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Pier Paolo
Pasolini
La
narrativa
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Da
Petrolio
Appunto 102 a -
L'Epochè
Storia di un volo
cosmico
«Avete mai
sognato di volare nel cosmo, e guardare in giù
dall’altezza della Luna o di Marte? – cominciò con
una certa aggressività il quarto narratore: e facendo
lampeggiare una luce ironica nell’occhio sbarrato,
continuò – Io sì. L’ho sognato.
L’impressione che ne ho avuto è rimasta in me viva e
perfetta. E come se avessi veramente volato nel
cosmo.
Voi vi chiederete se,
con questo esordio, io non stia per caso incominciando un racconto
fantascientifico. Ebbene no. Non lo farei mai. Penso che sia
impossibile per un narratore fondarsi su esperienze non avvenute
realmente. Ciò che mi accingo a raccontare riguarda il
presente. Si tratta di un racconto leggerino e un po’
sciocco, questo si. Ma il nostro narrare, qui, o è pazzerello
o non è. Inoltre altro io non potrei essere, per mia natura,
che manieristico. Dunque il mio racconto si fonda su
un’esperienza fatta in sogno. Se non avessi sognato di fare
un volo cosmico, mai mi sarebbe venuto in mente di farvi, appunto,
questo racconto che ne parla. Quanto al resto è
anch’esso tutto fondato su esperienze reali, come vedrete. Ma
ve lo racconterò civettando (e il perché, ancora, lo
capirete alla fine). Rientra nella mia civetteria narrativa di
anonimo, inventare di sana pianta i nomi dei personaggi. In tal
caso un po’ di umorismo – o, diciamolo pure, spirito di
patate – non guasta: esso rientra nel grande sistema dello
straniamento. Basta. La mia storia comincia all’interno di
una nave spaziale. Vista dalla superficie della Terra, tale nave
spaziale potrebbe essere presa per un disco volante. Ma la sua
forma non è circolare: bensì sferica. Ed è
perché essa gira vertiginosamente, a una velocità che
solo i matematici possiedono la terminologia <...> a
esprimere, non certamente io – che, vista da lontano, tale
sfera appare schiacciata come un disco. Dentro la sfera che vortica
a tale velocità, per cosi dire, soprannaturale, c’è
un’altra sfera, di qualche millimetro più piccola.
Questa sfera è perfettamente immobile: sospesa
nell’interno della sfera esterna che vortica, muovendosi
vertiginosamente per gli spazi del cosmo. La nave è partita da
pochi istanti da xxx xxx e si trova già a qualche centinaio di
chilometri dalla superficie terrestre. Esattamente l’altezza
da cui io ho guardato la terra nel mio sogno. Ora, la velocità
della sfera esterna è tale che praticamente essa pare
volatilizzarsi e diviene trasparente: così che dagli oblò
della sfera interna – immobile – si può guardare
comodamente fuori. La Terra è là sotto. In fondo alla
tenebra del cosmo: tinto di un indaco celestiale. Si vede la sua
forma ben nota: la massa della Francia, le due penisole, quella
della Spagna e quella dell’Italia, con la sua disarmante
forma di stivale ecc. Ma tutto, visto materialmente, in un volo
vero, a quella distanza più che vertiginosa, terrificante,
appare emozionante e misterioso. Ben presto la Terra scompare, e
non resta che il vuoto profondo, senza vita. Anche questo io
l’ho sognato, l’ho perfettamente vissuto nel
sogno.
Coloro che
dall’oblò inferiore – quasi ai loro piedi,
osservavano scomparire la Terra, erano due uomini molto sani
<...> sui quarant’anni. Uno si chiamava Klaus Patera e
l’altro xxx xxx. Essi guardavano insieme, nella stessa
posizione, con la stessa espressione negli occhi. Non erano
però gli unici componenti dell’equipaggio. Anzi, per la
verità non facevano parte dell’equipaggio: essi erano
due osservatori, esattamente come me, nel momento in cui avevo
sognato lo stesso evento. Solo che essi erano due osservatori
ufficiali. La sfera interna misurava circa dieci metri di diametro.
Era dunque grande quasi come un salone. Dentro tale ‘sfera
dentro la sfera’ era sistemato a sua volta un enorme cubo di
vetro, che appoggiava i quattro spigoli contro la parete interna
della sfera e vi era dunque saldamente contenuto. Era precisamente
dentro il cubo che si trovavano i due ‘osservatori
ufficiali’: come del resto anche il vero e proprio equipaggio
(formato da una mezza dozzina di tecnici). Naturalmente il cubo era
diviso in vari riquadri, e ognuno di essi era una specie di piccola
stanza o cella. I tecnici erano sparsi in queste piccole celle
trasparenti, in un raccoglimento monacale. Ognuno aveva il suo
compito, a cui attendeva silenziosamente ispirato. Gli unici due
che non facevano niente, se non osservare, appunto, erano i due
osservatori ufficiali.
