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Libri Filologia di una morte.
La
morte di Pasolini è un lascito fragoroso, ancora a distanza di decenni,
un’eredità pesante e gravida, un avvenimento che tuttora scuote
intellettuali, storici, giornalisti, e divide quell’informe invenzione
mediatica che s’usa definire opinione pubblica. Un Pasticciaccio brutto,
un crimine maturato nei bassifondi di borgata e nella depravazione – secondo
la versione ufficiale tramandataci dai tg in bianco e nero e dalle colonne
ormai ingiallite dei giornali dell’epoca.
Oppure un nefasto complotto politico, una spietata congiura messa in atto per eliminare un testimone scomodo dei tempi, un poeta che non si accontenta di scrivere versi ma che, come il San Tommaso nell’olio del Caravaggio, insinua l’indice scrutatore nelle piaghe di un Paese di cui intravede già il declino, di cui subodora il falso benessere, le secolari tare, le moderne vergogne. Ma i morti, a volte, parlano, soprattutto se non hanno taciuto in vita. E a volte parlano attraverso la loro stessa morte. Pasolini parla ancora, e a voce se possibile più alta, nella negazione del suo essere, nel mistero – e nel mito - di un assassinio feroce mai del tutto spiegato. Un enigma che l’approssimazione colpevole di indagini mal condotte, mal pensate, probabilmente mal dirette fin nell’intenzione, non ha aiutato a risolvere. Oppure. Che Pasolini la sua morte se la sia scelta, voluta, in qualche modo preparata. Un’esistenza eccessiva e straordinaria, una vita vissuta, forse, come un “esercizio di morte”. La fine terrena di Pasolini come un’ultima, estrema, predica agli uccelli – Uccellacci e uccellini - il tentativo finale di chiamarli a raccolta, sopra il cofano di una vecchia Alfa Romeo arenata sul lido sudicio di Ostia. Un poeta è un profeta. Se non nel senso etimologico (colui che annuncia avvenimenti futuri – e Pasolini fu anche quello, benché sia forse più giusto dire, con Mario Luzi, che più spesso seppe unire i pezzi del presente in una visione futura, come in Petrolio) – lo è sempre nel senso letterale (colui che dice, proferisce – e chi più del Pasolini corsaro o regista). La poesia, allora, come necessità, urgenza, bisogno impellente e fatale. E la morte, quindi, come estremo canto, racconto finale. La morte di Pasolini, infine, come ultimo capitolo, epilogo di una vicenda poetica, ancor prima che umana. Abbracciando la tesi di Sannelli - la morte di Pasolini come estremo testo, e gesto, poetico - si legittima anche l’ipotesi di una possibile esegesi della sua fine come filologia di un ultimo documento letterario. Un testo poetico da leggere come atto performativo, come “la consegna di sé ad un progetto stilistico e rituale”, come una drammatica postilla scritta a lettere di fuoco in calce a un’opera aperta lasciata volutamente tale. Non si tratta qui solo della “confusione tra arte e vita, tra letteratura ed esistenza”, bensì della morte come sigillo a un’esperienza biografica che nella poesia dei versi e delle immagini cinematografiche, così come nei romanzi e sui giornali, ha iscritto il lacerante testamento di un uomo, di un letterato, di un artista, di un intellettuale engagé. Di una “bestia da stile”. La Philologia Pauli di Massimo Sannelli è poesia essa stessa; è uno struggente, nobilissimo tentativo di restituire senso e dignità al massacro di un poeta, ma è anche un tributo eminente alla sua opera e alla sua eredità, a un’esistenza che si fa monumento di se stessa proprio nell’istante in cui tragicamente si spegne. Qualcosa in meno del suicidio, qualcosa in più dell’assassinio. Allo sviluppo della tesi principale, Massimo Sannelli aggiunge un corredo di scritti (di cui fa idealmente parte anche l’affascinante, sentita introduzione di Gian Ruggero Manzoni) che moltiplicano, come sassi gettati in uno stagno, prospettive e riflessioni, dalla forza a un tempo centrifuga e centripeta, incatenati in una serie infinita di rimandi che, paralleli e meridiani, dall’esperienza poetica di Amelia Rosselli passano, tra l’altro, per Antonio Porta, attraverso Edoardo Sanguineti e Pier Vittorio Tondelli, fino a toccare gli esiti più recenti della critica e della poesia contemporanea. Un cerchio che si chiude con la silloge Il mese di giugno dello stesso Sannelli: venti poesie che hanno il respiro sacro e commosso dell’ex-voto, l’umiltà altissima del dono.
