Pier Paolo Pasolini
La narrativa
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Petrolio
Brucia il Petrolio
di Pasolini
di Federico De Melis
E’ vero, Petrolio,
il romanzo a cui Pier Paolo Pasolini lavorò negli ultimi tre anni
della sua vita e che lasciò incompiuto, non doveva essere pubblicato.
Ma non per le ragione addotte ieri, in una spalla di prima pagina di "Repubblica",
da Nello Ajello - il fatto cioè che non farebbe altro che titillare,
con le sue sconcezze d’autore, il gusto perverso di una massa informe di
lettori votata al consumismo, oltre a essere un testo incompiuto - bensì
per il "gioco al massacro" con cui giornali come "Repubblica", o "l’Espresso"
il giorno prima, stanno trattando "il caso letterario". Non sono immaturi
i potenziali lettori cui si rivolge, con preoccupazioni curiali, Nello
Ajello, ma è immatura, evidentemente, quella stampa italiana che
non riesce a trattenersi dal trasformare un normale atto di civiltà,
come la pubblicazione di un testo che aiuta enormemente la comprensione
di un autore controverso come Pasolini, in "occasione" giornalistica.
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E’ davvero sorprendente,
e al tempo stesso comico, che Ajello lo giudichi, questo approccio, come
una fatalità: se la prende con la Einaudi, la quale - bontà
sua - ha l’accortezza di proibire ai giornali "qualsiasi tipo di
riproduzione del testo", poi dà il gomito ai colleghi dell’"Espresso"
e di cordata, i quali sono riusciti - così furbi, così intraprendenti
- a "rompere la consegna" pubblicando stralci tra i più morbosi.
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Come giudica Petrolio
Nello Ajello? Così: "Un’enciclopedia di episodi ero-porno-sado-maso",
una "galleria di situazioni omo ed eterosessuali come soltanto dall’autore
di Salò o le centoventi giornate di Sodoma ci si può
aspettare": una prosa che ricorda quella delle invettive clerico-fasciste
del pubblico ministero Giuseppe Di Gennaro (ora superprocuratore antimafia)
contro chi osò mettere in scena il Cristo-Stracci mentre si masturba
sul ballo discinto della Maddalena: una prosa faziosa, terroristica, dalle
pagine della più importante (in copie) testata nazionale. E’ uno
sdoppiamento esilarante, degno di Carlo, il protagonista di Petrolio,
il quale si ritrova ad essere due - e l’uno, nel progetto di Pasolini,
doveva svolgere bassi servizi per l’altro, liberandolo dalla sua bassa
coscienza. Ajello dovrebbe sapere che al di là della sua immagine
mediata dalla stampa, la figura di Pasolini è ben poco conosciuta
dal grande pubblico: e se l’ha proprio a cuore, come sembra dallo zelo
che mostra, dovrebbe allargare la sua prospettiva pecoreccia, come l’universo
pasoliniano merita.
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Altro comico e significativo
sdoppiamento, nell’operazione giornalistica, è tra la posizione
di Ajello, che la tribuna della prima pagina, e quel che sostengono, all’interno
tutti gli intervistati - da Arbasino ad Asor Rosa, da Siciliano a Cerami
a Naldini a Adornato: Petrolio era comunque il caso di pubblicarlo.
Oltre che per ragioni legate alla sua sensibilità letteraria e civile
(diciamo cosi’), Ajello dice no anche per l’incompiutezza dell’opera (dovevano
essere 2000 pagine, ce ne restano 500, alcune appena abbozzate). Ma a parte
i frequenti casi analoghi nella storia della letteratura universale, c’è
da interrogarsi, come implicitamente fa Arabasino, e come naturalmente
fanno i grandi scrittori del novecento segnati dalla fine dell’epica, su
cosa significhi: "opera compiuta". Concetto che Pasolini ha voluto mettere
in crisi, non solo con Petrolio, che nelle sue intenzioni sarebbe
dovuto essere, più che un libro, un’"esperienza", un’opera aperta
a tutti i tipi di prosa, compresi i più "bassi", un "metaromanzo
filologico", secondo le parole di Aurelio Roncaglia che ha curato filologicamente
il volume. Nulla di tutto questo, nelle considerazioni di Ajello, che di
fatto si fermano alla formula, insignificante di per sé, "romanzo
incompiuto".
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Ajello deve essersi scandalizzato
davvero molto a leggere il "coitus ininterruptus" (che ridere!) "cui Carlo,
il funzionario dell’ENI che è protagonista del libro, si dedica
sul pratone della Casilina con venti nerboruti giovinetti odorosi di sudore
sano e di ferro dell’officina". Il brano, che è tra l’altro uno
dei più compiuti nel libro frammentario, è altissima letteratura
proprio perché attraverso la reiterazione, l’ossessione del sesso
orale, che copre quasi trenta pagine, Pasolini ottiene, sadianamente, il
raggiungimento di una dimensione metafisica, e insieme liturgica, come
in Salò, con quel che comporta sul piano del rapporto tra
sesso e potere. Chi fa pornografia (senza scandalizzare nessuno) non è
Pasolini ma "l'Espresso", laddove preleva, per il gusto sollazzevole (qui
sì) dei suoi lettori, un solo episodio del lugno racconto "sessuale
e lunare" di Petrolio, stravolgendolo. Ma non vediamo cosa ci sia
da scandalizzarsi, se proprio si vuole, all’idea che qualcuno si ecciti
leggendo "il pratone della Casilina". In fondo, siamo in democrazia.
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Forse la verità è
che nell’Italia "onesta" e "pulita" che sogna "la Repubblica" non c’è
posto per Pasolini, la cui opera, compreso Petrolio, rappresenta
una turbativa permanente per le "coscienze democratiche"; è il solo
fatto di continuare a porre interrogativi, rifiutarsi di chiudere lo spettro
ampio dell’esistenza, della cultura e della politica, che non va giù.
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Da "il manifesto" del 28/10/92,
per gentile concessione
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