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"Pagine corsare" DOSSIER PETROLIO "Petrolio", il vero testamento di Pier Paolo Pasolini di Renzo Paris da Liberazione, 4 gennaio 2006 Che meraviglia gli eredi degli scrittori, grandi e piccoli, gli occhiuti custodi delle loro carte! Per lo più sono estranei alla letteratura del defunto, al loro valore, avidi, spesso venali, se non proprio dei minus habens. Tranquilli, la leggenda della stupidità congenita degli eredi, riguarda soltanto quella fetta per così dire incolta, quella che ignora le varianti, preda a volte dei grandi squali dell'inedito. Quando però, e accade raramente, l'erede è colto, allora si mette a controllare pure le virgole del genio e non permette a nessuno di editare alcunché. Nell'intervista di Paolo Mauri a Graziella Chiarcossi apparsa su La Repubblica 31 dicembre, l'erede colta delle carte pasoliniane fa piazza pulita di tutte le nuove interpretazioni sulla morte di quel grande. È come infastidita dal rumore del trentennale della morte, ma ancora di più dai libri usciti. Convegni, mostre, ristampe, tutto inutile ma quello che più la urta è che si torni a parlare della morte e ad almanaccare nuove ipotesi. È vero che in Italia, sarà per la voga del noir, non c'è persona che non abbia detto la sua su quell'assassinio e sempre con l'aria di stare scoprendo qualcosa di nuovo. Me ne sono accorto anch'io nelle conferenze: il pubblico era elettrizzato ancora e soltanto dalla morte dell'autore delle Ceneri di Gramsci e dalle sue buie viscere. Era un pedofilo, non era un pedofilo, lo prendeva soltanto nel didietro o usava anche praticare il didietro del giovane o giovanissimo di turno? E poi il delitto era maturato negli ambienti omosessuali, come dire dentro una setta misteriosa, o invece non aveva mandanti altolocati, magari nella figura del Papa, chi sa? Nessuno, dico nessuno che avesse riletto le sue poesie, i suoi romanzi. Nemmeno i conferenzieri, fidando nel fatto che ormai lo stesso nome di Pasolini produce discorsi a non finire. Questo mito è cominciato con Laura Betti, quando insieme mettemmo su l'archivio; quando, presentando il libro delle persecuzioni nelle cittadine di provincia edito da Garzanti, ci accorgevamo che tutti, proprio tutti gli spettatori volevano sentire che era morto orrendamente l'intellettuale scomodo ai poteri forti di allora. Non si parlava di delitto omosessuale, ma di delitto politico, di mandanti nascosti e così Pasolini e Moro furono gli argomenti, insieme alle stragi di Stato, preferiti dalla gioventù antagonista. Ma almeno la Betti, con tutte le sue colpe, seguiva il crescente interesse per Pasolini con amore e non l'ho mai sentita dire che il troppo rumore su quello che considerava suo marito la infastidiva. Era felice che in Italia si parlasse tanto del suo Pier Paolo, sacrificando per lui il tempo per le sue rappresentazioni cinematografiche. Anche il culto dei morti da noi sta attraversando un periodo critico se è vero che nei cimiteri di campagna i mariti non mettono più la foto della moglie defunta ma quella di una pornostar e si inginocchiano davanti a quelle nudità. Mi è capitato proprio su questo giornale di ricordare i quindici anni trascorsi dalla morte di Alberto Moravia e di sottolineare l'indifferenza delle pagine culturali all'avvenimento. Ebbene mi sono beccato un "necroforo" dal Riformista e il mio cognome storpiato dal Sole 24 ore. In altri tempi insulti del genere di sarebbero lavati con duelli insanguinati. Ma se la moda è quella dell'irriverenza verso i vivi di ogni tipo, perché prendersela con chi non ama il culto dei morti, per chi vorrebbe che non si parlasse più di niente? La Chiarcossi avrebbe dovuto essere contenta di tanti lai su Pasolini, anche quelli che anch'io ritengo frutto dell'innamoramento, come i libri di Zigaina e di D'Elia o delle confessioni di Citti o delle rivelazioni di Naldini, che non è soltanto quello che ironizzava sulle sedute erotiche di Pier Paolo sul pratone di Petrolio. In occasione della rappresentazione di Affabulazione, per la regia di Ronconi al teatro Argentina di Roma, fui invitato a tenere una conferenza prima del debutto dello spettacolo. Mi ero appena seduto quando mi consegnarono un telegramma firmato dall'erede di Pasolini che mi proibiva di parlare del dattiloscritto di Affabulazione che Pasolini mi aveva regalato e soprattutto di non accennare ai seicento versi inediti che quel dattiloscritto conteneva, ricordandomi che avrebbe usato vie legali se mi fossi permesso di pubblicare l'opera così come l'avevo religiosamente conservata. Ecco come si comporta l'erede colta, quella che ha fotocopiato il dattiloscritto di Petrolio per ordine di Pasolini, il quale però le aveva persino proibito di leggerlo, tanto era la stima che aveva per lei. Moravia sì che lo poteva leggere e commentare, ma la Chiarcossi a che titolo? Poi, per fortuna Walter Siti, curando i Meridiani pasoliniani mi chiese parte di quegli inediti e mi intervistò su quello che io considero il primo testamento pasoliniano. Dissi allora che già nel Cinquanta Pasolini aveva rovesciato in odio tutto l'amore per la sua infanzia e giovinezza friulana e che con Affabulazione faceva piazza pulita del suo innamoramento. Il padre della tragedia uccide il figlio, un padre curiosamente omosessuale, e non per il rovesciamento della tragedia di Edipo. Tutto quello che è venuto dopo, compresa la riscrittura de La meglio