.
.

Carta a Alberto Moravia

Lettera ad Alberto Moravia
Petrolio, Einaudi, Torino 1992
Romanzi e racconti, Tomo II, Meridiani Mondadori, Milano 1998
.
.
Carta a Alberto Moravia
.
Querido Alberto, .

    te envío este manuscrito para que me des un consejo. Es una novela, pero no está escrita como están escritas las verdaderas novelas: su lenguaje es el que se utiliza para los ensayos, para determinados artículos periodísticos, para las reseñas, para las cartas privadas y también para la poesía; raros son los fragmentos que se pueden decir decididamente narrativos, y en tal caso son pasajes narrativamente tan evidentes («pasemos ahora a los hechos», «Carlo caminaba...», etc., y, por otra parte, hay también una cita simbólica en este sentido: «Il voyager...») que evocan más bien el lenguaje de las adaptaciones o de los guiones que el de las novelas clásicas: vale decir, que se trata de «pasajes narrativos propiamente dichos» elaborados de propósito para evocar la novela. 
    Habitualmente en la novela el narrador desaparece, para dejar su sitio a una figura convencional que es la única capacitada para tener una verdadera relación con el lector. Verdadera precisamente por ser convencional. Tan es así, que fuera del mundo de la escritura –o, si prefieres, de la página y de su estructura tal como se le presenta a uno del gremio– el verdadero protagonista de la lectura de una novela es precisamente el lector. 
Alberto Moravia in un dipinto di Renato Guttuso (1940), olio su tela 65x54, Milano, Pinacoteca di Brera    Ahora en estas páginas he hablado al lector directamente y no convencionalmente. Esto significa que no he hecho de mi novela un «objeto», una «forma», por tanto obediente a las leyes de un lenguaje que le asegurase la necesaria distancia de mí, (...) casi directamente aboliéndome, o a través de las cuales yo generosamente me negara a mí mismo asumiendo humildemente los ropajes de un narrador idéntico a todos los narradores. No: le he hablado al lector en cuanto yo mismo, en carne y hueso, tal como te escribo esta carta, o como a menudo he escrito mis poesías en italiano. (1) He hecho de la novela un objeto no sólo para el lector, sino también para mí: he puesto dicho objeto entre el lector y yo, y juntos hemos discutido (tal como se puede hacer a solas, escribiendo). 
    Ahora, llegado a este punto (he aquí el motivo de esta carta) podría volver a escribir desde el principio completamente esta novela, objetivándola: vale decir, desapareciendo en cuanto autor real y asumiendo los ropajes del narrador convencional (que, (...) es mucho más real que el real). Podría hacerlo. No carezco de habilidad, no estoy en ayunas sobre el arte retórico y ni siquiera me falta la paciencia (ciertamente no la ilimitada paciencia que sólo se tiene cuando jóvenes): podría hacerlo, lo repito. Pero si lo hiciera ante mí tendría un solo camino: el de la evocación de la novela. Vale decir, no podría hacer otra cosa que seguir hasta el fondo un camino por el que me he encaminado naturalmente. Todo lo que en esta novela es novela, lo es solamente en cuanto evocación de la novela. Si yo diera cuerpo a todo aquello que aquí es solamente potencial, vale decir, inventara la escritura necesaria para hacer de esta historia un objeto, una maquinaria narrativa que funciona por su cuenta en la imaginación del lector, debería forzosamente aceptar ese convencionalismo que hay en el fondo del juego. Ya no tengo ganas de jugar (de veras, a fondo, vale decir dedicándome con la más completa seriedad); y por eso me he conformado con narrar como he narrado. Y éste es el consejo que te pido: lo que he escrito, ¿es suficiente para decir digna y poéticamente lo que quería decir? O acaso sería realmente necesario que volviese a escribirlo todo en otro registro, creando la ilusión maravillosa de una historia que se desarrolla por cuenta propia, en un tiempo que, para cada lector, es el tiempo de la vida vivida y que queda intacta a sus espaldas, revelando como verdaderas realidades aquellas cosas que sencillamente habían parecido naturales? 
    Quisiera que tuvieras en cuenta, al aconsejarme, que el protagonista de esta novela es lo que es, y aparte de las analogías entre su historia y la mía, o la nuestra –analogías ambientales o psicológicas que son puros envoltorios existenciales, útiles para dar concreción a lo que acontece en el interior–, él me resulta repugnante: he pasado un largo período de mi vida en su compañía y me resultaría muy fatigoso volver a empezar desde el principio durante un período que presumiblemente sería aún más largo.
   Claro que lo haría, pero debería tratarse de algo absolutamente necesario. Esta novela ya no le sirve de mucho a mi vida (como las novelas o las poesías que se escriben en la juventud), no es un alegato, ¡ eh, hombres!, yo existo, sino el preámbulo de un testamento, el testimonio de esa poca sabiduría que uno ha acumulado, ¡ y que es completamente diferente de la que uno esperaba | imaginaba | ! 

tuyo
Pier Paolo
----------
(1) Pasolini también escribió, sobre todo en su juventud, en su materna lengua friulana. (N. del T.)

