistico» (11). La parola dello
sceneggiatore è quindi il segno di due diverse strutture, in quanto
il significato che esso denota è doppio. Si potrebbe propriamente
dire che il segno dello sceno-testo denota «una struttura dotata
della volontà di divenire un’altra struttura» (12). Si tratta
dunque di una struttura “diacronica”, morfologicamente in movimento, impegnata
in un processo dinamico, «che si muove, senza partire e senza arrivare,
da una struttura stilistica, quella della narrativa, a un’altra struttura
stilistica, quella del cinema e, più profondamente, da un sistema
linguistico a un altro» (13).
Secondo Bertini (14), queste
pagine sullo sceno-testo hanno un valore metaforico piuttosto ampio ed
è facile leggervi delle corrispondenze con la biografia e la poetica
dell’autore: basti pensare a come la pagina del Pasolini romanziere denunci
spesso uno stile quasi cinematografico, in cui l’elemento “cinèma”
sembra prevalere sugli altri. Questa “tensione” che porta la sua struttura
culturale letteraria a divenire struttura cinematografica, è un
fenomeno di tipo regressivo. Nell’irrazionalismo, nella rozzezza e nell’essenza
onirica ed arcaica del cinema, Pasolini riscontra il mezzo più calzante
alla sua poetica, alla sua volontà di «tornare indietro nel
tempo, rispetto a organizzazioni linguistiche di tipo razionale, più
evoluto»(15). Volontà perfettamente espressa anche in alcuni
versi del lontano 1962: «Io sono una forza del Passato./Solo nella
tradizione è il mio amore./Vengo dai ruderi, dalle chiese,/dalle
pale d'altare, dai borghi/abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,/dove
sono vissuti i fratelli./(...)/Mostruoso è chi è nato/dalle
viscere di una donna morta./E io, feto adulto, mi aggiro/più moderno
di ogni moderno/a cercare fratelli che non sono più» (16).
Bertini spinge all’estremo l’identificazione tra il discorso teorico sulla
sceneggiatura e le vicende biografiche e poetiche di Pasolini, leggendovi
anche un travestimento della propria diversità sessuale: accostamento
che potrebbe apparire ovvio, in virtù dell’evidente carattere ermafrodita
dello sceno-testo, struttura che anela a essere un’altra struttura. Quello
di Pasolini può anche essere letto come un cinema della diversità
(17), in cui però la tensione omofila rimane latente e rintracciabile
soltanto en travesti in scritti teorici come quello succitato: la diversità
pasoliniana concerta invece il proprio capitale inventivo e stilistico
sullo spettro dell’intera realtà. In Accattone, Mamma
Roma, La ricotta, l’immagine filmica vuole rappresentare, sulla
scia delle prose precedenti, i segni della realtà (18). E anche
le sceneggiature su cui Pasolini, fin dal 1957, ha lavorato, propongono
una «scrittura provocatoriamente schiacciata sulla realtà»
(19). Ma già da questi primi tentativi Pasolini cerca di sfuggire
a quella tradizione cinematografica di «lingua della prosa»
o di «lingua della prosa narrativa» che si è formata
fin quasi dalle origini della cinematografia. Nel suo saggio del 196520
Pasolini sostiene che il cinema, nel momento stesso in cui si è
posto come “tecnica” o come “genere” nuovo d’espressione, si è posto
anche come nuova tecnica o genere di spettacolo d’evasione. Ad un certo
punto ha subito una violenza prevedibile e comprensibile, rimuovendo dalla
scelta del materiale profilmico (e quindi dalla coscienza) quegli elementi
irrazionalistici, onirici, elementari e barbarici che pure gli sono propri,
finendo per venire cannibalizzato dal teatro e dal romanzo, ma non dalla
poesia, nonostante generalmente la letteratura si suddivida in un “linguaggio
della prosa” e in un “linguaggio della poesia”. Il cinema ha utilizzato
fino a quel momento soltanto il linguaggio prosastico, ma Pasolini sostiene
che è possibile anche un linguaggio della poesia. Quello che di
poetico possiamo riscontrare in un testo di Leopardi fatichiamo ad esprimerlo
con le metafore rozze e convenzionali che offre il cinema: ma qui entra
in gioco la possibilità di utilizzare nel cinema la «tecnica
del discorso libero indiretto». Essa è semplicemente «l’immersione
dell’autore nell’animo del suo personaggio, e quindi l’adozione, da parte
dell’autore, non solo della psicologia del suo personaggio, ma anche della
sua lingua» (21). Riprodurre la lingua di una particolare classe
sociale, è reso possibile allo scrittore dal fatto che tale lingua
esiste. Nel cinema il discorso libero indiretto sarà un’operazione
