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Narrativa La fisiologia della
verità.
"Non bisognerebbe
mai intraprendere un' attività del genere a meno
di non essere guidati da un qualche demone incomprensibile al quale non si può resistere." (George Orwell) Petrolio, l' ultima "opera" di Pasolini è un perfetto non-libro, un testo assolutamente illeggibile, scontroso senza riserve, uno spoglio a tratti didascalico in cui l' Italia neocapitalistica a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta diventa la figura quasi mitografica dell'emergenza del Potere pervasivo, mostruosamente anguillare, perverso e sadico, inoppugnabilmente contro l'uomo. Ci troviamo qui su un terreno scivoloso, antiretorico nell' intenzione, di fatto iperretorico nella sostanza, pregna di ontologismo storicista, alternativa a qualsiasi forma di messianismo, alla Benjamin per intendersi; ora Pasolini sembra aver trovato il bisturi stilistico capace di affettare la lingua per destrutturarla fino al "grado zero", secondo l'idealtipo concepito originariamente da Roland Barthes: la vita, in queste pagine, lotta costantemente col Potere e finisce per liberarsi soltanto nella cruda ed erotica prassi, in cui i corpi scivolano nel nulla, abbrancati, eccitati, premuti nell' erba dei campi della periferia romana, luogo metafisico dell' Orgia Liberante. La verità ha la sua fisiologia, annota Pasolini, e questa fisiologia è tattile, immediata, anti-retorica, questi corpi desideranti di amori omosessuali stravolgono i limiti del Senso, fanno vacillare le paratìe non del comune senso del pudore, ma della retorica indiavolata che connette, fin dall' origine la Verità al Potere. Qui Pasolini e Foucault giungono, per strade diverse, alla medesima "microfisica del potere", il primo con lo spregiudicato eros omosessuale, il secondo con l' archeologia strutturalista; in entrambi i casi, quel che appare vuoto è il palcoscenico della storia umana, fatto di persone e desideri trascendenti, poiché, a questo livello, tutto quel che si dà è la pura immanenza dell' azione, lo sfogo esuberante delle "macchine desideranti" (Deleuze). È la pura azione a risolvere intimamente le sue contraddizioni, lasciando di stucco ogni morale ed ogni teoria della verità: "Il pragma risolve da sé, (assiologicamente), le sue contraddizioni" (Ediz. Einaudi, 1992, p. 33). Il Sacro, così presente ad esempio in una strepitosa raccolta poetica come L'usignolo della Chiesa Cattolica, qui si trasfonde immediatamente, sic et simpliciter, in mera dissoluzione della persona, in quanto dispositivo oggettivo del controllo dei corpi (altro nesso con il Foucault della Histoire de la sexualité); la storia è sempre disegnata dal Potere e dai suoi legati concreti, il Sacro e la Verità; per scardinare questo meccanismo, dice Pasolini, occorre desacralizzare tutto, a cominciare dal pudore dei corpi e delle membra, tutto deve lasciarsi trascinare nel gorgo fluente della pura immanenza; Pasolini non vuole più credere nella Trascendenza, quasi chiamando le Erinni del suo tragico destino, che si compirà di lì a poco. Chi è l' uomo, in questo diabolico disegno perturbatore? "Se un uomo è uguale a un altro uomo, tanto uguale da essere lo stesso, quale dei due è quello vero? Qual è quello a cui l' altro assomiglia o, meglio, con cui l' altro si identifica? Qual è il primo dei due, in quanto termine di riferimento?" (Ediz. Einaudi, 1992, p. 34). È, questo, l' apice dello schianto terminale della vita, la dissoluzione della persona, dell' io, non più capace, da sé, di individuarsi e compiersi; conta solo il Potere, siamo fottuti, grida Pasolini nello spoglio di Petrolio; il giacobinismo che ghigliottina