.
Lettera ad Alberto Moravia
.
Caro Alberto, .

    ti mando questo manoscritto perché tu mi dia un consiglio. È un romanzo, ma non è scritto come sono scritti i romanzi veri: la sua lingua è quella che si adopera per la saggistica, per certi articoli giornalistici, per le recensioni, per le lettere private o anche per la poesia: rari sono i passi che si possono chiamare decisamente narrativi, e in tal caso sono passi narrativamente così scoperti ("ma ora passiamo ai fatti", "Carlo camminava..." ecc., e del resto c'è anche una citazione simbolica in questo senso: "Il voyagea...") che ricordano piuttosto la lingua dei trattamenti o delle sceneggiature che quella dei romanzi classici: si tratta cioè di 'passi narrativi veri e propri' fatti 'apposta' per rievocare il romanzo. 
    Nel romanzo di solito il narratore scompare, per lasciar posto a una figura convenzionale che è l'unica che possa avere un vero rapporto con il lettore. Vero appunto perché convenzionale. Tanto è vero che fuori dal mondo della scrittura – o se vuoi della pagina e della sua struttura come si presenta a uno della partita – il vero protagonista della lettura di un romanzo è appunto il lettore. 
Alberto Moravia in un dipinto di Renato Guttuso (1940), olio su tela 65x54, Milano, Pinacoteca di Brera    Ora in queste pagine io mi sono rivolto al lettore direttamente e non convenzionalmente. Ciò vuol dire che non ho fatto del mio romanzo un 'oggetto', una 'forma', obbedendo quindi alle leggi di un linguaggio che ne assicurasse la necessaria distanza da me, (...) quasi addirittura abolendomi, o attraverso cui io generosamente negassi me stesso assumendo unilateralmente le vesti di un narratore uguale a tutti gli altri narratori. No: io ho parlato al lettore in quanto io stesso, in carne e ossa, come scrivo a te questa lettera, o come spesso ho scritto le mie poesie in italiano. Ho reso il romanzo oggetto non solo per il lettore ma anche per me stesso: ho messo tale oggetto tra il lettore e me, e ne ho discusso insieme (come si può fare da soli, scrivendo). 
    Ora, a questo punto (ecco la ragione di questa lettera) io potrei riscrivere daccapo completamente questo romanzo, oggettivandolo: cioè scomparendo in quanto autore reale, e assumendo le vesti del narratore convenzionale (che, (...), è molto più reale di quello reale). Potrei farlo. Non sono privo di abilità, non sono digiuno di arte retorica, e non manco neanche di pazienza (non certo della sconfinata pazienza che si ha solo da giovani): potei farlo, ripeto. Ma se lo facessi, avrei davanti a me una sola strada: quella della rievocazione del romanzo. Cioè non potrei far altro che andare fino in fondo a una strada per cui mi sono naturalmente incamminato. Tutto ciò che in questo romanzo è romanzesco lo è in quanto rievocazione del romanzo. Se io dessi corpo a ciò che qui è solo potenziale, e cioè inventassi la scrittura necessaria a fare di questa storia un oggetto, una macchina narrativa che funziona da sola nell'immaginazione del lettore, dovrei per forza accettare quella convenzionalità che è in fondo giuoco. Non è voglia più di giuocare (davvero, fino in fondo, cioè applicandomi con la più totale serietà); e per questo mi sono accontentato di narrare come ho narrato.  Ed ecco il consiglio che ti chiedo: ciò che ho scritto basta a dire dignitosamente e poeticamente quello che volevo dire? Oppure sarebbe proprio necessario che io riscrivessi tutto su un altro registro, creando l'illusione meravigliosa di una storia che si svolge per conto proprio, in un tempo che, per ogni lettore, è il tempo della vita vissuta e restata intatta alle spalle, rivelando come vere realtà quelle cose che erano sembrate semplicemente naturali? 
    Vorrei che tu tenessi conto, nel consigliarmi, che il protagonista di questo romanzo è quello che è, a parte le analogie della sua storia con la mia, o con la nostra - analogie ambientali o psicologiche che sono puri involucri esistenziali, utili a dare concretezza a ciò che accade nel loro interno - esso mi è ripugnante: ho passato un lungo periodo della mia vita in sua compagnia, e mi riuscirebbe molto faticoso ricominciare da capo per un periodo che sarebbe presumibilmente ancora più lungo. 
    Certo lo farei, ma dovrebbe essere assolutamente necessario. Questo romanzo non serve più molto alla mia vita (come sono i romanzi o le poesie che si scrivono da giovani), non è un proclama, ehi, uomini! io esisto, ma il preambolo di un testamento, la testimonianza di quel poco di sapere che uno ha accumulato, ed è completamente diverso da quello che egli aspettava | immaginava | !

tuo
Pier Paolo


Pier Paolo Pasolini. Palabra de corsario - Madrid 2005

Madrid 2005: Exposición - Narrativa: Indice - Pagine corsare: Sumario