possibile, se intesa come «soggettiva libera indiretta». Tramite
la soggettiva, espediente tipicamente cinematografico, l’autore si mette
da parte e guarda il mondo con gli occhi del suo personaggio. Ma per definire
il suo personaggio non può servirsi dello sguardo (lo sguardo inteso
come elemento linguistico del cinema), in quanto esso è identico
in tutti gli uomini, borghesi o contadini che siano: potranno vedere effettivamente
cose diverse, ma la differenza tra gli uni e gli altri sarà puramente
induttiva e non istituzionalizzabile. L’operazione del regista non sarà
dunque linguistica ma stilistica. Questa «soggettiva libera indiretta»
viene definita da Pasolini «un monologo interiore privo dell’elemento
concettuale e filosofico astratto esplicito»dalle possibilità
stilistiche piuttosto ampie, attraverso cui ritrovare le radici oniriche,
barbariche, irregolari, aggressive e visionarie del cinema. L’esercizio
di stile è visto come ispirazione che può condurre a risultati
autenticamente poetici. (22)
A questo punto si può
scorgere la natura articolata del cinema di Pasolini, le cui tracce si
possono rilevare anche nelle sue sceneggiature: «il suo “consumo”
del cinema nasceva dalla sua ansia di rappresentazione della realtà
e, in pari tempo, dalla sua volontà di assunzione delle forme comunicativo-espressive,
storicamente più congrue, della realtà stessa; ma anche,
parallelamente, dalla sua ansia di contestazione della realtà e
delle forme comunicativo-espressive storicamente più “consumate”,
più “usate” per rappresentarla» (23). Le sceneggiature di
Pasolini rappresentano il «mezzo ideale per abbassare la pagina a
strumento di una presentazione illuminista, al servizio di quel puro esserci
delle cose e dei corpi che è tipico della riproduzione cinematografica»
(24) e da esse scaturisce, proprio con quel loro illuminismo, con quel
loro ridurre la scrittura ad una luce che delinea le forme nella loro pura
presenza, una rottura all’interno dell’universo letterario popolato da
testi retorici e presuntuosi. A tal riguardo basti pensare alla pessima
accoglienza riservata dall’ambiente letterario a quella strana creatura
che prende il nome di Teorema: e non ci riferiamo al film, ma al
suo “fratello” letterario pubblicato da Garzanti (25). Siamo di fronte
ad un ibrido tra il romanzo e la sceneggiatura: si potrebbe parlare propriamente
di un “romanzo in forma di sceneggiatura”, dove Pasolini riesce nell’impresa
di fare della sceneggiatura un’opera di poesia, laddove la povera descrittività
tipica degli sceno-testi diventa, in mano a Pasolini, un arabesco di colori
ed immagini enigmatiche ed inquietanti. Teorema rimane però
un testo ambiguo, con le sue figurazioni pittoriche degne di un quadro
fiammingo che sembrano rimandare al Sogno di una cosa (26), i suoi
ricordi narrativi che possono portare addirittura a Manzoni e la sua veste
stilistica che rimanda in maniera inequivocabile alla sceneggiatura. È
una sceneggiatura diventata una volta per tutte autonoma, nel senso che
non ha più bisogno della struttura-film per essere fruita nella
sua integrità? O è semplicemente il frutto di un momento
di indecisione stilistica, travestita da summa di tutte le esperienze artistiche
pasoliniane? Il segno tangibile di come il cinema abbia definitivamente
distratto, se non addirittura vampirizzato e corrotto, il Pasolini poeta
e romanziere, come gli rimproverarono anche gli operatori letterari più
aperti (27)? In ogni caso siamo di fronte ad un testo che apre uno squarcio
all’interno della narrativa tradizionale, proponendosi come un esperimento
che non fornisce risposte ma, in linea con la poetica dell’autore, soltanto
destabilizzanti (e necessarie) domande. Di fatto Teorema può
essere vista come una sceneggiatura conclusiva, in quanto mostra «il
nucleo profondo di tutte le altre sceneggiature pasoliniane: il loro sforzo
verso le cose, al di là della verbalità, della letteratura»
(28). Ma non è pur sempre un approccio alla realtà mediata
da un muro metaforico, da uno schermo di parole? Non è in definitiva
nella realizzazione filmica che Pasolini, per sua stessa ammissione, poteva
raggiungere la vita, impossessarsene, viverla mentre la ricreava? «Il
cinema mi consente di mantenere il contatto con la realtà, un contatto
fisico, carnale, direi addirittura sensuale»29 : grazie alla lingua
del cinema Pasolini non interrompe la continuità della realtà
attraverso quel sistema simbolico e arbitrario che è la lingua letteraria.