la verità dell'uomo, le sue membra, i suoi desideri e le sue speranze, è in atto e non ci sono possibilità di restaurazione, per così dire, dell'umanità, non si dà alcuna emancipazione dell'uomo, nessuna rivoluzione, solo l'immanenza nuda dell' eros può ancora scavalcare il reticolo d'acciaio della Falsa Rivoluzione, quella guidata dalla sinistra corrotta che Pasolini detestava dal profondo del cuore. Tutti sono complici, certo, ma chi ha gridato "Rivoluzione!" è il "Merda", il personaggio disegnato dallo scrittore friulano appositamente per una certa accolita di neognostici che si ritengono depositari della Verità, questo, ora, sono solo i custodi violenti del Potere, ecco la requisitoria, seppur solo abbozzata, di Pasolini. Fortini, come al solito, non ci ha capito nulla. Il poeta moralista del comunismo eticheggiante, Fortini, ha tentato di incanalare Pasolini nello sconfittismo a tinte sociologiche, negando, così, insieme, la potente trama attorno a cui si coordinano le storie di Petrolio, storie esemplificatrici di uno strazio tutto italiano, la scissione epocale della Vita dalla Verità. L'ultimo percorso di Pasolini
si pone in quasi perfetta antitesi rispetto a quello estremo e terminale
di Testori, che, con Gli angeli dello sterminio, nel suo ultimo,
feroce, romanzo, invoca la speranza aggrappato alla Croce; Pasolini nega
la fuoriuscita dal nulla gettando ogni angolo di esistenza nella prassi
immediata e nell' immanentismo assoluto (un pensatore contemporaneo che
sta seguendo le sue orme è Jean-Luc Nancy). I luoghi della vita
non sono più divini e l' uomo non troverà, sulla terra, nient'
altro che groviglio di corpi e sensoriali impressioni, tutto è destinato
alla morte assoluta; così finisce il sentiero interrotto della rivoluzione,
senza più padri né profeti.
di "pimu" È una lettura capovolta che nega il percorso umano di Pier Paolo Pasolini, ovviamente adatta a questi tempi e a chi ha sempre negato e negherà sempre la sua immensa mente e sensibilità; compresa quella di descrivere psicologicamente, nell'appunto dal "giardino del mistero" che ripercorre il rapporto con il Padre, e fisicamente, i citati ad arte incontri nella periferia romana, la propria omosessualità per la cui chiave di lettura non basterebbe Musatti. Petrolio disvela e smaschera in contemporanea un sistema (siamo a giugno 1975), ivi inclusi i disegni dell'organigramma Eni-Cefis ed i percorsi del denaro nelle Partecipazioni Statali-Partiti del Palazzo che saranno "chiariti" circa venti anni dopo. D'altro canto Pier Paolo in prima persona aveva nel famoso "Io so" parlato chiaro. Voglio solo ricordare che il libro è in realtà il primo abbozzo di 133 appunti che sviluppano la traccia (552 pagg. sulle 2000 della previsione finale) che è riportata nel volume pubblicato da Einaudi e che furono consegnati con lettera provocatoriamente, perché Pasolini sapeva l'uso che ne avrebbero fatto e che cosa ne sarebbe scaturito per la sua persona. La risposta è arrivata il 2 novembre 1975 all'idroscalo di Ostia. Ma, mi accorgo, soprattutto leggendo la citazione di Orwell messa in capo all'articolo, che è inutile intraprendere un percorso di confronto su un'opera monumentale nel suo 25 per cento di elaborazione che può essere letta, non dico condivisa dico letta, solo da chi possiede cultura. Ovvero, oggi, in Italia da quasi nessuno, solo da giovani, perché di spirito puro, se qualcuno sapesse e potesse educarli e non deviarli. La mia citazione in calce è invece questa: "Nascono alcuni a soavi diletti, nascono altri ad infinita notte", di William Blake. P.S.
. DI GIANNI D'ELIA E DI FULVIO ABBATE |
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