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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998 
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"Pagine corsare"
Libri su Pasolini

Modernizzazione senza sviluppo.
Il capitalismo secondo Pasolini
Un libro di Giulio Sapelli, a cura di Veronica Ronchi,
edito da Bruno Mondadori
di Marco Belpoliti - da: www.lastampa.it

Sono ormai passati trent'anni da quella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 quando Pier Paolo Pasolini, il più famoso intellettuale italiano, andava a morire in uno squallido spiazzo dell'Idroscalo di Ostia, trent'anni in cui il suo fantasma ha continuato ad aggirarsi tra noi, inquieto, nervoso, non pacificato. In questi trent'anni Pasolini non ha finito di parlarci; ha continuato a farlo in modo indiretto,  attraverso i suoi libri piuttosto che con il cinema, con gli Scritti corsari piuttosto che con i romanzi; lo ha fatto persino attraverso i suoi innumerevoli commentatori, gli studiosi che sono ritornati più volte sulle scandalose e polemiche tesi.

Alla vigilia della ricorrenza della scomparsa del poeta friulano, che sarà celebrata all'inizio del prossimo novembre da amici e probabilmente anche da antichi avversari, da recenti ammiratori e solerti scopritori di ogni chiesa, partito o setta, esce il libro di un economista, Giulio Sapelli, studioso della storia industriale italiana, nonché ex membro del partito comunista, un migliorista, come si diceva un tempo.

S'intitola Modernizzazione senza sviluppo. Il capitalismo secondo Pasolini (a cura di Veronica Ronchi, editore Bruno Mondadori). Si tratta di un libro parlato, frutto di un corso universitario trascritto da una allieva. Libro discorsivo, dunque, pieno di riferimenti, piccole divagazioni ed errori, come capita quando si parla a braccio, ma anche un libro interessante perché contiene uno sguardo diverso, quello di un economista che rilegge gli scritti di Pasolini a partire dal maggio 1960, dal momento in cui assume la rubrica di lettere sul settimanale comunista "Vie Nuove", sino alle pagine postume delle Lettere luterane.

Sapelli ignora volutamente tutta la critica pasoliniana e si focalizza solo sugli scritti del poeta; questo ha il merito di rendere la lettura del libro snella e rapida, facendo tabula rasa di tanti luoghi comuni. Secondo Sapelli, Pasolini ha scoperto in anticipo, rispetto a economisti e sociologi, le trasformazioni della società italiana del dopoguerra. Lo ha fatto da poeta e da scrittore, dunque attraverso intuizioni, scorciatoie, analisi sommarie ma sostanzialmente giuste, sia riguardo al cambiamento dei costumi sia riguardo alla cultura.

Pasolini ha compreso che l'industrializzazione italiana è un processo che si compie attraverso l'espansione del consumo di beni privati piuttosto che di beni pubblici. Di questa grande trasformazione, avvenuta nell'arco di vent'anni, mette in luce il lato oscuro: distruzione delle lingue e culture locali, creazione di un nuovo modello umano fondato sul consumo, fine del sacro e del mondo simbolico tradizionale. È lo «sviluppo» senza «progresso» su cui insiste in alcuni articoli e interviste degli Anni Settanta. Sapelli attira l'attenzione sulla coppia «civiltà» e «cultura», nel significato loro attribuito dalla filosofia tedesca: il consumismo è cultura, scrive, ma per Pasolini questa cultura non ha più in sé l'elemento della civilizzazione. La chiave di volta del discorso pasoliniano è il linguaggio, e non potrebbe essere altro, visto che come scrittore è con la lingua che lavora. Non essendo un pensatore sistematico è ovvio che nelle sue argomentazioni vi siano molte contraddizioni e ambiguità che Sapelli mette in luce tenendo ben fermo la sostanza del suo ragionamento.

L'Italia è un Paese dominato dalla piccola borghesia che da un lato ha distrutto la cultura contadina, da cui lei stessa proveniva, e dall'altro rifiuta il modello alto della grande borghesia. Non a caso una delle tesi centrali riguarda la televisione, cui Pasolini attribuisce un compito decisivo nella formazione culturale della piccola borghesia cittadina, estranea sia alla Chiesa, diventata superflua come fonte di valori, sia al comunismo della classe operaia, a lei nemica. A un Nord che si protestantizza, assumendo forma puritane e capitalistiche, Pasolini contrappone il Sud, Napoli e le borgate romane. Tuttavia, negli ultimi anni deve constatare che anche queste plebi premoderne, pagane, riottose al sistema di valori della piccola borghesia, sono state catturate dal sistema del consumo.

È interessante soprattutto il discorso che riguarda i giovani, i ribelli e i contestatori del Sessantotto. Come si sa Pasolini è contro di loro; li vede come i Figli che si ribellano ai Padri, i figli della borghesia che rifiutano i valori paterni. Il Sessantotto è per il poeta «la distruzione dell'innocenza», ovvero tout court la «distruzione dei valori». Nella risposta al questionario della rivista "Nuovi Argomenti" dedicata all'estremismo nel 1973, il regista afferma che la modernizzazione è avvenuta rompendo le vecchie norme sociali, tra cui anche i valori della sinistra, i valori della Resistenza; questo è avvenuto non da sinistra, come la maggior parte degli osservatori sembrano credere, bensì da destra: i sessantottini sono i nuovi fascisti, non solo per il loro uso della violenza, ma per il contenuto stesso delle loro richieste.