La sceneggiatura è lingua letteraria (insieme di grafèmi)
che rimanda ad una lingua cinematografica (insieme di cinèmi): le
azioni di un personaggio (le sue azioni, non il suo pensiero) vengono spiate
da un occhio magico, virtuale, da un’invisibile macchina da presa. Il cinema,
tramite quello che Pasolini definisce «piano-sequenza» (30),
scrive la realtà. Ma se già di per sé è una
forma di scrittura, allora quale importanza può mai avere quel testo
provvisorio, quel «grafico preparatorio di un’analisi da fare»
(31) che è la sceneggiatura?
Pasolini si rese conto,
dopo Teorema, di aver compiuto l’estremo tentativo di rendere autonomo
e artisticamente elevato il “materiale scadente” della sceneggiatura: e
non dev’essere certo un caso che successivamente evitò di pubblicare
sceneggiature, a parte Ostia (32), lasciando volontariamente inedite
quelle della Trilogia della vita, da lui erroneamente considerate semplici
adattamenti (33). Pubblicate dalla Garzanti nel 1995 a più di vent’anni
dalla loro stesura, risultano invece utilissime per cogliere il travaglio
artistico di Pasolini: per il curatore Gianni Canova sono importanti in
quanto mostrano - quasi in una sorta di work in progress - il percorso
di graduale avvicinamento alla forma definitiva, alle immagini immutabili
e suggestive ideate dal poeta provvisto di macchina da presa. La loro pubblicazione
permette di ricostruire a posteriori la sequela di scelte mai casuali,
sempre attentamente ponderate: si disvela ai nostri occhi il meccanismo
compositivo di un “fare cinema” tra i più significativi e pregnanti
del dopoguerra. Vengono alla luce nuovi elementi, più che altro
se ne confermano altri già identificati in passato; si aggiungono
anche nuove ombre, perché Pasolini, con le sue contraddizioni e
con i suoi mutevoli umori, si presta sempre ad infiniti dibattiti. È
come il monolito di 2001-Odissea nello spazio: sempre uguale a se
stesso, sempre diverso nell’ottica di chi vuole trovarvi un significato
stabile ed assoluto. La Trilogia della vita, che rappresenta una facciata
di questo monolito, è sempre stata anch’essa un “oggetto misterioso”
leggibile in varie maniere. Anche alla luce delle sue sceneggiature continua
a presentare anfratti oscuri, insidiosi sotterranei celati alla vista:
e questo perché il lavoro di Pasolini «non si chiude mai in
se stesso e nelle proprie certezze acquisite, ma procede perennemente in
fieri, alla ricerca di nuove idee e soluzioni suggerite dalla concretezza
operativa del lavoro sul set» (34). Ciò non vuol dire che
le sceneggiature della Trilogia siano semplici «scartafacci preliminari»:
certamente usano poco il linguaggio cinematografico. Al contrario della
sceneggiatura del Vangelo secondo Matteo, ricca di indicazioni tecniche
(primi piani, carrellate, dissolvenze), quelle della Trilogia alludono
al “film da farsi” più che altro con annotazioni ed analogie. Ad
esempio «il mondo animale viene assunto nel testo come svelto pro-memoria
corporeo, fisiognomico e comportamentale, quasi nel tentativo di suggerire
- già con le parole - le espressioni mimiche, gli stati d’animo,
i sentimenti e i bisogni che il film dovrà poi provvedere a rendere
visibili sullo schermo» (35). Sebbene utilizzino con moderazione
gli stilemi del linguaggio specifico cinematografico, queste sceneggiature
rispondono comunque alla loro funzione di evocare con il linguaggio scritto-parlato
quell’altro linguaggio audio-visivo, ponendosi anch’esse all’attenzione
come opere in qualche modo autonome, né più né meno
di quelle che Pasolini accettò di pubblicare. Epperò acquistano
valore ulteriore e importanza decisiva soltanto se poste a confronto (o,
meglio, in relazione) con i film che ne sono scaturiti, almeno agli occhi
di chi voglia indagare sulla philosophy of composition dell’autore, che
si rivela più compiutamente nel problematico momento di transizione
da un codice espressivo all’altro.
