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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998 
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"Pagine corsare"
Libri

La lunga strada di sabbia
di Philippe Séclier
Ed. Contrasto, 2005

Lo sguardo del regista
colse la voglia di nuovo
di Enzo Siciliano

È l’estate del 1959. Pasolini ha già pubblicato Le ceneri di Gramsci, Ragazzi di vita, e Una vita violenta è appena andato in libreria. Lo scrittore è già al centro di una controversia che lo ha visto trascinato in tribunale, proprio per Ragazzi di vita, in un contenzioso per oltraggio al pudore. Carlo Bo, Giuseppe Ungaretti testimoniarono in suo favore, e il poeta uscì indenne da condanna dalle aule della giustizia. Ma il moralismo italiano non cessò di accanirsi su di lui. Moravia sosteneva che Pasolini, nel proclamarsi comunista e omosessuale, non cercando a questo scappatoie nella propria letteratura, metteva insieme due fattori che facevano scintille sotto gli occhi dell’opinione pubblica. Molti comunisti non lo amavano. Lui rifiutava la tradizione “rondista” della cultura italiana che nell’intelligenza liberale trovava molti proseliti. Eppure, la sua presenza nel dibattito culturale, più la sua questione si faceva incandescente, più si mostrava necessaria. In versi e in prosa Pasolini parlava dell’Italia, di un Italia rurale, spesso grettamente contadina, che stava cambiando faccia, qui velocemente, là a passi lentissimi.

Proprio in quell’estate del ‘59 una rivista di buona tiratura, "Successo", gli propose di scrivere un viaggio da italiano in Italia lungo le coste del nostro paese, a partire dal confine con la Francia, lui viaggiatore solitario sulla sua auto. «Sono solo», sarà il leit motiv del pellegrinaggio. Un fotografo, Paolo Di Paolo, avrebbe poi documentato visivamente le tappe salienti dell’itinerario. Ne nacque un singolare reportage che coprì l’accidentato percorso delle nostre spiagge, da Nord a Sud, quindi dallo scoglio estremo di Capo Pachino, ritornando verso Nord attraverso il Salento e la costiera adriatica su fino a Caorle. Il servizio uscì in tre puntate, smagliante d’intelligenza, di visioni, falcidiato però per esigenze d’impaginazione e di spazio. Oggi però tornano alla luce molti brani tagliati offrendo l’interezza del testo.

Dicevo di visioni smaglianti ancora fresche di un’intelligenza che attraverso la funzione dello sguardo riusciva a cogliere realtà e mutamento, la dinamica di un presente la cui cecità sembrava mandare in nero vicende gravide di passato e di contrasti antropologici. L’occhio di Pasolini, bisogna riconoscerlo, non cambiò lungo gli anni, né si indebolì la sua sagacia nell’individuare quali fossero i tanti scheletri nell’armadio che l’Italia del benessere e del cosiddetto miracolo economico andava occultando.

Ma in queste pagine tornate alla luce, c’è qualcosa di più: c’è un’emozione gioiosa, un’adesione che non si fa scrupolo di confrontarsi fuori schema con quanto le sta davanti, di temperare sensualità e desideri e di esaltare
un bulino stilistico che insegue con estasi ogni dettaglio.

Niente però che accomuni Pasolini ai viaggiatori anglosassoni di decenni precedenti nelle Calabrie preistoriche”, George Gissing, Norman Douglas. C’è già l’occhio del regista di cinema che dispone il racconto, usando “la lingua della realtà”, per campi lunghi e primi piani, senza sbagliare mai un colpo nell’individuare il necessario e nell’evitare il superfluo.

Sembra, questa Italia, un paese più che disponibile ad accogliere il nuovo, magari a viverlo anche nelle sacche di miseria irrimediabile con cui si presentava il cafarnao del Sud. Ci si poteva vivere felici e non lo sapevamo.
Scendendo e risalendo le coste, Pasolini decifra situazioni, dalle grandi vacanze di uomini colti come Visconti o Moravia, ospiti di Ischia e di Capri, agli scugnizzi napoletani avvolti dalla loro losca, immemoriale allegria che si tuffano dagli scogli della costiera. Incontra amici: in Sicilia i grandi occhi neri di Adriana Asti persi per il sole accecante nel visino minuto; a Venezia il conversare ironico e svagato di due pittori come Santomaso e Turcato. C’è la Calabria con i “banditi” di Cutro che avevano il garbo di salutare, una volta che era stato loro offerto un passaggio in macchina, con “umanistica gentilezza”. Lo Ionio, con i suoi gelidi colori di cristallo, gli sembra che orli un mondo lontano ed estraneo, persino nemico. Seguiranno le Puglie familiari e cordiali. Ecco i ragazzi tarantini spiare avidi le loro donne, piccole e smagrite, o dai fianchi troppo abbondanti, non osando mischiarsi ad esse, che sguazzano sotto un muretto. Nel Sud la distanza fra i sessi è ancora marcatamente evidente. Tutto cambia risalendo l’Adriatico, dove da Pescara in su, dice Pasolini, è il regno delle belle donne. Lo scrittore si diverte a segnalare certi sontuosi turbanti color banana, o il chiacchiericcio insensato, farcito di luoghi comuni, che corre da ombrellone a ombrellone sull’arenile di Riccione e Cattolica. Si arriva a Venezia, poi nel Veneto, e nel Friuli, e i connotati ancora vivi pochissimi anni prima sono sfigurati. Domina il bilinguismo italo-tedesco. Quella costa, dice Pasolini, è diventata la spiaggia di Vienna. Ma è la piccola borghesia consumista, vorace, distratta, che passa le Alpi alla volta del mare, e tracima sulle abitudini storicamente accreditate e piene di grazia, al ricordo, dei nativi, a farsi padrona della sua mente. Le spiagge friulane di quel 1959 non sono più quelle già testimoniate felicemente da lui nel bellissimo romanzetto postumo dal titolo Amado mio.

Ci sono momenti nella vita di uno scrittore in cui assistiamo al modo, tanto inafferrabile quanto decisivo, con cui il suo spirito testimonia e coincide con lo spirito del tempo che gli è dato vivere. Sono i momenti della grazia, e certamente Pasolini da quella grazia, da quella capacità di far coincidere stile e contenuti su una particolare immagine del tempo e della realtà, è stato investito proprio sul passaggio, drammatico e felice, che l’Italia ha vissuto nello scorcio degli anni ‘50. È stato un passaggio cruciale, tanto che identificare la sua poesia e la sua letteratura con esso non significa limitarne la portata, quanto avere un’ulteriore riprova di come letteratura e poesia non possono sottrarsi a un confronto radicale con la vita, e ne siano una profonda proiezione conoscitiva.

 


Lo sguardo del regista colse la voglia di nuovo, di Enzo Siciliano
 

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