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Libri Pasolini Requiem
Vita
di Pasolini,
di Enzo Siciliano
Recensione (1995) di Guido Davico Bonino
Pasolini è stato assassinato il 2 novembre 1975. All'epoca avevo cinque anni, eppure mi ricordo bene della notizia, del clamore che aveva suscitato. Ricordo anche che il modo in cui la notizia era stata data (con le ipocrisie e le reticenze di una Rai ancora pienamente democristiana) sembrava fatto apposta per stimolare torbide curiosità, almeno in un bambino di cinque anni, che certo di tutta la vicenda non poteva capire granché. In seguito, per lungo tempo, pur senza essere dimenticato, Pasolini rimase in secondo piano sulla scena culturale italiana. Il suo culto era mantenuto vivo dalla cerchia degli amici, ma sembrava che la sua opera e le sue idee fossero destinate a diventare sempre più inattuali (o almeno questa poteva essere l'impressione di chi non si occupasse di cose letterarie). Poi, gradualmente, qualcosa si è mosso. Molte possono essere le ragioni estrinseche e occasionali. Tra queste le più importanti sono sicuramente la pubblicazione postuma di "Petrolio" (Einaudi, 1992) e la ricorrenza del ventesimo anniversario della morte. Tale ricorrenza è stata l'occasione di numerose iniziative editoriali e culturali (è stato anche realizzato un film) ed è, incidentalmente, anche all'origine di questo breve articolo. Ciò che è interessante notare è che per lo più non si tratta di semplici celebrazioni di rito: Pasolini viene presentato come qualcuno che ha detto cose importanti per noi oggi, qualcuno che merita di essere preso in considerazione con tutta la calma e l'attenzione che il distacco temporale ci rende ora possibili. La recente abbondanza di interventi e di prese di posizione sulla vicenda umana e intellettuale di Pasolini non è spiegabile solamente con le regole del giornalismo culturale: ci devono essere anche ragioni più essenziali. Negli ultimi tre o quattro anni la vita politica italiana ha subito mutamenti significativi; non importa qui stabilire se essi siano stati reali o solo apparenti: certo è che molti dei personaggi che avevano a lungo dominato la scena politica si sono eclissati rapidamente. Con la forte svalutazione della lira e la sua uscita dallo Sme nel 1992 si è avuta l'impressione che fosse finita un'epoca e che fosse necessario un ripensamento di quanto era avvenuto nel decennio precedente. Il collasso della Democrazia cristiana ha generato uno sconcerto ancora maggiore e ha indotto a una riconsiderazione dell'intera storia repubblicana, da un punto di vista finalmente "esterno" (anche se in una situazione non necessariamente migliore e forse neppure molto diversa da quella precedente). La disgrazia di numerosi politici che avevano governato l'Italia per così lungo tempo ha permesso di riesaminare alcuni dei momenti oscuri della storia recente e dei legami pericolosi tra ceto politico, grande e piccolo capitale, criminalità organizzata ed eversione. Pasolini aveva avanzato gravi denunce (altri l'avevano fatto, ma nessuno con la stessa veemenza e con lo stesso scandalo) che più tardi si sono rivelate ben fondate: i gerarchi democristiani che avrebbe voluto vedere processati vent'anni fa sono in gran parte sotto processo proprio in questi tempi (e uno di loro rilascia interviste in cui afferma che forse Pasolini aveva ragione fin da allora). Tornare a riflettere su Pasolini significa in qualche modo affrontare una sorta di esame di coscienza collettivo, cosa di cui, soprattutto da un punto di vista politico, sembra esserci oggi una grande esigenza in Italia (cfr. le riflessioni di Edoardo Sanguineti in "Radicalismo e patologia", "Micromega", 1995, n. 4). Tra i vari prodotti di questa
riconsiderazione di Pasolini la biografia di Barth David Schwartz, "Pasolini
Requiem", è sicuramente destinata a essere un'acquisizione duratura,
e non una semplice opera d'occasione. Si tratta di una biografia imponente
(895 pagine, più le note, una bibliografia, una filmografia, ventinove
immagini fuori testo, un indice analitico dei nomi e delle opere di Pasolini),
impostata secondo le regole classiche delle biografie anglosassoni. Eccezionale
per completezza e per piacevolezza di lettura, "Pasolini Requiem" è
quella che si suol definire un'opera "definitiva", a cui nel futuro sarà
doveroso fare riferimento per qualsiasi questione riguardante la vita di
Pasolini.
