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"Pagine
corsare"
Libri
La lunga strada di sabbia
di Philippe Séclier
Ed. Contrasto, 2005
Lo sguardo del regista
colse la voglia di
nuovo
di Enzo Siciliano
È
l’estate del 1959. Pasolini ha già pubblicato Le ceneri di Gramsci,
Ragazzi di vita, e Una vita violenta è appena andato
in libreria. Lo scrittore è già al centro di una controversia
che lo ha visto trascinato in tribunale, proprio per Ragazzi di vita,
in un contenzioso per oltraggio al pudore. Carlo Bo, Giuseppe Ungaretti
testimoniarono in suo favore, e il poeta uscì indenne da condanna
dalle aule della giustizia. Ma il moralismo italiano non cessò di
accanirsi su di lui. Moravia sosteneva che Pasolini, nel proclamarsi comunista
e omosessuale, non cercando a questo scappatoie nella propria letteratura,
metteva insieme due fattori che facevano scintille sotto gli occhi dell’opinione
pubblica. Molti comunisti non lo amavano. Lui rifiutava la tradizione “rondista”
della cultura italiana che nell’intelligenza liberale trovava molti proseliti.
Eppure, la sua presenza nel dibattito culturale, più la sua questione
si faceva incandescente, più si mostrava necessaria. In versi e
in prosa Pasolini parlava dell’Italia, di un Italia rurale, spesso grettamente
contadina, che stava cambiando faccia, qui velocemente, là a passi
lentissimi.
Proprio in quell’estate del
‘59 una rivista di buona tiratura, "Successo", gli propose di scrivere
un viaggio da italiano in Italia lungo le coste del nostro paese, a partire
dal confine con la Francia, lui viaggiatore solitario sulla sua auto. «Sono
solo», sarà il leit motiv del pellegrinaggio. Un fotografo,
Paolo Di Paolo, avrebbe poi documentato visivamente le tappe salienti dell’itinerario.
Ne nacque un singolare reportage che coprì l’accidentato percorso
delle nostre spiagge, da Nord a Sud, quindi dallo scoglio estremo di Capo
Pachino, ritornando verso Nord attraverso il Salento e la costiera adriatica
su fino a Caorle. Il servizio uscì in tre puntate, smagliante d’intelligenza,
di visioni, falcidiato però per esigenze d’impaginazione e di spazio.
Oggi però tornano alla luce molti brani tagliati offrendo l’interezza
del testo.
Dicevo di visioni smaglianti
ancora fresche di un’intelligenza che attraverso la funzione dello sguardo
riusciva a cogliere realtà e mutamento, la dinamica di un presente
la cui cecità sembrava mandare in nero vicende gravide di passato
e di contrasti antropologici. L’occhio di Pasolini, bisogna riconoscerlo,
non cambiò lungo gli anni, né si indebolì la sua sagacia
nell’individuare quali fossero i tanti scheletri nell’armadio che l’Italia
del benessere e del cosiddetto miracolo economico andava occultando.
Ma in queste pagine tornate
alla luce, c’è qualcosa di più: c’è un’emozione gioiosa,
un’adesione che non si fa scrupolo di confrontarsi fuori schema con quanto
le sta davanti, di temperare sensualità e desideri e di esaltare
un bulino stilistico che
insegue con estasi ogni dettaglio.
Niente però che accomuni
Pasolini ai viaggiatori anglosassoni di decenni precedenti nelle Calabrie
preistoriche”, George Gissing, Norman Douglas. C’è già l’occhio
del regista di cinema che dispone il racconto, usando “la lingua della
realtà”, per campi lunghi e primi piani, senza sbagliare mai un
colpo nell’individuare il necessario e nell’evitare il superfluo.
Sembra, questa Italia, un
paese più che disponibile ad accogliere il nuovo, magari a viverlo
anche nelle sacche di miseria irrimediabile con cui si presentava il cafarnao
del Sud. Ci si poteva vivere felici e non lo sapevamo.
Scendendo e risalendo le
coste, Pasolini decifra situazioni, dalle grandi vacanze di uomini colti
come Visconti o Moravia, ospiti di Ischia e di Capri, agli scugnizzi napoletani
avvolti dalla loro losca, immemoriale allegria che si tuffano dagli scogli
della costiera. Incontra amici: in Sicilia i grandi occhi neri di Adriana
Asti persi per il sole accecante nel visino minuto; a Venezia il conversare
ironico e svagato di due pittori come Santomaso e Turcato. C’è la
Calabria con i “banditi” di Cutro che avevano il garbo di salutare, una
volta che era stato loro offerto un passaggio in macchina, con “umanistica
gentilezza”. Lo Ionio, con i suoi gelidi colori di cristallo, gli sembra
che orli un mondo lontano ed estraneo, persino nemico. Seguiranno le Puglie
familiari e cordiali. Ecco i ragazzi tarantini spiare avidi le loro donne,
piccole e smagrite, o dai fianchi troppo abbondanti, non osando mischiarsi
ad esse, che sguazzano sotto un muretto. Nel Sud la distanza fra i sessi
è ancora marcatamente evidente. Tutto cambia risalendo l’Adriatico,
dove da Pescara in su, dice Pasolini, è il regno delle belle donne.
Lo scrittore si diverte a segnalare certi sontuosi turbanti color banana,
o il chiacchiericcio insensato, farcito di luoghi comuni, che corre da
ombrellone a ombrellone sull’arenile di Riccione e Cattolica. Si arriva
a Venezia, poi nel Veneto, e nel Friuli, e i connotati ancora vivi pochissimi
anni prima sono sfigurati. Domina il bilinguismo italo-tedesco. Quella
costa, dice Pasolini, è diventata la spiaggia di Vienna. Ma è
la piccola borghesia consumista, vorace, distratta, che passa le Alpi alla
volta del mare, e tracima sulle abitudini storicamente accreditate e piene
di grazia, al ricordo, dei nativi, a farsi padrona della sua mente. Le
spiagge friulane di quel 1959 non sono più quelle già testimoniate
felicemente da lui nel bellissimo romanzetto postumo dal titolo Amado
mio.
Ci sono momenti nella vita
di uno scrittore in cui assistiamo al modo, tanto inafferrabile quanto
decisivo, con cui il suo spirito testimonia e coincide con lo spirito del
tempo che gli è dato vivere. Sono i momenti della grazia, e certamente
Pasolini da quella grazia, da quella capacità di far coincidere
stile e contenuti su una particolare immagine del tempo e della realtà,
è stato investito proprio sul passaggio, drammatico e felice, che
l’Italia ha vissuto nello scorcio degli anni ‘50. È stato un passaggio
cruciale, tanto che identificare la sua poesia e la sua letteratura con
esso non significa limitarne la portata, quanto avere un’ulteriore riprova
di come letteratura e poesia non possono sottrarsi a un confronto radicale
con la vita, e ne siano una profonda proiezione conoscitiva.
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