Vi darò a questo
punto una semplice serie di informazioni. E – per delle buone
ragioni che capirete alla fine – il più possibile
oggettive e inespressive.
Quella nave spaziale,
cosi diversa dalle navi spaziali che siamo stati abituati a vedere
in questi ultimi anni, non era di produzione pubblica, ma di
produzione privata. Il gigantesco sforzo tecnologico, implicante il
contemporaneo lavoro quasi in ‘équipe’ di alcune
centinaia di migliaia di persone e di alcune dozzine di industrie,
non era stato sostenuto dallo Stato. Esso era stato sostenuto da
una grande Società: come potrebbe essere la Itt, per esempio
– e nomino la Itt pour cause. La cosa non era stata
resa nota: ma fin dai primi anni in cui lo Stato si era
monopolizzato la costruzione di navi spaziali, molte società
private avevano protestato, chiedendo che fosse loro concesso il
diritto allo ‘spazio cosmico’. E poiché la
richiesta era perfettamente democratica, tale ‘diritto’
era stato concesso. Cosi non si può impedire a nessuno di
costruire automobili, aeroplani o navi, oppure di fondare un
giornale o impiantare una trasmittente televisiva. L’opinione
pubblica, ripeto, fu tenuta all’oscuro. Del resto si pensava
che la concessione del ‘diritto allo spazio cosmico’
non avrebbe potuto essere che platonica. Invece non fu così,
anche se – come del resto vedremo – ci sono le solite
buone ragioni per credere che la Società privata che aveva
costruito la nostra nave spaziale non fosse del tutto estranea allo
Stato (allo stesso modo in cui – per riprendere il nostro
esempio – lo Stato non aveva potuto essere estraneo alla Itt,
quando due o tre anni prima questa società aveva organizzato i
massacri fascisti nel Cile). Comunque questo è certo: quel
prodigio tecnico che era la nave spaziale che stava ora navigando
negli spazi cosmici, era contemporaneamente dominato da due forze,
o due poteri. Era una nave ambigua, anfibologica. In essa viveva
una dicotomia drammatica. L’urto fra gli interessi opposti
dei due poteri che avevano presieduto al progetto e alla
costruzione, non era meno violento per essere latente. Che questi
due poteri fossero costituiti dallo Stato da una parte, e dalla
Società privata dall’altra; oppure da due Società
private concorrenti; oppure da due diversi gruppi azionisti della
stessa Società, in una lotta all’ultimo sangue per il
potere; oppure infine da un potere d’ordine, nazionale,
contro un potere sovversivo, <...> straniero – io non
lo so. O almeno per ora preferisco dire di non saperlo, facendo
cosi alla fine di voi dei miei
collaboratori.
Un’osservazione,
prima di passare alle altre informazioni (osservazione dovuta
all’ottimismo – un po’ manieristico, ripeto
– di chi racconta <...>. Le spie sono sempre piuttosto
ridicole: non solo nella finzione, ma anche nella realtà.
Quando in un giornale si legge che è stata arrestata una spia
vera, e se ne vede la fotografia, si è presi generalmente da
un’intima e irresistibile ilarità. La spia è
comica. Probabilmente perché è costretta a recitare. Essa
deve recitare, mettiamo, la parte di un baronetto o di un maggiore
dell’esercito britannico. Ma un baronetto o un maggiore
dell’esercito britannico – che di per sé sono
già abbastanza comici – lo divengono in modo
irresistibile se sono finti.
Nella sua recitazione,
la spia infatti non può inventare, perché deve imitare.
Essa quindi non può che essere esageratamente la figura
(perfettamente conformista, perbene e solo magari un po’
originale) che essa finge di essere. La comicità poi è
ancora più forte e scoperta quando la spia viene alla fine
smascherata. I bambini che non sanno ancora parlare fanno le prime
vere risate quando qualcuno si nasconde e poi si scopre.
L’agnizione è il paradigma primo di ogni
ilarità.
Ma proseguiamo con le
informazioni. Le due forze o potenze che costituiscono il dualismo
della nostra nave spaziale, sono, come abbiamo visto, in lotta.