Il commento di
Angela Molteni
…
Mi
hanno arrestato, processato, perseguitato, linciato per quasi due decenni.
[...]
Questo un giovane non può saperlo… Può darsi che io abbia avuto quel minimo di dignità che mi ha permesso di nascondere l’angoscia di chi per anni e anni si attendeva ogni giorno l’arrivo di una citazione del tribunale e aveva terrore di guardare nelle edicole per non leggere nei giornali atroci notizie scandalose relative alla sua persona… (P.P.P.) Su Pasolini e il suo orrendo assassinio, quando avvenne, lessi di tutto: c’era, in una grande maggioranza di casi, soprattutto la volontà precisa di colpirlo con il discredito, riservatogli del resto abbondantemente anche in precedenza: in alcuni casi in modo più mascherato, in altri più violento, rozzo e volgare. In altri casi si verificò qualcosa di (perfino) peggiore: da tutte le parti si iniziò una vera e propria gara ad “assumerlo” nei propri ranghi, ad iscriverlo d’ufficio alla propria conventicola. Iniziai a leggere per davvero Pasolini. Fino allora avevo tre punti fermi riguardanti la sua figura e la sua opera: la “famosa” poesia su studenti e poliziotti (da qualche anno ero impegnata politicamente e sindacalmente e quello fu un vero e proprio pugno nello stomaco, un tradimento, lo chiamavamo, non tanto per l’analisi che conteneva, ma per la strumentalizzazione che avrebbe generato) [si veda anche la critica che si sviluppò allora con Franco Fortini, nonché il breve pezzo - In morte - che lo stesso Fortini scrisse per "il manifesto" il 7 novembre 1975] ; il suo libro Teorema, una metafora sconvolgente sulla decomposizione della società in cui anch’io vivevo; il suo film Decameron, in buona parte una rappresentazione della gioia di vivere, una sorta di pessimismo gioioso. Seguii il processo per il suo omicidio, lessi conclusioni e arringhe degli avvocati, sentenze del tribunale. E, anche in questo caso, commenti più o meno malevoli, rozzi e infami sul fatto che, in definitiva, la sua era una fine annunciata, anzi “cercata”: perfino il suo ottimo cugino ne diede una definizione di questo tipo… [ci si riferisce qui ale dichiarazioni rilasciate da Nico Naldini dopo la trasmissione televisiva "Ombre sul giallo" del maggio 2005 in cui Pino Pelosi ritrattò la propria versione dei fatti relativi all'omicidio del 1975] Sulla sentenza di primo grado al processo per l’assassinio di Pasolini si deve ricordare anzitutto che Pelosi fu ritenuto colpevole del delitto di omicidio volontario in concorso con ignoti e che sul concorso di altre persone innumerevoli riferimenti argomentati sono contenuti nella sentenza stessa: … Le lesioni riportate dal Pasolini e il luogo in cui vennero ritrovati i vari reperti escludono nel modo più sicuro che i fatti si siano svolti così come li ha rappresentati il Pelosi e danno nello stesso tempo una significativa prova della necessaria presenza sul posto di più persone.Dopo tale sentenza e dopo quella di secondo grado (che intervenne rapidamente - sette mesi dopo - ed escluse il concorso di altre persone all’omicidio, quasi vi fosse una “urgente necessità” di escludere ipotesi di quel tipo, il che dà perlomeno l’impressione che vi fosse qualcuno direttamente interessato a non far prevalere quella che era molto più che una tesi fantasiosa) si formularono da parte di altre persone ulteriori ipotesi che tendevano soprattutto a provare la presenza di terzi su quel maledetto pratone di Ostia. Vennero ricordate altre aggressioni subite da Pasolini ad opera di fascisti; si parlò del ricatto cui Pasolini era sottoposto dopo il furto di alcune pellicole; si misero in rilievo i suoi scritti apparsi sul “Corriere”; si immaginò che Pasolini stesso avesse progettato e poi “lavorato” per realizzare la propria morte, come in un film; si è arrivati recentemente alle indagini del giudice Calia cui fa riferimento anche Davide Nota nei commenti alla recensione di Cristina Babino, indagini che sono anche all’origine di due libri che ho letto, scritti ultimamente da Gianni D’Elia [si tratta di "L'eresia di Pasolini" e di "Il petrolio delle stragi"] . Pelosi, tra l’altro, fece sapere pubblicamente che in effetti su quel pratone furono altre tre persone ad agire, tre persone che, pestandolo a morte, diedero tra l’altro a Pasolini dello “sporco comunista”. Mi soffermo in particolare su tre aspetti: 1) gli articoli pubblicati dal Corriere della