Bestemmia - Deliri piccolo-borghesi e volontà
dantesca in fusione nell'opera
di Federico De Melis
da "il manifesto" del 10 febbraio 1994
Sorprende dalle riconsiderazioni che si son fatte della lirica pasoliniana
in occasione dell'uscita di Bestemmia, l'esigenza di circoscrivere,
definire, il concetto di poesia. Che cos'è la poesia? è la
domanda sottesa o esplicita negli articoli di Giovanni Raboni, Franco Loi
e chi altri. Fissati i paletti, si puo' procedere da indicare se e quanto
possa considerarsi poeta Pasolini. V'è, in questa urgenza, la nostalgia
di uno statuto, che infatti l'opera poetica di Pasolini, al contrario degli
esercizi "stilistici" della neo-avanguardia, mette in crisi alla radice.
Non e' un caso, credo, che quasi tutte le recensioni a Bestemmia
abbiano glissato sulla prefazione di Giovanni Giudici: infatti nella sua
asciuttezza essa individua punti-chiave della poesia pasoliniana, tutti
implicati nel problema epocale della dissipazione. Poco importa, da questo
punto di vista, che si consideri piu' o meno "riuscita" l'infrazione pasoliniana:
e' un ordine del ragionamento che fa parte di quel modo statutario e formulare,
cioe' consolatorio, di intendere la poesia, che Pasolini si senti' appunto
costretto a distruggere.
Da questo ordine si puo' discettare sul concetto di "classico", su
cui sempre Pasolini, col suo operare poetico, ha detto una parola definitiva.
Egli avrebbe disdegnato l'idea di diventare "classico", non per paura della
mummificazione, ma perche' si sarebbe sentito totalmente incompreso nella
sua "modernita'": vale a dire nell'idea, mostrata esistenzialmente quando
non propugnata, secondo cui la storia aveva passato l'ultimo cerchio di
fuoco, oltre il quale doveva considerarsi bruciata ogni riserva di memoria.
In questo Dopostoria nessuna "classicita'" si sarebbe potuta ristabilire,
se non in forma parodistica. Dall'immersione nuova nella poesia pasoliniana
di cui si fa esperienza leggendo Bestemmia, che per la cura seria
e amorevole di Graziella Chiarcossi e Walter Siti la raccoglie integralemente
(per la parte edita) e in molti campioni significativi (per quella inedita),
s'esce con un senso rigenerante e insieme amarissimo del tempo: questo
per negazione, perche' di continuo, dall'inizio alla fine, protagonista
e' l'ossessione della circolarita' stagionale, del tempo che ritorna e
dunque non si da' come conquista illuminista e progressista.
La poesia piu' alta e' quella in cui questo sentimento si traduce piu'
direttamente in immagini, e queste immagini contendono la pagina a quel
"ricordo mormorato" che e' la storia. Qui il grande manierista di Poesia
in forma di rosa, di "Israele" o de "L'alba meridionale", avvinto infatti
in questa sua stagione (1961-1964) dalla lascivia e dal rovello figuartivi
di Pontormo e del Rosso. L'infrazione linguistica a cui Pasolini si sente
obbligato dal riconoscimento di un impossibile "ritorno all'ordine" lo
affaccia sul vuoto metrico, e dalla tensione che ne deriva non puo' che
sortire esplosione immaginaria.
In questo ribollire atomico affiorano a tratti, come brandelli umani,
i ricordi: che sono le tracce, o meglio, le citazioni di una storia sognata,
mitizzata, da cui non poca luce s'e' riflessa, come in un processo divinatorio,
sulla storia reale. Ricordi dell'elegia friulana o appeninica, proiettata
sulla Roma delle borgate, sono sommersi dal mare delle nuove laide urgenze.
Se tutto appare ancora integro, come Argo dinnanzi a Pilade, che vuole
liberarla dal passato con la ragione democratica e progressiva, tutto e'
in realta' corrotto: col suo occhio "di pesce", magico, simile a quello
della sua Medea, Pasolini penetra nella corruzione, attraverso le porte
finte della storia.
E' in Poesia in forma di rosa che per la prima volta con chiarezza
si delinea il motivo di Petrolio: l'idea di una fuoriuscita dalla
letteratura verso un'esistenza corporea e palpitante, priva dell'esperienza
temporale, riflesso di un turbamento antropologico senza precedenti che
e' pur sempre un libro. Sara' un "delirio" enciclopedico, come l'ha definito
acutamente Fortini a sottoporre la storia al "giudizio finale", da cui
non ci si puo' aspettare tuttavia, remissione alcuna. E di volonta' enciclopedica
scrive giusto Giudici a proposito dell'opera poetica di Pasolini laddove
la si intenda, come si deve, quale intero.
Ma se il "delirio" di Fortini e' "piccolo-borghese", la volonta' di
Giudici e' "dantesca": pero' questa e' una distinzione che nell'oltranza
pasoliniana non si comprende. |