Quella che vincerà (cioè diventerà l’assoluta
padrona della nave spaziale e di tutto ciò che attraverso tale
nave spaziale può essere ottenuto) diventerà anche
praticamente padrona dello Stato. Infatti, secondo i calcoli fatti
dagli esperti, essa verrebbe oggettivamente a superare di molto la
disponibilità finanziaria dello Stato. Il quale dunque
cadrebbe automaticamente nelle sue mani. In ogni caso, si
tratterebbe della presa di potere di una parte sul tutto. Secondo i
casi che vi ho sopra prospettato, dunque avremmo: primo, una
Società privata si impadronirebbe dello Stato (probabilmente
con la fondamentale connivenza dello Stato); <...> una
Società privata liquiderebbe una Società privata e poi si
impadronirebbe dello Stato; <...> il proprietario di una
parte della Società liquiderebbe il proprietario
dell’altra parte, e poi si impadronirebbe dello Stato;
<...> il partito appoggiato dal partito analogo già al
potere in un altro Stato, si impadronirebbe del potere nel proprio
Stato.
Klaus Patera e Misha
Pila erano due spie (e questa è l’ultima vera e propria
‘nuda informazione’ che vi do). Il senso di
comicità che già vi sta invadendo è perfettamente
giustificato. I due, infatti, recitavano la parte di due
italo-americani. E lo facevano con tale impegno che mai due
italo-americani furono più italo-americani di loro. Vitamine e
proteine avevano cancellato i caratteri razziali più evidenti
(quelli dovuti alla fame, alla buffoneria, allo stato d’animo
tipico della mendicità e del bisogno) ma avevano lasciato
intatti i tratti essenziali: nerume d’occhi e sopraccigli,
camusità di nasi, turgidezza di bocche, pinguedine e xxx di
corporatura, [galleggiavano] come indistruttibili fossili su
fisionomie amorfe e monche di americani
medi.
Ora il caso aveva
voluto che questi due personaggi fossero lanciati nello spazio e si
trovassero in mezzo al cosmo: cosa che non poteva che aumentare,
automaticamente, la loro comicità, isolandoli, come li
isolava, l’uno di fronte all’altro, e, tutti e due, di
fronte all’universo (1).
Ma non basta. Vi ho
detto, su un piano puramente referenziale, che Klaus Patera e Misha
Pila erano due spie. L’uno spia del potere che, per
comodità, chiamerò «Urina», e l’altro
spia del potere che <...> chiamerò
«Feci».
Ed eccoci al punto:
Klaus Patera, spia del potere «Urina» sapeva che Misha
Pila era spia del potere «Feci». Però anche Misha
Pila, spia del potere «Feci», sapeva che Klaus Patera era
spia del potere «Urina».
Non solo: ma Klaus
Patera, spia del potere «Urina» faceva il doppio gioco:
era cioè anche spia del potere
«Feci».
E ugualmente Misha
Pila, spia del potere «Feci», faceva anche lui il doppio
gioco: era cioè anch’esso spia del potere
«Urina».
Ora <...> Klaus
Patera, che faceva il doppio gioco, in quanto spia sia del potere
«Urina» che del potere «Feci», sapeva che anche
Misha Pila faceva il doppio gioco, in quanto lui stesso spia sia
del potere «Urina» che del potere «Feci»:
[mentre] <...> Misha Pila no: non sapeva, che Klaus Patera
facesse il doppio gioco: lo sospettava
soltanto.
In uno specchietto o
in un grafico disegnato da un semiologo di formazione pragmatistica
o addirittura behavioristica – specchietto o grafico perfetto
in tutto per tipicità e assoluta simmetria –
l’incertezza di Misha Pila avrebbe costituito, per così
dire, una Semincognita. La quale, assai più drammaticamente
che una vera e propria Incognita, avrebbe reso irriducibile a ogni
schema anche di ambiguità, l’ambiguità [costituita]
dal dualismo di progetto e di potere vissuto dalla nostra nave
spaziale nelle persone di Klaus Patera e Misha Pila. L’abisso
dei cieli si spalancava ai piedi di questi due. <...> Non
è vero che lo spazio sia buio. Certo, in esso non
c’è alcuna vera e propria luce o chiarore. Ma tuttavia
‘ciò’ che si sprofonda sotto i piedi e si spalanca
sopra la testa, attraverso gli oblò – cioè
l’infinito – ha un suo colore, che emana da se stesso.
