.Pier
Paolo Pasolini
La narrativa.
.
Da Petrolio
Appunto 101 - L'Epochè
Storia di un padre e
delle sue due figlie
«Collochiamo la nostra
storia – <riprese> il narratore – qui, nei dintorni di Roma. Infatti
ci occuperemo di un uomo della nobiltà romana, cosiddetta nera.
Al momento in cui la nostra storia comincia egli aveva quarant’anni e aveva
due figlie di circa diciotto-venti anni. Abitavano insieme (la moglie era
morta da molto) in un castello o in una casa gentilizia al centro di un
paese dell’Alto Lazio o della Tuscia. Il paese, in quegli anni (una decina
d’anni fa, anche se sembrano molto di più) era ancora intatto. Sorgeva
con le sue case di tufo, dalle grandi pareti e dalle piccole finestre,
disposte lungo tetri vicoletti che poi finivano contro un muretto a strapiombo
su una radiosa vallata. Non mancavano lunghi slarghi con palazzotti dalle
scalinate esterne a v rovesciata, il vecchio acciottolato, una minuta chiesetta
romanica, che più antica non si potrebbe immaginare, in disparte,
e in fondo, incompleta la <...> grigia chiesa seicentesca. Anche il
palazzo dove abitava il nostro protagonista – che chiameremo, non senza
una punta di parodia, Agostino – era un palazzo del Seicento. Era incastrato
tra le casette del paese da una parte, e, dall’altra, contro un poggio
verde di viti e ulivi, che, proprio sotto il palazzo, finiva con una parete
rocciosa, in cui uno scultore ‘bambocciante’, aveva ricavato una fontana
con dei personaggi mitici a ‘trompe-l’oeil’, qualcuno piccolissimo, qualcun
altro enorme, e tutti buffoneschi. Il poroso xxx di cui erano fatti, però,
dava loro una strana autorità. Un lambiccato controriformismo di
provincia si contaminava con uno spirito popolare in cui il mito era qualcosa
di reale. Bene. Agostino passava i suoi giorni dentro quelle stanze enormi
e ben tenute (pur nel loro falso disordine e vuoto della decadenza). Era
un intellettuale. Leggeva, studiava, riceveva degli amici. <...>
Egli si era costretto a
quella specie di esilio subito dopo la guerra. Era stato infatti fascista.
Bisogna però subito precisare che il suo fascismo non era affatto
oggettivo e, come dire, normale. Anzi era del tutto aberrante. Si fondava
sull’equivoco che esso [il fascismo] fosse una grande Destra. Soltanto
quando fu caduto (e ciò coincise con la maggiore età del
nostro eroe) si rivelò a uno sgua:do retrospettivo, finalmente storico
e colto, una semplice [sinistra] buffonata. Ma Agostino era ricco, e poteva
permettersi di vivere ‘di maniera’, appunto in esilio, pagando provocatoriamente
e con [estrema] sottigliezza il proprio errore. Anche il mondo da cui egli
si teneva lontano, del resto altro non era in sostanza che errore. Una
finta democrazia né più né meno buffonesca che il
fascismo. La vera grande Destra era più irrealizzata che mai; anzi,
era scopertamente declinata. Il Centro fingeva mire progressiste, anche
là dov’era più miserabilmente reazionario (mafia, sottogoverno,
intrallazzi, lotte di correnti). Ma insomma tutte queste cose le sapete
meglio di me. Agostino amava molto le figlie, ma ci stava poco insieme,
tanto che esse un po’ alla volta avevano finito col divenire delle estranee
con cui egli recitava – senza neanche troppo nasconderlo – la scena dell’affetto
famigliare. Facevano i pasti insieme, quando arrivavano degli ospiti si
radunavano insieme nel salone del camino, e la loro frequentazione reciproca
era tutta li. Fu un amico di nome Tertulliano (anche questo è evidentemente
un nome Inventato) ad avvertire Agostino di quanto stava succedendo. Eravamo
verso la fine degli Anni Cinquanta. Non si trattava di fatti reali, ma
di fatti interiori, e riguardavano le due ragazze.
Una di esse, Laura, non
era infatti contenta della vita che conduceva con suo padre a Isola Borghese.