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Capitolo IV
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Pasolini sceneggiatore della
«Trilogia della vita».
Nella lettera della primavera
1970 a Franco Rossellini, Pasolini scriveva: «La mia prima idea del
film si è modificata. Non si tratta più di scegliere tre,
quattro o cinque novelle di ambiente napoletano, ossia di una riduzione
di tutta l’opera a una parte “scelta da me”: si tratta piuttosto di scegliere
il maggior numero possibile di racconti (in questa prima stesura sono 15)
per dare quindi un’immagine completa e oggettiva del Decameron.
Va previsto dunque un film di almeno tre ore. Per ragioni pratiche - e
per fedeltà alla prima idea ispiratrice - il gruppo più grosso
di racconti restano i racconti napoletani, così che la Napoli popolare
continua ad essere il tessuto connettivo del film; ma a questo gruppo ventrale
e ricco verranno ad aggiungersi altri racconti, ognuno dei quali rappresenta
un momento di quello spirito interregionale e internazionale che caratterizza
il Decameron. Nel suo insieme il film verrà dunque ad essere
una specie di affresco di tutto un mondo, tra il medioevo e l’epoca borghese:
e, stilisticamente, rappresenterà un intero universo realistico.
Dal punto di vista della produzione, quindi, l’opera si presenta come più
ambiziosa; perché oltre che a Napoli, ci sarà anche la “Cicilia”,
la “Barberia”, Parigi, il mare; e quindi i castelli feudali della Loira,
il deserto con le casbah, i “legni”: le navi che solcavano il Mediterraneo,
dall’Egitto alla Spagna. Il film, che durerà, ripeto, almeno tre
ore, si dividerà anziché in due tempi, in tre, ognuno dei
quali costituirà una specie di unità tematica, legata da
una vicenda che sostituisca il meccanismo narrativo adottato dal Boccaccio,
e rappresenti il mio libero intervento di autore» (1).
L’idea iniziale di Pasolini,
così brevemente esposta al suo produttore, trova riscontro nel “trattamento”
da lui elaborato, un documento prezioso per chi vuole osservare da vicino
le dinamiche mentali di chi compone una struttura (il trattamento, in questo
caso) che serve da fondamento per un’altra struttura (la sceneggiatura
vera e propria), che a sua volta vuol essere “un’altra struttura” (il film).
Ogni intuizione è destinata a diventare qualcosa di più articolato
e complesso. Il trattamento, dice bene Ugo Pirro, «è una fase
della scrittura cinematografica che si colloca nel processo di trasformazione
della parola in immagini, a cavallo tra il soggetto e la sceneggiatura.
È la fase elaborativa che pretende che il film da farsi sia descritto
per esteso, capitolo per capitolo. Ogni capitolo, se non ha ancora la forma
sequenza, esclusivamente cinematografica, deve contenere i materiali che
gli sono destinati, ma in abbondanza» (2).