Il gelo e il silenzio, ma anche la solennità, formano quello
speciale indaco di baratri cosmici, che, agli estremi lembi a cui
può giungere lo sguardo, sfuma in un chiarore – se
così si può chiamare – celestiale. Tutto questo lo
so, perché l’ho visto in un sogno rivelatore. Sia
guardando verso l’alto che guardando verso il basso, si
provano delle [speciali] vertigini, che afferrando alle viscere e
allo stomaco e facendo quasi perdere i sensi, mostrano chiaramente
la loro intollerabilità. Un povero corpo umano non è
fatto per tollerarle: e, sentendo che, rovesciato dalle vertigini,
è sul punto, per cosi dire, di vomitare [rigettare] se stesso,
capisce che è venuta l’ora in cui gli sta ammiccando,
con un sorriso terrificante rivolto proprio a lui, il nulla a cui
è nato. Tuttavia non solo si tollerano le vertigini, ma
addirittura il terrore che ne deriva ha qualcosa di dolce ed
esaltante, come qualche avvenimento dell’infanzia. In quel
mio sogno rivelatore ho capito, una volta per sempre, che non
è il mare la nostra vera origine, cioè
[l’originario] ventre materno (a cui, con tutte le nostre
forze tendiamo a ritornare): la nostra vera origine è lo
spazio. È lì che siamo veramente nati: nella sfera del
cosmo. Nel mare siamo forse nati una seconda volta. E dunque
l’attrazione del mare è profonda, ma quella dello spazio
celeste lo è infinitamente di più (2).
Il pianeta verso cui
era lanciata l’[anfibologica] nave spaziale con Klaus Patera
e Misha Pila era stato scoperto recentemente. Con riferimento a una
casuale citazione di San Paolo, fatta nella Storia Lausiaca
(che lo scopritore stava leggendo per caso in quei giorni) il nuovo
pianeta era stato chiamato «Ta kai ta», o, ormai, nella
convenzione subito formatasi, Takaità. (La frase di San Paolo,
che, guarda caso, si riferiva ai Cieli, nella citazione lausiaca,
suonava: "Autòs gar èleghe Paulos: 'O gar karpòs tou
pneúmatós esti' tà kài
tà...").
Il nuovo pianeta era
estremamente lontano. Il viaggio della nave spaziale doveva durare
esattamente tre anni, tre mesi e tre giorni. Dunque Klaus Patera e
Misha Pila avevano molto tempo davanti a sé per osservare e
soprattutto per osservarsi; secondo lo schema di quello specchietto
di un semiologo behaviorista, che, ahimè, sarebbe stato
così meravigliosamente perfetto se non ci fosse stata una
malaugurata Semincognita dovuta all’incertezza di
Misha.
Nessuno comunque
– sia detto per ottimismo enfatico, anche se pudico –
né degli uomini dell’equipaggio né dei due
protagonisti, malgrado il prevalere dei gravi incarichi assegnati
loro dalla società e da cui erano virilmente compresi –
poteva sottrarsi alla gioia di quel tuffo nel cosmo: di quel
ritorno dentro gli spazi da cui tutto era provenuto, [in forma
inorganica]. Gioia, ripeto, gioia, sia pur
terrificante.
I tre anni, tre mesi e
tre giorni passarono. La nave spaziale rallentò la sua
soprannaturale velocità, ed entrò nella stratosfera di
‘Takaità’. Riapparve la luce. Una luce che veniva
su come da un imbuto fumigante: agghiacciata e cinerea, con lontane
chiazze blu che parevano buchi su un altro cielo, estivo e marino,
e [striscioni] o fumoni giallastri, ristagnanti a migliaia e
migliaia di chilometri di distanza, probabilmente intorno al
pianeta. Ed ecco infatti apparire la palla di Takaità,
illuminata a metà dal suo Sole (non eravamo naturalmente
più nel sistema solare). Entusiasmante, famigliare palla! Si
avvicinava vertiginosamente, ché la velocità della nave
era sempre vertiginosa. Ecco disegnarsi mari e continenti
limacciosi, magmatici, con schiumose luci contemporaneamente piatte
e radenti (dall’altezza della nave infatti con un solo
sguardo si vedeva, sulla palla, l’ora dell’alba,
l’ora del mezzogiorno e l’ora del tramonto).
Rapidamente la nave fu proprio sopra il pianeta, alla distanza di
un comune satellite televisivo: alla distanza cioè in cui il
disegno dei mari e delle terre si fa percepibile. E fu a questo
punto che si presentò
l’inimmaginabile.
Mentre la nave si
avvicinava alla crosta terrestre di Takaità, Takaità
naturalmente girava: dal giorno passava alla notte. Ed è per
questo che ciò che apparve agli occhi degli astronauti e dei
due osservatori, oltre che essere inimmaginabile, fu anche cosi
rapido da sembrare un sogno e lasciare così seri dubbi sulla
sua realtà: da sospendere, insomma, su di sé il
senso.