Sera: all’epoca il Corrierone era considerato poco meno che un giornale reazionario. Il fatto che Pasolini scrivesse proprio per quel quotidiano ha a mio parere un significato politico preciso: indirizzarsi in prima battuta, lui dichiaratamente marxista ed elettore del Pci, a lettori che fossero ben distanti dal suo sentire politico - rispettosi dell’immarcescibile potere democristiano, probabilmente elettori della Dc -, e tentare di scuoterli, di “farli pensare” (basterebbe riferirsi agli articoli sul “processo ai gerarchi Dc”, o a quelli sul ruolo della Chiesa). Pasolini che pubblica i suoi articoli sul Corriere mi è venuto in mente, tra l’altro, quando ho ritrovato Berardinelli a scrivere sul “Foglio” di Ferrara… sostanzialmente niente affatto in linea con quel quotidiano. Mi sono chiesta se in effetti Ferrara gli pubblichi articoli senza leggerli. Fatte le debite proporzioni fra direttori di giornali, forse lo faceva anche Piero Ottone… Mio padre era un bel conservatore, votava liberale, leggeva il Corriere: ogni articolo di Pasolini un po’ lo scandalizzava, ma riusciva anche ad apprezzarlo, diceva lui, per il coraggio che dimostrava quell’uomo esponendo certe tesi, e poi ci imbastiva interminabili discussioni con gli amici e soprattutto con me, considerata la “sovversiva” di famiglia. Pasolini stesso rispondeva, a chi gli chiedeva se non si sentisse strumentalizzato (cito a memoria): "loro strumentalizzano me, io strumentalizzo loro per diffondere le mie idee; è un braccio di ferro, vedremo come andrà a finire…" Tutto si può accettare, anche i commenti superficiali e offensivi di Davide Racca, ma si fa assolutamente un torto incancellabile a Pasolini se non si comprendono i motivi per cui si fosse imbarcato nell’impresa di pubblicare i suoi scritti sul Corriere… 2) la tesi politica: non si riesce ad acquisire neppure un barlume di comprensione sulle circostanze dell’assassinio di Pasolini se non ci si documenta ampiamente sul clima politico di quegli anni. E se non ci si mette di fronte alla figura politica di Pasolini. Magari smettendola una buona volta di dire cialtronate livorose del tipo “era una personaggio scomodo a chissà quali poteri da guerra fredda” oppure “ha scritto cose anche molto scontate e con grandi pose moralistiche” [cfr. ancora i commenti di Davide Racca]. Chi l’ha scritto, almeno quel pose moralistiche poteva evitarlo. Se c’è stato qualcuno che te le cantava in faccia senza troppi riguardi, questo era proprio Pasolini… Dico per inciso che faccio sempre molta fatica a comprendere (o forse non ho mai compreso) che cosa le persone intendano per “politica”, “fare politica”… L’affermazione “Non m’intendo/non mi interesso di politica” [cfr commenti di Lorenzo] mi ha sempre fatto un po’ ridere, sia pure amaramente. Si tratterebbe, in effetti, proprio di un’affermazione politica se solo si avesse consapevolezza del fatto che la vita di tutti i giorni per coloro che vivono in una comunità, in una società di donne e uomini - e non sono attenti esclusivamente ai propri, meschini problemi egoistici ancor prima che personali - è, appunto, la politica. Facciamo politica se ci interessiamo fattivamente della scuola dei nostri figli, o del nostro treno pendolare che va a pezzi, della nonnetta che, rifiutata da un ospedale, muore in ambulanza, o critichiamo la rozzezza dei programmi televisivi... Pasolini, secondo me, ha fatto politica per tutta la sua vita, fin da quando se ne andava tra fiorellini candidi e azzurrini di primavera, quelli che nascono subito dopo le primule e vide dei braccianti che si opponevano allo strapotere del padrone: “fui dalla parte dei braccianti. E lessi Marx”. … La mia vita sociale in genere dipende totalmente da ciò che è la gente. Dico “gente” a ragion veduta, intendendo ciò che è la società, il popolo, la massa, nel momento in cui viene, esistenzialmente (e magari solo visivamente) a contatto con me. E’ da questa esperienza esistenziale, diretta, concreta, drammatica, corporea, che nascono in conclusione tutti i miei discorsi ideologici…Banale? Ingenuo? Ma tutti ‘sti commentatori leggono qualche volta, magari tra un drink e l’altro, qualche pagina di Pasolini? Politico è il Pasolini di Ragazzi di vita e delle giornate disperate di Accattone; politico è il Pasolini che racconta, sia pur poeticamente, la lotta di classe nell’eterno conflitto tra falchi e passeretti. O