.Pier
Paolo Pasolini
La narrativa
.
Petrolio
Pasolini-Calvino. Requiem
per il libro.
di Federico De Melis
[dal "manifesto" del
22 gennaio 1998]
.
Seppure la necessaria e splendente
corazza filologica di Aurelio Roncaglia ne alteri la recezione, "Petrolio"
di Pier Paolo Pasolini, "libro bianco" pubblicato da Einaudi sei anni fa,
marca certamente un passaggio d'epoca nel rapporto tra realtà e
letteratura. Se ignoriamo l'esito che avrebbe avuto l'opera nella stesura
finale, il brogliaccio che rimane, pieno di "illuminazioni" alla Rimbaud,
rivela in Pasolini l'intenzione energica a fuoriuscire dal libro per imporsi
all'attenzione
pubblica come corpo. E d'altra
parte, nei documenti che restano, per esempio una lettera ad Alberto Moravia,
lo scrittore friulano parla non di un libro ma di una "cosa", fatta di
linguaggi disparati, aulici e notarili, lirici e cronachistici. Il carattere
di "opera aperta" impresso al suo lavoro non deve niente peraltro ai grandissimi
aborti letterari novecenteschi, che sono sempre scacco "scientifico" o
"romantico" all'epica ottocentesca. Invece in "Petrolio", tenebrosamente,
occhieggia una nuova epica, all'insegna della confusione e della manipolazione,
che trova riscontro in una società italiana ormai organica: la stessa
che
Pasolini già all'inizio
degli anni sessanta aveva definito "nuova Preistoria".
Oltre le polemiche un po'
smodate suscitate sui giornali, il pamphlet di Carla Benedetti "Pasolini
contro Calvino", appena uscito da Bollati Boringhieri, mette l'accento
bene, riguardo all'ultimo Pasolini, sulla fine della contrapposizione manieristica
di passione e ideologia, a tutto favore della prima. La quale, lasciata
a se stessa, doveva sfociare nella pura (o impura) dimensione corporea,
nella "macchina sadiana", solo possibile scandaglio, ormai, per le trasformazioni
in corso. La fusione di arte e vita, degna di un grandissimo body-artista
innervato dalla
lontana lezione dei decadenti,
serviva al Pasolini ultimo per additare la fine di un'era, fondata sulla
mediazione politico-letteraria.
Solo così poteva
esprimersi un postumo come lui, non nutrendo l'ambizione ad essere "inattuale".
La carne viva gli era troppo cara, seppure amara, per divenire oggetto
filosofico. Mentre Calvino si allontanava in mongolfiera: il mondo si assottigliava,
spariva entro categorie e tassonomie e combinazioni lucidissime. Ha ragione
la Benedetti: gli era connaturale da lassù mantenersi integro "dentro"
la società letteraria. Si ritraeva marcando presenza. Il suo personale
genio gli permetteva di mimetizzarsi, volare con un fascio di bozze in
mano da correggere in fretta, perché sentiva i loro giorni contati.
E' vero: lui
moriva "dentro" il libro,
Pasolini no. Nella notte di Ostia non aveva libri in mano, ma forse solo
visioni di una vita nuova, che non gli apparteneva però. |
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