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Libri La lunga strada di
sabbia
Alla fermata del pulmàn
Tutte le strade sono ancora
piene: gruppi di ragazzi locali, marinai, donne ricoperte di fazzolettoni
e giacchettoni da bazar... La sera passa: splendidamente - devo dire -
passa. Rivado a prendere il mio pulmàn. Ma, mannaggia - o demonio,
nel bivietto deserto, accanto a un caffeuccio chiuso, aspetto, aspetto.
Questo pulmàn non arriva. Si presenta invece un giovincello, basso e squallido
come sanno esserlo solo i napoletani. Mi ha visto nel battello la mattina
e questo è il pretesto per la sua breve storia, narrata con molta dignità
del resto: «Sono venuto a Ischia, a Sant'Angelo, per lavorare come cameriere:
ero d'accordo con l'albergo e mi hanno messo in prova. Ma io sono commis,
mentre loro avevano bisogno di un demi-chef. Mi tengono in prova lo stesso
e mi fanno lavorare tutto il giorno. La sera mi mandano via, senza darmi
nemmeno una lira. Ma voi non agite da galantuomini, io dico. Ma non c'è
niente da fare: mi danno nu poco 'e pesce da mangiare, e mi congedano.
L'ultimo battello. Non c'erano più pulmàn e per tornare giù ho dovuto
prendere una motocarrozzella: e ho dato le uniche seicento lire che avevo
in tasca. Adesso devo passare la notte passeggiando a Porto, e domani non
ho i soldi per tornare...». Storie di sguatteri, una delle migliaia di
storie di tutti i giorni. Gli do un po' di grana. Arriva il mio pulmàn.
Riparto. La notte è alta. Ischia è come duemila anni fa...
Con i freni rotti
A un bivio, mi precipito contro i cartelli con le frecce, per riconoscere quello di Siracusa. Freno leggermente, e sento sotto il mio piede come uno scoppio: s'è spezzato il freno: provo quello che provano coloro un attimo prima di morire, in simili casi. Ma, per mia fortuna, lì la strada è abbastanza dritta e non troppo in discesa: riesco a inventare il modo per frenare. Sono fermo. Solo in mezzo alla notte, sotto la luna che ormai tramonta dietro le boscaglie di mandorli e carrubi. In fondo, davanti a me, scintillano delle luci: Augusta, e altre più lontane, Siracusa. Riprendo, andando ai venti all'ora, e piano piano arrivo ai piedi delle montagne, a tredici chilometri da Siracusa, sul mare, in un posto che sembra l'Asmara: Priolo Gargallo. C'è un forno aperto: chiedo. Un giovane fornaio esce, pianta il lavoro, con slancio che mi lascia senza parole, comincia a aiutarmi, spinge come un pazzo la macchina, mi porta le valige fino a un alberghetto senza insegna, chiama l'albergatore, che non c'è, e si affaccia invece un tedesco in mutande, che, insonnolito, non fa altro che dire quasi cantando: «Siiii, siiii!», cioè sì, il padrone dorme, tutto è chiuso, siiii, siiii. Il fornaretto corre a chiamare un suo amico, che ha una seicento: questo mi porta a Siracusa. Giro mezza città, tutta vuota, miracolosamente nuda, nuova. Mi sistemo al Jolly: come un ragazzo, non vedo l'ora che venga domani. Notte, passa presto!
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