"Pagine
corsare"
Narrativa
Lo strano caso di Pier
Paolo Pasolini
e dell'ing. Carlo
Valletti
di Fabio Franceschelli
"Amnesia
vivace"
Leggere
assolutamente Petrolio [Einaudi 1992] per conoscere Pasolini: la
sua umanità, la sua arte narrativa, la sua visione sociale. Ciò è quanto
mi sento di dire per invogliare il lettore verso questa non semplice impresa.
Non è semplice sia per
la mole dello scritto (circa 550 pagine), sia (soprattutto) per la incompiutezza
del lavoro, che va ben oltre la cartesiana incompiutezza - ad esempio -
dei romanzi di Kafka. Petrolio è la realizzazione interrotta di
un progetto che faceva dell'incompiutezza stessa una delle proprie caratteristiche
strutturali: il romanzo, dalle intenzioni dell'Autore, avrebbe dovuto nella
sua stesura definitiva porsi nella forma di una "edizione critica di un
testo inedito [...]. Di tale testo sopravvivono quattro o cinque manoscritti
concordanti e discordanti, di cui alcuni contengono dei fatti e altri no
ecc." [pg. 3].
In definitiva, ciò che
ci si trova di fronte è non semplicemente uno scritto incompiuto ma un
progetto di romanzo svolto in una forma narrativa non tradizionale, in
parte sviluppato e in parte totalmente monco.
Credo, infine, che la più
esaustiva definizione di questo lavoro risieda nelle parole di Pasolini
stesso, poste in quarta di copertina dell'edizione Einaudi: "... un libro
[...] che è una specie di 'summa' di tutte le mie esperienze, di tutte
le mie memorie".
La peculiare forma di Petrolio,
la sua struttura quasi ipertestuale, le sue infinite chiavi di lettura,
lo stile antinarrativo dell'Autore, dipingono un affresco che diviene ricca
mensa per menti affamate di stimoli. E' una mensa ovviamente ricca, perché
ricco è stato Pasolini: teatro, narrativa, poesia, saggistica, giornalismo,
cinema; una produzione sconfinata e una altrettanto sconfinata presenza
pubblica (anche suo malgrado), rendono tragicamente parziale ogni tentativo
di profonda conoscenza. Ma Petrolio aiuta, più di ogni altra produzione
pasoliniana, ad una conoscenza complessiva e complessa di questo intellettuale.
C'è tutto Pasolini, quindi, in questo scritto, e in particolare indicherei
tre differenti (e complementari) approcci alla lettura: c'è il Pasolini
autobiografico, c'è il parto narrativo del Pasolini romanziere (non sempre
e non rigidamente autobiografico) e c'è - a volte sullo sfondo e a volte
in proscenio - il Pasolini sociologo.
Tralascio volutamente di
addentrarmi nell'analisi strettamente stilistica e letteraria del romanzo
(analisi su cui non ho competenze), anche se mi permetto di consigliare
almeno la lettura degli appunti 62, 63a, 63b [pg. 295-307] e della serie
di appunti intitolati I Godoari e La nuova periferia [pg.
476-497], tutti deliziosi esempi del talento descrittivo - quasi da paesaggista
- di Pasolini, nonché dei visionari paragrafi dedicati al personaggio
de "il Merda" [pg. 323-382].
Preferisco concentrarmi,
invece, sugli altri due aspetti - l'uomo e il sociologo - nella convinzione
che Petrolio - soprattutto attraverso la figura di Carlo Valletti,
il protagonista - realizza e mostra una unità inscindibile tra il Pasolini
privato - l'uomo nella sua intimità, le sue esperienze di vita, le sue
passioni - e il Pasolini pubblico - l'intellettuale, la sua visione politica,
la sua sensibilità sociale.
Non credo di sbagliare, dunque,
nel ritenere Carlo Valletti, con la sua complessità e le sue (apparenti)
contraddizioni, un personaggio che si fa carico anche, se non totalmente,
dell'intimità di Pasolini stesso: quel che è giunto a noi di questo romanzo
è certamente una profonda riflessione sulla natura stessa dell'uomo Pasolini.
Una riflessione resa in forma di romanzo, quindi non rigidamente analitica,
non esposta nella dovuta linearità che compete all'introspezione autobiografica,
tuttavia ugualmente penetrante e a tratti di una lucidità, direi, senza
scampo. La dissociazione di Carlo Valletti, su cui in vari modi Petrolio
indaga, si manifesta a mio avviso all'interno di ambiti solo apparentemente
distanti tra loro: il primo è quello sessuale, quello della presenza in
Carlo di una sorta di schizofrenia sessuale che il romanzo rende in forma
di improvvise, surreali ma reali, metamorfosi fisiche e che, ovviamente,
non può non rimandare all'omosessualità di Pasolini stesso; il secondo
è pertinente all'interpretazione sociologica, ed ha a che vedere con la
doppia appartenenza di Carlo all'alta borghesia dirigenziale e all'intellighenzia
riformatrice di sinistra, e che procede parallela - in un gioco di reciproci
rimandi - con l'indagine del Pasolini sociologo che coglie la trasformazione
in atto di quelle fasce della società italiana che un tempo si sarebbero
chiamate operaie - proletarie e sottoproletarie -, verso l'omologazione
piccolo-borghese, attratte dalle sirene del benessere individuale, dell'edonismo,
del consumo, del successo.