Pasolini ha scritto un trattamento
soltanto per Il Decameron. Gli altri due film della Trilogia sembrano
essere stati già pensati e trascritti sotto forma di sceneggiatura,
destinata ad essere rispettata quasi alla lettera (è il caso dei
Racconti
di Canterbury) o, al contrario, tradita nei suoi presupposti strutturali
(vedi Il fiore delle Mille e una notte). La presenza, per quanto
riguarda invece Il Decameron, di un trattamento redatto con divertito
piglio narrativo, serve quantomeno a stabilire con maggior precisione e
minore ambiguità gli intenti e le motivazioni che stanno alla base
di un progetto così grandioso ed impegnativo, intenti destinati
ovviamente a mutare in base alle scelte dell’autore (e di nessun altro:
a differenza della gran parte dei registi, Pasolini non subiva alcun condizionamento
da parte dei collaboratori o del produttore, vivendo la sua avventura artistica
in assoluta indipendenza e libertà). Nel trattamento Pasolini cerca
di comporre un tessuto quanto più possibile omogeneo e fluido, definendo
le simmetrie e le corrispondenze tra un episodio e l’altro. Già
in questa fase preparatoria Pasolini rinuncia alla cornice «pretestuale
e letteraria» del Decameron, “orrido cominciamento” nella
Firenze del 1348, in preda alla peste, con cui Boccaccio aveva raffigurato
il caos della società contemporanea, proponendo immagini di autentico
orrore. È l’orrore, la violenza della natura, a sciogliere le convenzioni
sociali, le barriere classiste e i ritegni dettati dal pudore. I dieci
narratori del Decameron, fuggendo da quel mondo e raccontandosi
divertenti novelle, tendono a ricostituire l’ordine perduto: «la
vita della brigata, pur rivolta al piacere, si afferma infatti come coesistenza
conveniente e onesta, come immagine ideale di una rinnovata dimensione
civile» (3). Pasolini, la cui personalità e la cui affabulazione
non sono destinate a celarsi dietro le maschere di altri narratori, rinuncia
ad un iperletterario gioco a scatole cinesi (che pure utilizzerà
con successo nel Fiore delle Mille e una notte, dopo avervi parzialmente
rinunciato anche nei Racconti di Canterbury) in cui il narratore/regista
racconta di altri narratori che a loro volta raccontano le varie novelle.
Inoltre compie un itinerario opposto rispetto a quello dei narratori del
Decameron:
la società da cui Pasolini fugge è proprio quella dell’ordine,
delle convenzioni e dei pudori che i dieci giovani vorrebbero restaurare,
e la fuga si attua in direzione di un caos primigenio, un caos idealizzato
in cui la realtà monolitica del presente si scompone in tante figure
sfaccettate e non omologate. I narratori del Decameron non possono
meritarsi la superiore narrazione del massimo demiurgo diegetico: si tratta
di figure «opache, prive di individualità e di psicologia
precisa, e si confondono facilmente l’una con l’altra» (4), i cui
profili sono indicati solo genericamente, fisicamente poco interessanti
e caratterizzati (e nell’immagine fisica particolare Pasolini ricerca la
verità dei corpi che la contemporaneità ha rimosso). «Nel
Decameron
un’immensa esperienza di vita è presente come può esserla
non a chi fra la vita si mescola, ma a chi la contempla da un alto e signorile
belvedere» (5): Pasolini, nel suo progetto del Decameron (e
anche nella sua realizzazione definitiva), si mantiene comunque fedele,
nonostante l’abolizione della pesante struttura extradiegetica legata alle
figure dei narratori boccacceschi, a quest’impostazione drammaturgica fredda
e contemplativa, almeno fino a quando si tratta di “scrivere” il film.
Altra cosa sarà il film, dove Pasolini si calerà con tutto
se stesso (sia pure sotto le mentite spoglie di Giotto) nel fluire della
vita/sogno da lui rappresentata, seguendo i suoi personaggi anche quando
termina la pellicola nel caricatore (6).
Pasolini sceglie come primo
racconto quello di Martellino, prendendone però soltanto la parte
iniziale «come un frammento, più descrittivo che narrativo.
Ciò mi serve come “introduzione” - abbastanza grandiosa - all’universo
boccaccesco» (7). La storia di Martellino, fasullo storpio che finge
di essere “miracolato” da un santo chiamato Arrigo, secondo le intenzioni
dell’autore serve a “preparare” il finale del primo tempo, affidato a Ciappelletto,
furfante tra i peggiori che riesce ad imbrogliare un frate, fingendosi
uomo pio, puro e fedele, al punto da divenire santo. Il collante tra l’inizio
e la fine del tempo non è tanto il tema della beffa ai danni della
superstizione, pretestuosa macchinazione diegetica, quanto piuttosto l’ondata
dei sentimenti sacri e “popolari”, sentimenti che dovrebbero avere «la
funzione di correggere e integrare i momenti di sensualità, e diciamo
pure, di popolare e allegra oscenità» (8).