gioventù, compreso Salò e Petrolio, era cominciato alla fine degli anni Sessanta, tra il 1966 e il 1970. Si trattava del noto sdoppiamento tra il nicciano e il deamicisiano, tra il crepuscolare e l'espressionista, tra il Pasolini incravattato in casa di letterati, gentile e muto, e il Pasolini notturno pronto a prenderle e a darle, insomma dell'inquilino nero che si portava dentro e che in Petrolio cercò di rappresentare nello sfondo della lotta dei poteri forti, se Troya nel romanzo è Cefis, il responsabile della morte di Mattei, suo predecessore all'Eni. Al solito Pasolini partiva dalle sue buie viscere per inquadrarle sociologicamente e comporre un'opera di depistaggio di quello che considerava il suo peccato. Ora Petrolio esce di nuovo negli Oscar Mondadori, a cura dell'ottima Silvia De Laude, in 656 pagine e al prezzo di dieci euro e ottanta centesimi. Finito l'amore con Ninetto Davoli, che mi raccontò di quanto fosse ilare il suo regista a proposito di Moravia, di quanto ne ridessero bonariamente insieme quando capitava di viaggiare con lui, finito l'amore per i borgatari in via di omologazione, Pasolini prese a odiare se stesso, a rimproverarsi di aver dato una visione troppo idilliaca persino del sottoproletariato contadino del suo amato Friuli. Gli operai si erano imborghesiti, scimmiottavano i piccoli borghesi e si erano costruite casette orrende sui litorali italiani distruggendo il paesaggio. Non solo non volevano fare la rivoluzione, se mai ci avevano pensato, ma erano diventati con la loro cultura di massa i livellatori di ogni cosa complicata, al punto che il loro gusto aveva condizionato persino i funzionari televisivi. Certo venivano teleguidati in questo dai poteri forti italiani e internazionali, ma la sensazione di aver speso la vita dietro una grande illusione restava tutta in piedi. E in ciò curiosamente in sintonia con la delusione dei gruppi extraparlamentari del Sessantotto, che pensarono bene di accorciare la strada e di darsi alla macchia con le Brigate rosse. Dunque i giovani borgatari gli facevano schifo, salvo poi rincontrarli nei panni delle marchette che per poche lire giacevano con lui in frotta. Naldini sorrideva sulla richiesta d'amore di Pasolini in quelle eccezionali situazioni. Ed era come se uno convoca una ventina di prostitute e poi riesce a vedere nei loro corpi amore. Ecco che Petrolio è il vero testamento di Pasolini e non l'estremo omaggio all'avanguardia, come vorrebbero Guglielmi e soci. Petrolio è scritto infatti in una lingua letteraria leggera e vagante, molto diversa da quella dei Ragazzi di vita ed è come se un pittore volesse fare un quadro di sole cornici, nascondendo qualcosa di pesante, la "merda" della società italiana. Petrolio infine è scritto nella lingua di de Sade dove vizio e virtù si confondono e il mondo appare un inferno umano. D'altronde Pasolini aveva sognato da sempre di riscrivere l'Inferno della Divina commedia, di essere il Dante degli anni Cinquanta, godendo al solo pensiero di mettere nelle merdose bolge i suoi nemici democristiani e fascisti, compresi quei comunisti che lo ritenevano un corruttore della gioventù e intanto scrivevano che il sottoproletariato romano non era proprio come Pasolini lo descriveva. Che poi Petrolio fosse un segreto, come ha riferito la Chiarcossi, ci andrei piano. Moravia lo sapeva e con lui Siciliano, Volponi, il sottoscritto e Dario Bellezza, con il quale abbiamo scherzato sul postumo. E credo altri lo sapessero. Il motivo era semplice. Voleva creare l'attesa e poi a un certo punto pubblicarlo. Ricordo lo sguardo indagatore quando me lo disse. Era attentissimo al mio volto, voleva conoscere se era qualcosa di vivo quello che stava dicendo o se il suo romanzo postumo a me non interessasse punto. La lingua di Petrolio è un ricordo di quella di Amado mio che poi tornò in Teorema e nei racconti sul Terzo mondo, una lingua davvero affabulatoria dove la rappresentazione voleva essere totale, non più oggettiva e soggettiva ma entrambe le cose insieme. Ma non per il gusto di accostare il lettore alla sua officina, come volevano gli avanguardisti, ma per il disgusto di accostarlo al suo corpo, alle sue buie viscere e a quelle altrettanto buie di un paese che definì "orrendamente sporco". Era appena morto che in Francia uno scrittore, Renaud Camus, scrisse un libro intitolato Tricks sui corpi che aveva amato nelle saune di New York. Quel libro, curiosamente sembra ispirato da Petrolio. Se si eccettua una breve prosa che pubblicai nel 1979 nel mio Cronache francesi, facendola tradurre a Dario Bellezza, in Italia non se ne seppe nulla. Non vorrei imbastire un giallo sul rapporto postumo di Renaud Camus con Pasolini, ma mi ha sempre colpito che l'immaginazione omosessuale dei due scrittori fosse così vicina, che entrambi cercassero amore dove per ovvi motivi non poteva esserci che scambio di natura e di denaro. Pasolini è stato assassinato nel momento di una sua maturazione, quando era pronto per superare l'odio e giungere alla raffigurazione di una bellezza piena. Era insomma pronto per il suo capolavoro, di cui Petrolio è solo un assaggio. E allora, per coloro che uccidendolo lo hanno mutilato, non può esserci pietà nonché perdono e ben vengano tutti i deliri di chi non si è ancora rassegnato a quella morte e dunque alle ulteriori folgorazioni che il poeta teneva in serbo per noi.
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