Pier Paolo Pasolini
La narrativa
Ragazzi
di vita
1955
commento
di Tina Crobeddu
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Al termine di Ragazzi
di Vita non rimane quella sensazione di soddisfazione che in genere
si prova quando si finisce di leggere un romanzo distensivo, rilassante
e coinvolgente; la sensazione che rimane è, piuttosto, di malessere
e tristezza: quelli che ne Il
Sogno di una Cosa erano ragazzi di campagna semplici e schietti,
in compagnia dei quali si trascorrevano ore tranquille, oltre che momenti
più difficili, in quest'altro romanzo sono adolescenti della periferia
di Roma, sottoproletari con alle spalle famiglie sfrattate, ammucchiate
insieme ad altre famiglie in stanze e corridoi di edifici fatiscenti.
Il romanzo racconta le loro
giornate trascorse alla ricerca di soldi e passatempi. Sono personaggi
emarginati dalla città normale e rispettabile, non integrati in
un contesto sociale di lavoro o scuola: la strada è il loro spazio
e la loro scuola. Una delle sensazioni più immediate, durante la
lettura, è che si stia assistendo alla storia di adolescenti che
non sono mai stati bambini. In loro non c'è la voglia di giocare
innocentemente, nessuno di loro è ingenuo; l'unico ad avere qualcosa
in comune con la figura del bambino, Marcello, muore quasi subito, proprio
nel momento in cui va a cercare il Riccetto, suo migliore compagno di avventure.
La strafottenza, la tracotanza,
la malizia e la prepotenza sono talmente naturali da sembrare quasi congeniti;
non esistono rapporti umani basati sull'amicizia, sui vincoli familiari
o d'amore. La povertà e la disperazione che regnano in questo romanzo
non guardano in faccia a niente e nessuno: per gioco si può decidere
di bruciare uno del gruppo, per rabbia si può reagire accoltellando
la propria madre, per necessità si rubano i soldi di tasca a un
amico con il quale ci si stava divertendo sul fiume poco prima.
Il fiume è il punto
di ritrovo dei personaggi, metafora dello scorrere del tempo: come la vita
così il fiume scorre verso un'unica direzione in un rinnovarsi del
sempre uguale: queste vite hanno tutte un destino simile, quelle che seguiranno
avranno la stessa sorte, è come un incantesimo che ha intrappolato
i destini di chi si specchia o si bagna nelle sue acque. L'acqua ha un
ruolo centrale, fa parte di una sorta di rito iniziatico: si attraversa
il fiume per dimostrare di essere grandi, di essere pronti: lo hanno attraversato
il Caciotta, un duro; il Riccetto, che da finto dritto che non riusciva
a non farsi 'fregare' è diventato adulto; non è riuscito
a mettere piede nelle sue acque il Bègalo, morto per un attacco
di tubercolosi sulle sue sponde; infine Genesio, desideroso di crescere
e dimostrare qualcosa compiendo la traversata, muore, trascinato dalla
corrente.
Ma lui non riusciva ad attraversare
quella striscia che filava tutta piena di schiume, di segatura e d'olio
bruciato, come una corrente dentro la corrente gialla del fiume. Ci restava
nel mezzo, e anziché accostarsi alla riva, veniva trascinato sempre
in giù verso il ponte. (p. 239)
È un fiume torbido e
inaffidabile, una metafora più che somigliante al tipo di vita che
si ritrovano i personaggi pasoliniani, già minati dalla nascita.
Anche in questo romanzo sono gli istinti più naturali dell'uomo
a farla da padroni: fame, sonno, sesso, sono sempre presenti:
Il Lenzetta e il Riccetto
s'accostarono alla donna ch'era piccola e grossa come un rotolo di coppa,
stettero un po' a contrattare, e, passando tra i fili di ferro di un reticolato,
si spinsero in dentro, tra mucchi fradici di canne. Non ci misero molto;
appena che risortirono andarono calmi calmi a lavarsi un pochetto a una
fontanella, in mezzo al piazzale dov'era il capolinea dei tranvai. Per
dormire ci pensò il Lenzetta. Dietro alla borgata Gordiani, in una
prateria da dove si vedeva tutta la periferia con le borgate, da Centocelle
a Tiburtino, in fondo ad un orto zuppo di guazza, ci stavano dei grossi
bidoni arruzzoniti, abbandonati lì insieme a altri ferrivecchi,
in un recinto. Erano abbastanza grossi, tanto che ci si poteva camminare
dentro sulle ginocchia, e lunghi quanto una persona. Dentro uno di questi
il Lenzetta c'aveva messo della paglia; ne prese un poca, e la mise in
uno vicino. Ci si distesero e ci dormirono fino alla mattina dopo alle
dieci. (p. 99)
Si parla in romanesco, soprattutto
con imprecazioni e frasi smozzicate, è una lettura che crea tensione,
che esige attenzione ad ogni pagina, non perché 'bisogna stare attenti',
ma perché non si riesce a non rimanere coinvolti e a non provare
un senso di colpa davanti a tanta disperazione. A mio parere il senso di
colpa nei confronti di questi personaggi è d'obbligo, anzi è
più giusto affermare che dovrebbe essere immediato e naturale: nel
1997 non possiamo certo pensare che quella raccontata da Pasolini sia una
realtà riscontrabile esclusivamente negli anni in cui scriveva,
basta andare un po' più in periferia, o semplicemente a mezzo chilometro
da casa mia, che guardacaso vivo a Centocelle, dove, in una scuola abbandonata,
vivono alcune famiglie che non hanno casa. E l'indifferenza, anzi l'assenza
dello Stato che dovrebbe assistere, allora come adesso, è più
attuale che mai, a parte quando 'tutela l'ordine'.
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[(aprile
2001) Il regista Gianluca Bottoni ha proposto uno spettacolo (e ne sono
previsti successivi) nell'ambito del progetto "Prospettiva Pasolini". Un'ulteriore
messa in scena ispirata a Ragazzi di vita è stata allestita
in ottobre 2002.
Si veda a questo proposito il sito
http://utenti.lycos.it/laruotarossa/prossima.htm]
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