Oltre ai racconti di Martellino
e di ser Ciappelletto, Pasolini prevede per il primo tempo quelli di Andreuccio
da Perugia, di Alatiel (di cui non c’è traccia nella sceneggiatura,
forse perché troppo lungo e dispersivo, tant’è che da solo
avrebbe potuto costituire un intero film) e di Masetto. Il secondo tempo
è caratterizzato da racconti più brevi e semplici e deve
cominciare «con grazia e leggerezza», elementi riscontrabili
nel carattere di Chichibio, cui è affidata la cornice. Gli altri
episodi sono quelli di Agilulfo e il palafreniere, di Alibech, di Gerbino,
di Lisabetta da Messina, di Caterina di Valbona. Soltanto questi ultimi
due troveranno collocazione nel montaggio definitivo, mentre Agilulfo e
Gerbino sono destinati a scomparire già al momento di comporre la
sceneggiatura. Il primo, oltre a presentare scarsi motivi d’interesse e
di suggestione (almeno se pensato in termini audiovisivi), è d’ambientazione
regale (la corte padana di re Agilulfo, appunto) e Pasolini è più
interessato a concentrare lo sguardo esclusivamente sull’aspetto “popolare”
del film e di Napoli, a scapito magari degli intenti interregionali e internazionali
sbandierati nella lettera a Rossellini: non un «intero universo realistico»
tra il medioevo e l’epoca borghese, bensì l’intero universo popolare
e mitico che doveva costituire una provocatoria alternativa all’“orrendo”
presente. Le stesse motivazioni legate al rifiuto di filmare corpi e luoghi
non appartenenti al sottobosco popolare stanno alla base del mancato adattamento
della novella di Gerbino, ma non solo: la straziante vicenda di Gerbino
e della sua donna, destinati entrambi alla morte, con grande spreco di
scene madri e lacrime a profusione, aggiungendosi all’altrettanto straziante
vicenda di Lisabetta da Messina avrebbe portato a risultati eccessivamente
protesi verso il lato funebre dell’esistenza umana, in pieno disaccordo
con gli obiettivi della Trilogia (anche se più avanti avremo modo
di notare, specie nei Racconti di Canterbury, come quest’aspetto
funebre sia in qualche modo un elemento peculiare della Trilogia della
vita, senza tuttavia arrivare a ribattezzarla Tetralogia della morte, secondo
l’opinabile tesi di Micciché). Inoltre la prospettiva di un impegno
registico (ed economico) notevole per ricostruire un’essenziale battaglia
navale tra l’imbarcazione pirata di Gerbino e una grossa nave saracena,
doveva spaventare Pasolini prima ancora del suo produttore.
Il terzo tempo, più
breve dei precedenti, avrebbe dovuto rappresentare una interessante sintesi
dei leit-motiv del film, cioè «il sacro e l’osceno»,
essendo composto dalla più nobile delle novelle del Decameron
(quella di Natan e Mitridanes) nonché dalle due più spinte
(Peronella e Gemmata). La vicenda di Giotto avrebbe fatto da filo conduttore.
«Tale vicenda non è tratta dal Decameron, che non ne
parla (gli affreschi di Santa Chiara andranno dunque del tutto ricostruiti);
tuttavia il Decameron contiene un aneddoto su Giotto, ed è
proprio questo aneddoto - adattato - che inizia il terzo tempo del film»
(9). L’aneddoto costituisce la quinta novella della sesta giornata del
Decameron.
Pasolini punta molto su
queste personali analogie con il personaggio di Giotto, sospeso anch’egli
tra finzione metastorica e realtà storica: come se volesse in qualche
modo evitare di perdersi nel suo sogno, come invece accadrà con
Il fiore delle Mille e una notte. Dopo la vicenda di Peronella,
Giotto ritorna in scena per affrescare le pareti di Santa Chiara, attorniato
da alcuni aiutanti, alle prese con la preparazione dei colori. «Sono
i colori su cui si fonda tutto il film: la scena ha quindi una funzione
quasi di “poetica” del film stesso». La visione del sublime stile
pittorico di Giotto dovrebbe condurre a quella che per Pasolini era la
più sublime novella del Decameron, relativa a Natan e Mitridanes.