Si tratta di un passaggio che è di grande attualità, come sottolinea Sapelli, perché spiega il successivo riflusso, il fatto che la nuova classe dirigente, i sessantenni di oggi, dirigenti televisivi, manager, pubblicitari, funzionari, burocrati, siano in gran parte provenienti da quel movimento, passati dalla parte del «nemico» di allora. Pasolini interpreta il Sessantotto come una reazione alla modernizzazione, una reazione che non è quella delle classi subalterne, sottoproletari e operai, bensì delle classi medie, intrise di fascismo e antropologicamente propense alla violenza attivistica. In questo quadro egli mette a fuoco anche la mercificazione della cultura e la dissoluzione della letteratura in senso tradizionale.

La sua analisi è talmente catastrofica e netta che su questo terreno Pasolini non è stato poi seguito da nessuno. Alla fine degli Anni Sessanta egli ha lasciato la letteratura per il cinema, anche se coltiva quasi privatamente «l'hobby del sonetto», come s'intitola una sua raccolta postuma. Pasolini è un grande innovatore nella forma e un reazionario dal punto di vista dei contenuti, come lui stesso ha scritto, ammesso che le due cose in lui si possano davvero separare. Sapelli arresta tuttavia la sua analisi sulla soglia di una questione senza la quale l'intero ragionamento pasoliniano sulla mutazione antropologica italiana risulta monco, se non addirittura incomprensibile: il corpo.

Nell'intervista con Alberto Arbasino nel 1971, citata da Sapelli, egli dichiara: «L'Italia è un corpo stupendo, ma dovunque lo tocchi o lo guardi, vedi, attorcigliate, le spire viscide e nere di un serpente, l'altra Italia. Come si può fare l'amore con un corpo tutto avvolto da un serpente? Così comincia la castità». Questa non è solo una splendida metafora, ma esprime l'orientamento reale del poeta. Se si rilegge l'articolo contro i capelloni del 1975, che compare sulle pagine del Corriere della Sera, e oggi figura all'ingresso degli Scritti corsari, si capisce cosa significa per il poeta la fine del vecchio mondo, la scomparsa delle belle nuche, delle facce gentili e dei ciuffi innocenti dei ragazzi della sua giovinezza. Non esistono più i bei ragazzi eterosessuali con cui Pasolini faceva l'amore; al loro posto ci sono i capelloni, proletari e sottoproletari che scimmiottano i figli dei ricchi e rifiutano il rapporto omoerotico che i loro antichi coetanei accettavano come un fatto naturale.

Tutta la polemica contro il divorzio e poi contro l'aborto è una polemica contro il coito eterosessuale. Pasolini arriva a sostenere che è la nevrosi del consumo e la disponibilità sessuale delle ragazze all'incontro erotico a spingere i giovani maschi verso il terrorismo. I ragazzi di vita che il poeta incontra nelle sue scorribande notturne hanno dunque perso la bellezza e la grazia che avevano nel passato. La critica del consumismo è una critica estetica ed erotica, diversamente da quello che sembra credere Sapelli, perché la radice più profonda e vera del Pasolini corsaro e luterano è proprio l'omosessualità.

È curioso che nei trent'anni passati dopo la sua morte nessuno o quasi abbia parlato di questo: il corpo dell'Italia, quel Paese meraviglioso sotto il fascismo, di cui scrive all'inizio della recensione del libro di prose di Penna, Un po’ di febbre, è costituito dal suo paesaggio e dai costumi dei suoi abitanti, e in particolare quelli dei ragazzi. Nei due scritti sull'omosessualità inclusi in Scritti corsari lo dice con evidenza: lui non farebbe mai l'amore con un omosessuale, ama solo i ragazzi eterosessuali. Non c'è alcun dubbio che se Pasolini fosse ancora qui con noi si sarebbe scagliato contro i matrimoni omosessuali ritenendoli uno scimmiottamento dei matrimoni eterosessuali, un'altra espressione di quella morale piccolo borghese che ha trionfato grazie alla televisione commerciale, la Tv futura berlusconiana già in nuce nelle descrizioni che il poeta fa del nuovo mezzo di comunicazione di massa.

Il lascito più importante di Pasolini non è etico, ma estetico, o meglio: per lui l'etica è un'estetica. La mutazione antropologica è la distruzione dell'ethos perché è la distruzione della bellezza: il corpo dell'Italia e dei suoi abitanti. Pasolini è davvero un autore contro perché è un diverso: usa la propria diversità come una lama affilata contro il conformismo della società e della politica. Le versioni del suo pensiero che sono state date a destra come a sinistra, dai cattolici come dai laici, sono spesso edulcorate perché non fanno davvero i conti con la sua radicalità. Riducono la sua figura a un santino, il Padre Pio della letteratura e della cultura. Per nostra fortuna i suoi scritti sono ancora lì per chi vuole leggerlo davvero nella sua irriducibilità, con tutte le sue contraddizioni e la sua amorosa passione.
 
 


Modernizzazione senza sviluppo..., un libro di Giulio Sapelli
 

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