Pier Paolo
Pasolini
La
narrativa
Da
Petrolio
Lettera ad Alberto
Moravia
Caro
Alberto,
ti mando questo
manoscritto perché tu mi dia un consiglio. E' un romanzo, ma
non è scritto come sono scritti i romanzi veri: la sua lingua
è quella che si adopera per la saggistica, per certi articoli
giornalistici, per le recensioni, per le lettere private o anche
per la poesia: rari sono i passi che si possono chiamare
decisamente narrativi, e in tal caso sono passi narrativamente
così scoperti ("ma ora passiamo ai fatti", "Carlo
camminava..." ecc, e del resto c'è anche una citazione
simbolica in questo senso: "Il voyagea...") che ricordano piuttosto
la lingua dei trattamenti o delle sceneggiature che quella dei
romanzi classici: si tratta cioè di 'passi narrativi veri e
propri' fatti 'apposta' per rievocare il
romanzo.
.
Nel romanzo di solito
il narratore scompare, per lasciar posto a una figura convenzionale
che è l'unica che possa avere un vero rapporto con il lettore.
Vero appunto perché convenzionale. Tanto è vero che fuori
dal mondo della scrittura - o se vuoi della pagina e della sua
struttura come si presenta a uno della partita - il vero
protagonista della lettura di un romanzo è appunto il
lettore.
.
Ora in queste pagine
io mi sono rivolto al lettore direttamente e non convenzionalmente.
Ciò vuol dire che non ho fatto del mio romanzo un 'oggetto',
una 'forma', obbedendo quindi alle leggi di un linguaggio che ne
assicurasse la necessaria distanza da me, (...) quasi addirittura
abolendomi, o attraverso cui io generosamente negassi me stesso
assumendo unilateralmente le vesti di un narratore uguale a tutti
gli altri narratori. No: io ho parlato al lettore in quanto io
stesso, in carne e ossa, come scrivo a te questa lettera, o come
spesso ho scritto le mie poesie in italiano. Ho reso il romanzo
oggetto non solo per il lettore ma anche per me stesso: ho messo
tale oggetto tra il lettore e me, e ne ho discusso insieme (come si
può fare da soli, scrivendo).
.
Ora, a questo punto
(ecco la ragione di questa lettera) io potrei riscrivere daccapo
completamente questo romanzo, oggettivandolo: cioè scomparendo
in quanto autore reale, e assumendo le vesti del narratore
convenzionale (che, (...), è molto più reale di quello
reale). Potrei farlo. Non sono privo di abilità, non sono
digiuno di arte retorica, e non manco neanche di pazienza (non
certo della sconfinata pazienza che si ha solo da giovani): potei
farlo, ripeto. Ma se lo facessi, avrei davanti a me una sola
strada: quella della rievocazione del romanzo. Cioè non potrei
far altro che andare fino in fondo a una strada per cui mi sono
naturalmente incamminato. Tutto ciò che in questo romanzo
è romanzesco lo è in quanto rievocazione del romanzo. Se
io dessi corpo a ciò che qui è solo potenziale, e
cioè inventassi la scrittura necessaria a fare di questa
storia un oggetto, una macchina narrativa che funziona da sola
nell'immaginazione del lettore, dovrei per forza accettare quella
convenzionalità che è in fondo giuoco. Non è voglia
più di giuocare (davvero, fino in fondo, cioè
applicandomi con la più totale serietà); e per questo mi
sono accontentato di narrare come ho
narrato.
.
Ed ecco il consiglio
che ti chiedo: ciò che ho scritto basta a dire dignitosamente
e poeticamente quello che volevo dire? Oppure sarebbe proprio
necessario che io riscrivessi tutto su un altro registro, creando
l'illusione meravigliosa di una storia che si svolge per conto
proprio, in un tempo che, per ogni lettore, è il tempo della
vita vissuta e restata intatta alle spalle, rivelando come vere
realtà quelle cose che erano sembrate semplicemente
naturali?
.
Vorrei che tu tenessi
conto, nel consigliarmi, che il protagonista di questo romanzo
è quello che è, a parte le analogie della sua storia con
la mia, o con la nostra - analogie ambientali o psicologiche che
sono puri involucri esistenziali, utili a dare concretezza a
ciò che accade nel loro interno - esso mi è ripugnante:
ho passato un lungo periodo della mia vita in sua compagnia, e mi
riuscirebbe molto faticoso ricominciare da capo per un periodo che
sarebbe presumibilmente ancora più
lungo.
.
Certo lo farei, ma
dovrebbe essere assolutamente necessario. Questo romanzo non serve
più molto alla mia vita (come sono i romanzi o le poesie che
si scrivono da giovani), non è un proclama, ehi, uomini! io
esisto, ma il preambolo di un testamento, la testimonianza di quel
poco di sapere che uno ha accumulato, ed è completamente
diverso da quello che egli aspettava | immaginava |
!
Da Pier Paolo
Pasolini, Petrolio, Einaudi, Torino 1992, pp.
544-5
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