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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998 
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"Pagine corsare"
Libri

La lunga strada di sabbia
di Philippe Séclier
Ed. Contrasto, 2005

“Con me stava in silenzio,
niente appunti, osservava”
Il fotografo Paolo di Paolo ricorda quei giorni con lo scrittore
di Laura Lilli
la Repubblica, settembre 2005

Un grande silenzio fu, nel 1959, il compagno di viaggio del fotografo Paolo di Paolo e di Pier Paolo Pasolini, che in fretta e furia, all’inizio dell’estate di quell’anno, si imbarcarono insieme per un servizio al tempo stesso letterario e fotografico. Il servizio, che avrebbe messo a fuoco le vacanze degli italiani, si sarebbe chiamato La lunga strada di sabbia e sarebbe apparso in tre puntate sul settimanale "Successo" dell’editore Palazzi, diretto da Arturo Tofanelli.

«L’idea era stata mia», ricorda Paolo di Paolo, oggi ottantenne, che all’epoca era anche uno dei fotografi di punta de "Il Mondo" di Pannunzio. Nel ‘59 eravamo alla fine del boom e l’Italia, ormai satura di elettrodomestici, cominciava a concedersi qualche bagno estivo. Di Paolo, che per i settimanali di Palazzi faceva di solito testi e foto, propose il servizio a Tofanelli. A cui l’idea piacque enormemente. Tanto che, insieme al caporedattore, decise che un’idea così buona andava “sparata”: delle foto non dubitava - di Paolo era un nome di sicuro richiamo - ma il testo avrebbe dovuto essere affidato a uno scrittore giovane, sì, ma non esordiente. Qualcuno già noto, che facesse notizia. Spuntò il nome del trentasettenne Pasolini, di cui si era già fatto un gran parlare anche perché nel ‘55 aveva pubblicato lo “scandaloso” Ragazzi di vita e in quello stesso ‘59 Un vita violenta, guadagnandoci un processo per pornografia.

Pasolini, come si è capito, accettò, non senza prima aver fatto qualche domanda sul suo futuro compagno. «Non ignorava Il mondo e le sue foto», dice ancora di Paolo. Ed eccoli in macchina. «La mia. Ci dirigemmo a nord. Ci studiammo un poco. Mi resi subito conto che il mio compagno di viaggio era una persona difficile, e non sarebbe mai diventato un amico. All’inizio, prima di lasciarsi piombare nel silenzio, cercò di romperlo con banali frasi di circostanza che mettevano ancora di più in evidenza silenzio e imbarazzo». Tipo? «Mah… tipo “questa che macchina è?”, “fa caldo, oggi…”, “quanto ci metteremo?”. Poi la smise. Ogni tanto sembrava risvegliarsi e mi chiedeva pareri sul clima del Mondo e sulle persone che avevo conosciuto. Io adoravo quelle stanze in Via Colonna Antonina. Ci avevo incontrato tanti mostri sacri del giornalismo come Barzini, Mino Maccari e Giulia Massari. E poi, ancora, Guido De Ruggero, Carlo Antoni, Sapegno: tutti miei professori all’Università. Io continuavo a guardarli con reverenza. Avevo fatto Filosofia poi però non mi ero laureato. Anche questo fornì a Pasolini materia per qualche sporadica domanda e gli fece capire che non ero del tutto digiuno di umanesimo. Rispondevo, ma poco dopo taceva di nuovo. Un volto impenetrabile, una faccia da poker».

Come Dio volle, finalmente arrivarono a Viareggio, la prima meta. «C’erano La Bussola, la Capannina… Lui prese qualche appunto. Eravamo stanchi, soprattutto io, che avevo guidato, e allora non c’erano autostrade. Andiamo un po’ in camera, ci dicemmo, e io aggiunsi: “Magari poi ci vediamo per andare a cena”. Pregustavo il piacere di bere e mangiare insieme, chissà che non si fosse aperto un po’. Ma non ci fu verso. Mise subito i puntini sulle “i”: “Va bene, ma poi ci separiamo”». E lei? «Probabilmente feci una faccia sorpresa, e lui aggiunse: “Immagino che lei avrà gusti diversi dai miei”. “Mah, non so…” “Voglio dire: dopo, probabilmente, vorrà divertirsi con una donna…”. “Mah, non saprei, vedremo”, risposi, perplesso. Cenammo. Subito dopo, lui disse. “Allora ci salutiamo”. Si alzò e uscì. Uscii anch’io, e feci in tempo a vederlo mescolato a un vociante gruppo di ragazzotti. Sembrava esserci una grande intesa fra loro. Dopo poco si allontanarono tutti insieme, con l’aria di essere amici da una vita».

Come si comportava Pasolini sul lavoro? Faceva interviste? Bagnini, baristi, bagnanti, o, la sera, gente che ballava? «No, non intervistava nessuno. Nemmeno prendeva appunti. O, meglio: ne prendeva mentalmente. Osservava molto, e, come sempre, taceva. Poi però scrisse dei buoni testi». 

E dopo Viareggio? «Partimmo verso Genova. A Porto San Maurizio si presentò uno dei ragazzi conosciuti a Viareggio. E qui il sodalizio finì. No, non si poteva continuare a quel modo. Io feci una serie di foto genere "Mondo", lui tornò a Roma. Era garbato, però, non ci fu lite». E l’inchiesta? «Decidemmo che l’avremmo finita ognuno per conto suo. E in realtà facemmo un buon lavoro: la seconda puntata fu l’Italia meridionale, io andai oltre il Gargano, lui arrivò alla punta estrema della Sicilia. E la terza fu la costa romagnola e Venezia».

Ha più visto Pasolini in seguito? «Sì. Evidentemente di amicizia non è mai stato il caso di parlare. Però gli era rimasta di me una certa stima professionale. Mi permise di fargli delle foto, una sul monte Testaccio, dove sembra sul Calvario, una al cimitero inglese sulla tomba di Gramsci, e una, addirittura, con la madre, il suo tesoro più sacro. Ho sempre avuto l’impressione che fosse un uomo solo, senza veri amici: sì, li frequentava, ma starei quasi per dire di nascosto a se stesso».

FOTO: La foto di Pasolini scattata a Genova da Paolo di Paolo; ritratto di Paolo di Paolo all'epoca del viaggio con Pasolini.

 


“Con me stava in silenzio, niente appunti, osservava”, di Laura Lilli
 

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