In cosa consistette
tanta sorpresa, stupefacente fino a dare l’incredulità
che danno i rapidi sogni? Consistette, semplicemente – sia
pur nella luce anomala e folle filtrata da altri strati
dell’atmosfera – nell’apparizione sulla crosta
terrestre di Takaità, di forme che ricordavano con una
fedeltà da essere in sostanza identità, le forme della
crosta terrestre del nostro globo. Ecco la tozza forma della
Francia, ecco sotto la non meno tozza forma della penisola iberica
e la forma ‘a stivale’ dell’Italia.
Un’identità, ripeto, perfetta. Subito tutto fu però
ingoiato dal buio: e la fulminea apparizione – così
accesa – parve, nel buio, uno spettrale
miraggio.
La nave [nel buio]
atterrò. E ricominciò – dopo più di tre anni
– per i suoi xxx la convenzione del tempo reale. La notte era
notte e solo notte. Ed era una notte che regolarmente durava,
compresi i crepuscoli, una dozzina di ore. L’oscurità
era profonda.
Takaità non aveva
luna, o se per caso ce l’aveva, quella era una notte senza
luna.
Le operazioni per lo
sbarco dalla nave erano lunghe. Avrebbero dovuto durare circa
quanto sarebbe durata la notte. Non c’è niente di
più commovente dello stupore dei tecnici: e non c’è
niente di più eroico della loro stupidità e del loro
senso del dovere. Benché ingenuamente stupiti, essi si diedero
da fare a espletare con la massima serietà il loro compito.
Non si poteva dire che la notte fosse infine del tutto passata
quando l’equipaggio poté uscire dalla nave. Intorno era
ancora buio: si intravedevano appena, intorno, delle masse
immobili, forse alberi o rocce: solo a oriente il cielo si era
trasformato in un enorme, vertiginoso lastrone di cristallo,
attraverso cui una luce, ancora bassa cominciava a trasparire,
trasformando il suo indaco profondo in un blu inchiostro senza una
sfumatura, ma già quasi acceso.
I cosmonauti uscirono,
e, come del resto gli esperti avevano previsto, non ci fu bisogno
né di uno scafandro pesante pieno di zavorra per camminare,
né della maschera e delle bombole di ossigeno per respirare.
Si camminava e si respirava liberamente, come nella nostra Terra.
L’equipaggio poté dunque uscire dalla nave in tuta e a
testa scoperta. Appena fuori dalla nave, un’altra cosa
stupefacente colmò di stupore gli astronauti e li
immobilizzò in una silenziosa e allarmata attenzione: lontano,
nel profondo dell’oscurità, era echeggiato il gorgheggio
di un usignolo. Ma probabilmente esso – se era veramente il
gorgheggio di un usignolo – era l’ultimo della notte.
Non se ne poté udire che un’estrema frase interrogativa,
poco più che un’eco. Anch’esso dunque scomparve
troppo presto per parere vero e per non dare l’impressione di
essere l’inganno di un sogno. La notte intorno era tiepida,
estiva. C’era però, insieme, quel brivido di fresco che
precede l’alba: infatti i piedi erano umidi di rugiada. Come
il cielo, a oriente, da una semplice, sterminata lastra
blu-inchiostro appena schiarito, cominciò a screziarsi in una
infinita serie di preziose sfumature tra cui cominciava già a
prevalere una striscia, quasi dura, d’un rosa cinabro –
altri rumori misteriosi, come [fiati, sospiri], cominciarono a
farsi sentire nell’oscurità. Finché di colpo,
questa volta senza possibilità di equivoci, cominciarono a
trillare delle allodole. Quasi altrettanto improvvisamente,
l’aria fu luminosa. La luce era lì, già pronta, una
luce triste e perlacea, ancora fredda. Ma essa rivelò tutto,
senza [possibilità di smentite], in una grigia
fatalità.»
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(1) “... siamo come due esseri astratti su un aerostato
che si siano incontrati per dirsi la verità”
(Dostoevskij, I Demoni).
(2) Forse a questo si riferivano le religioni, col culto
dell’Ascensione. Quanto all’attrazione del mare, cfr.
Specialmente Thalassa di Sándor Ferenczi, considerato, a
quanto pare, da Freud “la più ardita applicazione della
psicanalisi che si sia mai tentata”.
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Da Pier Paolo
Pasolini, Petrolio, Einaudi, Torino 1992, pp.
436-43
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