che difende quattro pietre sconnesse che compongono un sentiero medievale perché dietro quelle pietre c’è la vita di tutto un popolo; o che individua con trent’anni di anticipo - certo non da “profeta”, ma realisticamente, tenendo conto di ciò che accadeva e si diceva intorno a lui (che viveva immerso, corpo, anima e ingegno, in questo mondo) - gli esiti della globalizzazione e del consumo smodato di beni inutili al progresso e alla crescita culturale dell’essere umano. Chi lo taccia di banale o di ingenuo probabilmente ha capito ben poco di Pasolini, oppure ha letto [e condiviso] su sacri testi tutto sul consumismo, l’omologazione e la mutazione antropologica degli italiani, salvo trascorrere il sabato pomeriggio a fare shopping in qualche centro commerciale. Giusto per coerenza. Ma ritorno a quell’autunno ’75: scrive nel 1992 Giorgio Galli, studioso e commentatore di fatti politici già a quell’epoca: … Delitto che non si spiega se non nel clima politico dell’autunno 1975. La Dc era stata sconfitta due volte, nel 1974 (referendum sul divorzio) e pochi mesi prima, nelle elezioni del 15 giugno. Si sentiva “assediata”, come ebbe a scrivere uno dei suoi leader, già segretario e poi presidente del partito, Flaminio Piccoli.Non è poi così peregrino ipotizzare un assassinio a sfondo politico… io stessa ricordo che leggendo - allora - gli articoli nei quali Pasolini sosteneva si dovessero processare i gerarchi Dc mi resi conto di quanto fisse rischioso esprimersi tanto esplicitamente in merito a pesantissimi capi d’accusa quali: … indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna, distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani, responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono “selvaggio” delle campagne, responsabilità dell‘esplosione “selvaggia” della cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari, distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori...Un bel po’ di colpe da codice penale… Oltretutto, era risaputo quanto fosse scrupoloso Pasolini nel documentarsi, dovesse girare un film o rispondere a un lettore di “Vie Nuove”… Pecorelli è stato ammazzato per molto meno… Ricordo per esempio che, all’epoca, a parlare di “strage di Stato” per piazza Fontana erano soltanto gli anarchici e Lotta continua. Ovviamente, vituperati su tutta la carta stampata, segnati a dito e criminalizzati, tanto per gradire. E a qualche saputello, oggi, pare “banale” o “ingenuo” [cfr ancora commenti di Lorenzo] che Pasolini ne parlasse nientemeno che dalle colonne del Corriere? 3) la tesi di Zigaina. Dico subito che non mi ha convinto la tesi di una sorta di suicidio assistito, anzi progettato, diretto e realizzato come in un film dalla vittima stessa (con sapiente regia, ci avverte Zigaina). Oppure della scelta della propria morte, ancorché Pasolini stesso ne abbia scritto e non solo in Empirismo eretico. Certo, chi conosce un po’ Pasolini ha individuato in lui, attraverso i suoi scritti, una pulsione di morte. Aveva la consapevolezza dei guasti provocati dal neocapitalismo, la coscienza di tutto ciò che avrebbe ancor più aggravato le cose; era omosessuale e non accettava questa sua condizione. Solo un mese prima di essere ucciso scriveva nella “lettera luterana” a Calvino: … E’ cambiato il “modo di produzione” (enorme quantità, beni superflui, funzione edonistica). Ma la produzione non produce solo merce, produce insieme rapporti sociali, umanità. Il “nuovo modo di produzione” ha prodotto quindi una nuova umanità, ossia una “nuova cultura” modificando antropologicamente l’uomo (nella fattispecie l’italiano). Tale “nuova cultura ha distrutto cinicamente (genocidio) le culture precedenti: da quella tradizionale borghese, alle varie culture particolaristiche e pluralistiche popolari. Ai modelli e ai valori distrutti essa sostituisce modelli e valori propri (non ancora definiti e nominati): che sono quelli di una nuova specie di borghesia. I figli della borghesia sono dunque privilegiati nel realizzarli, e, realizzandoli (con incertezza e quindi con aggressività), si pongono come esempi a coloro che economicamente sono impotenti a farlo, e vengono ridotti appunto a larvali e feroci imitatori. Di qui la loro natura sicaria, da SS. …A me capita spesso di leggere Pasolini e di angosciarmi, di passare intere giornate in totale depressione… Perché è grande la disperazione che si sente