Una lungimiranza, tra l'altro,
quella di Pasolini, che oggi si scopre in tutta la sua evidenza ma che
allora venne con miopia negata e avversata. In che senso la contraddizione
della doppia appartenenza sociale si riflette nella disperata omosessualità
del Valletti (e di Pasolini)? Sono diversi i momenti di Petrolio
che suggeriscono questo percorso. Si parte dall'impossibilità, tragica,
di risolvere la contraddizione sociale: l'esperienza di Tristram e della
schiava Giana [appunto 41] è il primo chiaro indizio riguardo la non percorribilità
di una reale integrazione tra due culture, o due classi sociali, di cui
una è altra (in tutti i sensi; anche economico) rispetto alla prima; la
soluzione del borghese Tristram è il marxismo, ma questo - dice Pasolini
- è solo un modo per salvarsi la coscienza ("e poi fregarsene"). Quel
mostro concettuale irrisolvibile che è il marxismo borghese (del Valletti
ma anche dello stesso Pasolini), produce nella finzione letteraria la schizofrenica
scissione di Carlo Valletti nei personaggi dei due Carlo (primo e secondo):
lucido e distaccato intellettuale il primo, che osserva profondamente se
stesso e la società che lo circonda con una calcolata - e conveniente
- triste passività; travolto dalla passione il secondo, passione omosessuale
che sembra celare una disperata fisica ricerca di una società che non
c'è più, la società del proletariato ormai massificata negli stili di
vita piccolo-borghesi.
E' una passione per visi
e corpi che portano inconsapevolmente (senza averne ormai coscienza) residui
di nobili appartenenze operaie e contadine, corpi di emigranti, corpi di
"malandrini" semianalfabeti; è una passione avida per le proprie radici
storiche e sociali; una passione disperata per un mondo che scompare perché
ha barattato la propria dignità, perché ha perso, è stato ingannato.
Il borghese Valletti si fa schiavo, perché solo tale esperienza radicale
può soddisfare il senso di colpa che gli genera l'irrisolvibile contraddizione
tra il borghese che è e l'ideologia marxista, ma anche cattolica, che
lo sostiene e che lo sospinge a credere in una società estranea all'ineguaglianza.
Come un novello San Francesco,
che si fa povero perché la propria lettura del messaggio di Cristo non
ammette concessioni al possesso, il Valletti-Pasolini si fa oggetto di
possesso (sessuale), perché l'idea di marxismo portata alle sue estreme
conseguenze non concede nulla alle logiche borghesi della proprietà: "il
Possesso è un Male, anche per definizione, è il Male: quindi l'essere
posseduti è ciò che è più lontano dal Male, o meglio, è l'unica esperienza
possibile del Bene..." [appunto 65, pg. 319].
Nella triste, lacerata,
colpevole ed autolesionista sessualità di Carlo Valletti, si rappresenta
la tragedia di un genocidio sociale e culturale che la storia stessa, con
il concorso di tutti, ha sancito come compiuto ed irreversibile. La borghesia
ha vinto la propria battaglia; con Valletti, la borghesia piange disperata
per la propria vittoria.
Ma in definitiva, qualunque
interpretazione - corretta o meno che sia - della dissociazione che vive
il protagonista di Petrolio, è sempre e solo uno sterile tentativo
di ricondurre la contraddizione ad un ordine univoco; magari un ordine
dualistico, come è la schizofrenia, ma pur sempre chiaro e razionalmente
inquadrato in una unità. E questo accade perché non possiamo sopportare
il mistero della frantumazione della nostra individualità. Quindi, una
identità molteplice quale quella del Valletti (o di Pasolini), diviene
leggibile, e dunque accettabile, solo se ricondotta ad un ordine, ad una
spiegazione. Ma per Pasolini "La dissociazione è ordine, l'ossessione
dell'identità e la sua frantumazione è disordine" [appunto 42, pg. 181].
Aggiungerei (umilmente) al suo pensiero, che ordine e disordine sono termini
vuoti ed inutili di fronte all'arte di questo romanzo, che non spiega nulla...
semplicemente racconta.
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INVITO
ALLA LETTURA
BRANI
DI PIER PAOLO PASOLINI
TUTTI
GLI AGGIORNAMENTI
A
"PAGINE CORSARE"
DA
OTTOBRE 1998
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