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Saggistica Pasolini. L’alphabet
du refus
Il numero di gennaio della rivista "Focus", pubblicata a Parigi (per gli italiani in Francia) ha tra le sue recensioni anche quella dedicata al libro Pasolini. L'alphabet du refus di Bertrand Levergeois, già presentato anche da "Pagine corsare". Proponiamo qui di seguito il testo della recensione di "Focus".
Pasolini avrebbe 83 anni. Scriverebbe sempre poesie? Girerebbe sempre film? E che direbbe del nostro mondo che va sempre più giù? Chi lo sa? Ad ogni modo, ci manca. Trent’anni dopo il suo assassinio, malgrado tutti gli sconvolgimenti della fine del secolo scorso, Pier Paolo ci guarda sempre in faccia con l’innocenza della vera intelligenza. Basta leggerlo, vedere i suoi film ed immediatamente si capisce come e perché l’intollerabile vuole reggere. In occasione dell’anniversario della sua scomparsa, molti libri sono stati pubblicati in Italia come in Francia (vds. lo splendido sito www.pasolini.net). Si riscrive la sua biografia, si traduce il teatro della sua gioventù, i sonetti della sua rottura con Ninetto: la Francia misura l’importanza di uno dei più grandi poeti e intellettuali italiani per la cultura dei nostri giorni. Il libro che servirà da introduzione all’opera così diversa di Pier Paolo è quello di Bertrand Levergeois (Pasolini l’alphabet du refus, Éditions du Félin, 2005). Pasolini voleva esprimere la realtà, farla parlare attraverso la sua opera. Questo suo esprimersi pare una sorta di alfabeto con il quale si impara a rifiutare tutte le illusioni che ci sono imposte. Nel suo saggio (con una biografia e belle illustrazioni), Levergeois si pone una moltitudine di domande: perché Pasolini ha abiurato così spesso? Qual è il valore oggi del suo sguardo sulle borgate? Qual è il legame fra Marilyn (Monroe), la bomba atomica e la poesia? Chi era il Dante di Pier Paolo? E Pasolini amava veramente la Francia? Perché non era un gay al modo di oggi? Qual era il suo antifascismo? Qual era la sua eresia?… Leggendo questo saggio, si impara a disimparare. Si vede per esempio che la morte non era per Pier Paolo una ragione di vivere, ma che viveva «ab joy» cioè di questa gioia che conoscevano già i trovatori del Medio Evo. Il saggio di Levergeois è quindi un libro di fratellanza. Una fratellanza che dà sempre la parola a Pier Paolo, questo Grande Alfabeta del Rifiuto che non ha mai temuto di accettare di essere se stesso: «Il Cuore Diabolico sa / che bisogna essere impopolari: qualcosa / cioè di peggio che deludere! / Bisogna dire verità impossibili (ma verità), / giocare con l’Antipatia come prima / si era giocato con la Simpatia, preparare / con sorda ironia l’ultimo Rifiuto.» Bertrand Levergeois, Pasolini
l’alphabet du refus
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