L’adattamento di questa novella è destinato a finire nel nulla,
poiché risulta assente già a partire dalla sceneggiatura.
Perché Pasolini ha deciso di non includere nel suo progetto la novella
che più sembrava stimare e da cui era moralmente più soggezionato?
Ancora una volta la risposta è da ricercarsi nello scenario dipinto
da Boccaccio: la novella, originariamente ambientata nel Medio Oriente
(e da Pasolini spostata nel mondo meridionale italiano), ha per protagonisti
due ricchissimi castellani dotati di generosità e carità
prive di superflui pietismi e irritanti sentimentalismi, come «i
Potenti delle celesti e realistiche pitture edificanti di Giotto».
Tutto ciò doveva sembrare a Pasolini un po’ fuori luogo nell’ambito
di un’impostazione mirata alla rappresentazione di un mitico sottoproletariato,
dove il sublime andava ricercato nella carnalità e nel godimento
dei frutti terreni. La vicenda di Natan e Mitridanes sembrava, appunto,
troppo programmaticamente «edificante», di sapore un po’ clericale
e per niente provocatorio. Doveva aver solleticato in qualche modo quella
parte di Pasolini che, tra mille contraddizioni, era affascinata dai vangeli
e dalle parabole. Il piacere che la novella porta con sé è
di stampo intellettuale e morale: una facile moralità che Pasolini
doveva sentire legata alla sfera piccolo-borghese, o meglio, all’idea stereotipata
che i piccoli-borghesi avevano della moralità e della nobiltà
d’animo. sapiente del linguaggio, soprattutto del motto di spirito, che
«regola o sospende il conflitto con gli altri individui, che trasforma
l’aggressività in superiore manifestazione di civiltà»
(10). Pasolini sembra aver già deciso la sua identificazione con
Giotto: nell’universo popolaresco del Decameron introduce un suo
alter-ego intellettuale, artista, manipolatore del linguaggio e attento
osservatore della realtà. Già nel trattamento l’immagina
andare in giro per Napoli con occhi che «sono un po’ come la soggettiva
della macchina da presa che fa un breve documentario: e questo breve documentario
di pochi minuti riassume tutto ciò che abbiamo visto finora, esaltandolo
nella sua napoletanità popolare trionfante» (11-12).
Il percorso che avvicina
Pasolini alla composizione della sua opera è un percorso fatto di
mille rinunce e ripensamenti. La sceneggiatura del primo tempo è
ridotta da cinque a tre novelle (come abbiamo già notato sono state
eliminate quelle di Martellino e di Alatiel), mentre il secondo tempo,
dopo aver perso le novelle di Agilulfo e Gerbino, guadagna quella di Girolamo
e Salvestra, la quale però verrà successivamente scartata,
assieme a quelle di Alibech e Chichibio. Per quanto riguarda il terzo tempo,
l’episodio di Tingoccio e Meuccio prende il posto di quello di Natan e
Mitridanes. Il problema fondamentale, fino alla fine, è dunque relativo
alla scelta degli episodi e della loro concatenazione. Meno incerto sembra
Pasolini al momento di “visualizzare” su carta i racconti di Boccaccio:
poiché quello che più gli preme è la raffigurazione
dei corpi e la rappresentazione di un perduto mondo popolare, in cui il
dialetto sopravvive alla standardizzazione linguistica di origine scolastica
e televisiva, modesta rilevanza sembrano avere per Pasolini le azioni che
questi corpi dovranno compiere, gli intrecci in cui saranno coinvolti.
Il meccanismo narrativo desunto dal Boccaccio non subisce perciò
alcun ripensamento, riproponendosi nella trascrizione pre-filmica in maniera
spesso pretestuosa, nel suo schematico svolgimento; e schematici sono anche
i dialoghi della sceneggiatura, soltanto in un secondo tempo (direttamente
sul set o in fase di doppiaggio) tradotti e r |