Il libro di Siciliano nasce con intenti radicalmente diversi da quella di Schwartz: non è un lavoro di paziente e meticolosa ricerca, ma il ricordo scritto da un amico a pochi anni dalla morte di Pasolini. Tuttavia i punti di contatto tra le due opere sono sorprendenti, innanzitutto la comune suddivisione in tre parti: la prima (il "Prologo" in Siciliano) è costituita da un resoconto dell'omicidio di Pasolini e delle indagini successive, la seconda tratta della giovinezza e la terza della maturità. È significativo che in entrambi i casi si sia deciso di partire dalla fine, dalla morte di Pasolini, l'evento che forse lo lega più intensamente ai suoi posteri, per poi ritornare indietro all'infanzia e alla giovinezza e procedere quindi cronologicamente. Differente è però la cesura tra la seconda e la terza parte: Siciliano sceglie il trasferimento di Pasolini a Roma, Schwartz il suo passaggio al cinema (a cui in "Pasolini Requiem" è dedicato uno spazio assai ampio, più che in Siciliano, che non a caso è un letterato). In generale non si può dire che l'immagine della vita di Pasolini che viene offerta dai due libri sia molto diversa; spesso le citazioni e le testimonianze scelte sono le stesse: è evidente che Schwartz nello scrivere la sua aveva ben presente la biografia precedente. Molto diverso è però il tono delle due opere, cosi come l'uso che gli autori intendono farne. Siciliano faceva parte del gruppo di amici e collaboratori che circondava Pasolini. È evidente nel suo testo la tendenza a schierarsi apertamente per certe tesi e a sostenerle con decisione. Cosi capita per le mai chiarite modalità dell'assassinio: Siciliano insiste molto più di Schwartz sulle difficoltà cui va incontro la tesi secondo cui Pelosi sarebbe l'unico autore dell'omicidio, proponendo le alternative come qualcosa di più che semplici congetture. Ma soprattutto vuole dimostrare come Pasolini fosse nel giusto, come nelle innumerevoli dispute che lo videro protagonista avesse sostanzialmente ragione. Ciò, obliquamente, serve anche a dimostrare che lo stesso Siciliano, almeno nelle dispute letterarie, ha sostanzialmente ragione. Nella biografia di Schwartz, che pure è estremamente simpatetica con Pasolini, non c'è nulla di tutto questo. Schwartz ha la fortuna di non essere italiano, di non far parte di schieramenti letterari; così non ha concezioni precostituite da difendere, né si sente obbligato a prendere posizione esplicita in polemiche che sono tutte interne al mondo intellettuale italiano. In questo soprattutto consiste la novità di "Pasolini Requiem": forse per la prima volta un'opera cosi importante su Pasolini non proviene da ambienti a lui strettamente legati. Finalmente la discussione su Pasolini non è più monopolizzata dal gruppo dei suoi amici (che ovviamente non hanno colpa di questo monopolio). Con l'opera e l'interesse dedicatigli da uno studioso americano, proveniente da uno scenario culturale completamente diverso, la figura di Pasolini viene finalmente strappata a una dimensione in qualche misura "privata" e diventa veramente "pubblica". Questo è senza dubbio il miglior servigio che Schwartz poteva rendere a Pasolini. Da questa immissione in una prospettiva pienamente pubblica risulta ancora più chiaramente di quanto già non fosse la statura di "intellettuale" di Pasolini. Pasolini è stato molte cose: filologo, poeta, in dialetto e in lingua italiana, scrittore, di romanzi, sceneggiature, opere teatrali, regista; in ciascuno di questi ruoli ha spesso (non sempre) raggiunto livelli molto alti. Ma soprattutto è stato un intellettuale, con tutte le responsabilità che ciò implica verso il pubblico. Che cosa esattamente voglia dire essere un intellettuale non è forse molto chiaro; nelle varie società e culture nazionali tale termine assume significati differenti: un intellettuale inglese è diverso da uno americano, questo è a sua volta diverso da uno francese o da uno tedesco, e tutti quanti sono diversi da un intellettuale italiano. Qualsiasi cosa rappresenti la figura dell'intellettuale italiano, Pasolini l'ha sicuramente incarnata al meglio. Probabilmente non e possibile fornire una definizione rigorosa di questo tipo umano: più che appartenere a una classe delimitata da precise proprietà, gli intellettuali sono legati tra loro da quelle che Wittgenstein chiamerebbe "somiglianze di famiglia". Dei vari tratti distintivi di una famiglia, Pasolini ne concentra su di sé moltissimi, in non pochi casi in contraddizione tra loro: ma le contraddizioni non sono mai state per lui un problema. In questo modo la figura di Pasolini è venuta a svolgere una funzione di vero e proprio paradigma, di modello dell'intellettuale italiano, nel bene e nel male: si è un intellettuale se in qualche modo si assomiglia a Pasolini. Pochi altri hanno avuto in questo senso un rilievo paragonabile a quello di Pasolini: modello altrettanto influente fu forse solo Cesare Pavese. Pur nella diversità di intendimenti ed esiti artistici, di concezioni ideologiche, di progetti culturali, Pavese e Pasolini sono accomunati da molte cose. Entrambi caratterizzati da una sensibilità decadente, si sono però confrontati con i precetti del neorealismo e con le direttive ideologiche del marxismo; entrambi affascinati dall'umanità contadina delle campagne, le si sono avvicinati attraverso le suggestioni dell'etnologia, del preistorico, del mito; entrambi hanno indagato i rapporti, spesso difficili, tra questo mondo rurale e quello della città; entrambi hanno mostrato in questi temi un profondo interesse filologico. Probabilmente ha ragione
Asor Rosa ("Scrittori e popolo", Einaudi, 1988, I ed. 1968) quando
sostiene che questi sono atteggiamenti piccolo-borghesi: Pasolini e Pavese
erano piccolo-borghesi (anche se Pavese era forse scevro dal sentimentalismo
e dal moralismo di cui Asor Rosa accusa Pasolini), ma proprio per questo
hanno svolto una funzione cosi rilevante in una società che, come
quella italiana, è fondamentalmente piccolo-borghese.
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