nelle sue parole e a volte insopportabile il dolore che trasmettono le sue riflessioni, le sue analisi rispetto a una situazione che gli si presentava ed era la realtà. Pasolini ha sempre inteso descrivere la realtà, quindi è possibile immedesimarsi nei sentimenti che lo scuotevano: basta guardarsi intorno, oggi forse più di allora. Ma da questo a costruire la speculazione sulla sua morte programmata c’è veramente un baratro… No, Zigaina non mi convince, anzi considero un vero e proprio arbitrio il suo metodo di indagine o di analisi anche perché mi è parso di individuare in ciò che ha scritto tentativi puntigliosi di riuscire a deformare, a piegare le parole di Pasolini alla proprie tesi. Peggio, quando non riesce a interpretarle direttamente, spesso si serve di interpretazioni altrui. Si sa, l’arte dell’interpretazione si pratica quasi sempre su terreni minati. In campo musicale ci si perde spesso in interminabili discussioni sul fatto che le interpretazioni più attendibili siano quelle nelle quali ci si sforzi di rendere chiara l’intenzione dell’autore. A mio parere, invece, le migliori interpretazioni sono quelle in cui il musicista-esecutore-interprete riesce a trasmettere emozioni. Per fare un solo esempio: Glenn Gould, anche volendo, con il suo pianoforte non avrebbe potuto chiarirmi alcuna delle intenzioni espressive di Bach. Questo per un semplicissimo ma fondamentale motivo: all’epoca di JSB non esisteva ancora uno strumento che assomigliasse neppur lontanamente a un pianoforte, dovevi accontentarti di un clavicembalo o di una spinetta, e l’espressività te la sognavi. Eppure, ascoltare Bach attraverso l’interpretazione di Gould su un gran coda (dalle risonanze, queste sì, magiche) non solo dà la misura della grandezza dell’autore, ma dà anche profonda gioia e intensa emozione. Ecco, diciamo che Zigaina proprio non mi emoziona. Anzi, riesce perfino a farmi un po’ incazzare, e poi dirò perché. Quella del pittore-amico di Pasolini è comunque una ipotesi che è del tutto legittimo esprimere e che ha perfino aspetti che possono essere considerati esotericamente affascinanti, se non fossero anche elementi che disturbano. O almeno disturbano me. Sono una persona che privilegia la concretezza, che vive con i piedi ben piantati su questa terra: non amo la magia, gli oroscopi, la cabala, le palle di vetro; non ho mai creduto di poter conoscere il destino facendomi leggere da chicchessia le carte o i segni incisi sul palmo di una mano. I misteri, il misticismo, l’occultismo non esercitano alcun fascino su di me. Probabilmente è un mio limite, ma chi non ne ha uno? So che esistono persone che credono fermamente in queste pratiche. E addirittura credono, oltre che a queste cose, perfino che esistano l’inferno e il paradiso… Ed ecco, infine, i motivi ai quali facevo riferimento poco più sopra: a) ha utilizzato, per dimostrare la validità delle sue ipotesi, versi di Pasolini - e a tal fine viene stravolto perfino il titolo di una raccolta del poeta, Trasumanar e organizzar: Con estrema disinvoltura filologica, Zigaina lo traduce in Organizzar il trasumanar ; b) non ha esitato a usare ripetutamente il Pasolini-pittore promuovendo mostre di dipinti del Nostro secondo percorsi dettati dalle proprie tesi personali, quindi non tanto rivolti a far conoscere l’arte di Pasolini, quanto meschinamente indirizzati a pubblicizzare se stesso; c) ha organizzato iniziative per lanciare i propri libri su Pasolini senza che a tali eventi fosse presente alcuna pluralità di punti di vista, in modo che fosse accuratamente evitato qualsiasi contraddittorio e magari qualche contestazione argomentata alle sue tesi; d) nei suoi interventi pubblici ha manifestato sempre una sorta di vittimismo nei confronti di quelli che lui definisce - dando prova di un buon livello di volgarità - “i tenutari” della memoria di Pasolini (la Chiarcossi, Walter Siti, nonché Enzo Siciliano e Laura Betti ora scomparsi); e) ciliegina sulla torta, Zigaina ha trovato piena udienza presso i radicali (Pannella, per intenderci) che l’hanno invitato a un loro congresso dove ha potuto farsi strumentalizzare a dovere strumentalizzando a sua volta Pasolini e la sua opera. Il tutto senza contraddittorio naturalmente. E’ lì che è nato anche l’odioso termine di “tenutari”. [...]
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con un intervento di Angela Molteni |