<...> A insaputa di tutti, tutto era dunque messo in crisi. Era una
cosa enorme: il terreno era franato sotto i piedi silenziosamente, e adesso
il baratro si era aperto, e non c’era più niente da fare. Se si
fosse trattato di una vita, pazienza. Ma si trattava, come vi ho detto,
di una recita; e di una recita, oltre tutto, pressoché soltanto
gestuale. Agostino aveva organizzato la propria vita come certi poeti (penso
a Gottfried Benn) che si convincono di essere nazisti, e fanno il ‘gesto’
di scrivere versi nazisti (anche nel caso di Benn, comunque, il nazismo
altra non era che una raffinata e laconica coscienza decadente). Agostino
non scriveva poesie. Ma, come la maggior parte degli uomini, egli si esprimeva
con il proprio corpo, con il proprio comportamento, ossia con l’azione
scenica della propria vita. Lo dice Sant’Agostino: “Non unitevi con le
parole, ma unitevi con la parola fatta carne” (De spiritu et littera),
ricordandosi, evidentemente di San Paolo: “... poiché è evidente
che siete una lettera di Cristo, redatta da noi suoi ministri e scritta
non già con inchiostro, bensì con lo spirito di Dio vivo:
non su tavole di pietra, ma su tavole che sono i vostri cuori di carne”
(Il Corinti, III, 3).
Perché la figlia
Laura non era contenta della vita col padre nel palazzo-monastero di Isola
Borghese? Come Tertulliano informò si trattava di una ragione molto
semplice, direi quasi naturale. Laura era una ragazza di neanche vent’anni.
Ed era quindi, appunto, più che giusto che la noiosa vita in quel
romitorio dell’alto Lazio non le piacesse. Essa sognava infatti la vita
della Capitale, con tutto ciò che implicava. La vocazione della
sua vita era una vocazione irresistibilmente mondana, ecco il punto.
Ciò offendeva Adriana,
l’altra sorella un poco più giovane, che invece si dichiarava fedele
al progetto, diciamo cosi, stilistico del padre, che faceva della loro
vita un’opera, anche se necessariamente di maniera. Anzi, essa andava ancora
più in là dei limiti ‘stilistici’ paterni, come vedremo fra
poco.
Agostino affrontò
il problema di Laura che si presentava, è il caso di dirlo, come
un ‘colpo di scena’. Del resto non aveva il minimo dubbio su come avrebbe
dovuto comportarsi. Aveva – alle origini – deciso di essere un padre autoritario,
e padre autoritario doveva restare. Chiamò [a sé] Laura,
e, sia pure con la classe di un uomo colto, le comunicò le sue <...>
decisioni repressive. Niente Roma, niente vita mondana, niente ambizioni,
niente compromessi con la società italiana. All’origine della vocazione
mondana di Laura c’era evidentemente la stessa ‘teatralità’ del
padre (i due infatti si assomigliavano in modo impressionante): si trovavano
dunque in lei gli elementi psicologici e ideologici necessari ad accettare
la repressione; e a compiere quell’atto eroico – che è stato un
grande valore per tutti i secoli e i millenni della storia umana – consistente
nella rassegnazione, e nella conseguente interiorizzazione delle proprie
aspirazioni deluse.
Ma non appena fu – o parve
– risolto il problema di Laura, ecco scoppiare il problema di Adriana.
Anche stavolta fu Tertulliano a informare Agostino, il quale non si era
neanche stavolta accorto di nulla. Adriana aveva sentito nel suo animo
improvvisamente, proprio in quei giorni, una irresistibile vocazione religiosa.
E aveva addirittura preso fra sé la decisione di farsi monaca di
clausura. Era certa che il padre non l’avrebbe disapprovata; eppure temeva
a parlargliene. Anzi, all’idea di parlargliene era presa da un inspiegabile
terrore.
Anche su questo punto Agostino
fu subito radicale; niente clausura, niente uniforme ecclesiastica, niente
compromessi con una Chiesa che non aveva saputo porsi come fondamento di
una grande Destra (!), e anzi, si era data, sia pure verbalmente, negli
ultimi anni a melense farneticazioni progressiste (sviluppando nel suo
seno, insieme ai vecchi cardinali ignoranti come vaccari, degli insopportabili
cattolici di sinistra non meno pietistici e untuosi).
Fu sul punto di chiamare
Adriana e farle il discorsetto repressivo che aveva fatto con Laura. Quando,
di colpo, ebbe, su di sé, una rivoluzionaria rivelazione, che l’illuminò.
Era giugno: una stupenda giornata – non priva di nuvole colme di ritardataria
pioggia – in cui l’estate era scoppiata d’improvviso. Se qualche goccia
cadeva giù dalla ardente distesa grigia del cielo, pareva una goccia
di sudore. Ma spesso il vento caldo apriva grandi squarci di sereno, e
i raggi del sole obliqui (era già il tardo pomeriggio) davano alle
vallate profonde, ai borghi rustici, ai boschi di querce uno splendore
di cui il presente, sempre cosi misero, sembrava indegno. Agostino usci
di casa, e andò a fare una passeggiata dietro il paese, dove il
silenzio era più profondo e niente era cambiato dal <...> Medioevo.
Una dolcezza selvaggia, ariostesca, aleggiava sui borri profondi, sui semicerchi
di prati falciati contro il verde più cupo dei boschi mediterranei.
Agostino, al contrario di tutti i componenti della nobiltà romana,
non era un uomo ignorante. Al contrario, egli era molto colto: cosa, questa,
che costituisce un caso anomalo, tanto anomalo da rendere probabilmente
arbitrario questo mio racconto. Fatto sta che Agostino non solo aveva una
buona cultura classica, ma anche una discreta conoscenza dei testi contemporanei.
Inoltre, pur da dilettante, si era specializzato in storia della Chiesa
e in storia delle religioni. Egli avrebbe potuto approfondire i caratteri
della vocazione monastica di sua figlia: riconoscere a quale tipo di santità
essa aspirasse (anche Adriana assomigliava a lui come una goccia d’acqua:
quindi era inevitabile che se essa avesse una vocazione religiosa, il suo
fine non avrebbe potuto che essere estremo, cioè, appunto, la santità.
Decise di parlare per tutto
il tempo che fosse necessario con lei. Cosa che fece il giorno dopo e i
giorni seguenti.
Interrogando Adriana, interrogava
anche se stesso, visto che la rivelazione su di sé che gli era balenata
<...> (e subito dissolta) lo aveva reso ai suoi occhi cosi nuovo e ‘problematico’.
Le conclusioni a cui arrivò
interrogando Adriana furono in certo modo positive. Il misticismo della
figlia era di qualità spiritualmente alta, cioè scientificamente
pregevole. Il ‘cliché’ cristiano era xxx da buoni archetipi. Adriana
era preda di una regressione reale, che solo la sua cultura, e quella certa
cristallizzazione misteriosa, che distingue la schizofrenia dei santi da
quella dei matti, impediva che divenisse un sintomo preoccupante. Essa
riviveva la ‘ripetizione’ al di fuori della coscienza che essa ne aveva
come lettrice del miglior San Paolo mistico (dimentica innocentemente della
sessuofobia sospetta e dell’antifemminismo di costui). L’alta qualità
della rinuncia al mondo di Adriana, andava presa in considerazione. Ma
rilanciava anche il caso di Laura. Doveva dunque essere approfondita anche
la vocazione mondana di quest’ultima. Cosa che Agostino fece diligentemente.
Anche per Laura l’esame fu positivo; anzi, altamente positivo. Laura non
desiderava affatto entrare nel mondo per una sciocca vanità e superficialità
di ragazzina. Il suo voleva essere un vero e proprio intervento tra gli
uomini: del suo livello sociale, s’intende, che qui va però inteso
come livello culturale.
In che cosa dunque consisteva
la rivelazione, che, in occasione della crisi delle sue due figlie, Agostino
aveva avuto su se stesso? <...> Perché – si era chiesto Agostino
– per tanti anni egli si era tenuto lontano dal mondo, in uno stato di
volontaria impotenza? E la risposta, fulminea, che si era dato, costituiva
appunto la illuminazione che egli aveva avuto su di sé: “Io mi sono
tenuto lontano dal mondo in uno stato di volontaria impotenza perché
desidero il mondo e ho sete di potere”. Questa domanda e questa risposta
che Agostino aveva dato su di sé, avevano il loro modello sulle
domande e sulle risposte che egli era stato costretto a dare sui problemi
delle due figlie. “Perché Laura vuole imporsi al mondo? Probabilmente,
anzi, certamente perché lo teme e lo detesta”. “E perché
Adriana vuole definitivamente rinunciare al mondo? Perché sicuramente
lo ama e ne è tentata”.
La ‘sete di potere’ che
Agostino aveva riscoperto in sé – giacente come del materiale prezioso
in una miniera abbandonata – era tanto [imponente] almeno quanto era stata
[imponente] la sua sete di impotenza. E si scatenò subito in lui
– appena riconosciuta e ammessa – con una violenza degna dei suoi avi.
Il suo calcolo fu immediato.
Rientrare nel mondo e impadronirsene, affermandovi il proprio potere.
Ma come? <...> L’occasione gli si era presentata: e migliore di così
era impossibile immaginarla. Avrebbe mandato avanti le figlie: due donne
straordinariamente belle, straordinariamente nobili, e per di più
dotate di vocazioni e interessi culturali reali. Al momento in cui esse
avessero conseguito il successo che certamente avrebbero conseguito, l’una
come donna di mondo l’altra come santa, ecco che si sarebbe presentato
lui, il padre. Non avrebbe dovuto fare, personalmente, un passo per risalire
la corrente del tempo perduto. Si sarebbe trovato già in piedi sul
migliore dei piedistalli o trampolini possibili. Non ha molta importanza
precisare quali fossero poi i suoi progetti di potere concreto. La fondazione
di quella grande Destra che egli – caso probabilmente unico in una società
come quella italiana – aveva così precisa e limpida nella testa.
E magari gli inevitabili legami col neofascismo, che egli continuava a
disprezzare, ma, che, nella sua strategia, non poteva essere ignorato.
Chiamò le due figlie,
e, ancora una volta, impose loro la sua volontà paterna ‘repressiva’.
Infatti la sua decisione ben determinata e incrollabile era che esse dovessero
scambiarsi i ruoli: Laura, la figlia <presa> da una disperata vocazione
mondana, avrebbe dovuto prendere i veli e farsi monaca; mentre Adriana
la figlia <presa> da una irresistibile e sincera vocazione religiosa,
avrebbe dovuto andare a stabilirsi a Roma, a realizzarvi il più
ambizioso e xxx dei disegni di successo mondano.
Sia Adriana che Laura accettarono,
chinando la testa davanti alla volontà paterna. Del resto per Adriana
questa non era che una regola della sua sincera santità; per Laura
si trattò invece di un calcolo che la rendeva degna del padre, visto
che aveva divinato le sue intenzioni.
Passarono circa dieci anni
(e siamo così giunti circa ai giorni nostri). Le previsioni di Agostino,
si avverarono esattamente. Adriana, la mistica, divenne una potente donna
di mondo. La vita della Roma ricca e colta era inconcepibile, ormai, al
di fuori di lei. La fatua Laura, dal canto suo, divenne una monaca la cui
pietà richiamò subito su di sé l’attenzione del mondo,
che tanto crebbe, con gli anni, che finì col pretendere quella donna
santa. Ed effettivamente sarebbe stato impossibile, (...) dimostrare il
contrario. All’ombra delle due figlie, Agostino piano piano era venuto
in luce; e la sua autorità, appunto perché ancora nascosta
e leggendaria, cominciava a essere insostituibile.
Venne il giorno in cui –
reprimendo la sua spasimante volontà di esternarsi e di imporsi
– Agostino ritenne opportuno abbandonare il suo esilio ormai ventennale,
e riapparire sulla scena del mondo. Tutto era pronto. La cosa non doveva
certo avvenire senza le ripercussioni e i risultati che Agostino si riprometteva,
ma, nel tempo stesso, doveva essere rigidamente evitata ogni forma di retorica.
Ma è proprio alla
mattina di quello storico giorno che il nostro racconto cessa. O meglio,
ripiega su se stesso, in quel silenzio interiore da cui era incominciato,
anche se tale silenzio interiore <...> è ormai profondamente,
imparlabilmente diverso.»
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Da Pier Paolo Pasolini,
Petrolio,
Einaudi, Torino 1992, pp. 422-28
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