La narrativa
 

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"Pagine corsare"
Narrativa

Saviano: «Io, nel segno di Pasolini»
Maria Vittoria Vittori, Il mattino 2 luglio 2006
[intervista]

“Cosa succede quando la storia
che vogliamo raccontare è la nostra?”
È Roberto Saviano, con il libro-rivelazione Gomorra (Mondadori) il vincitore della sezione «Opera prima» della 77esima edizione del Premio Viareggio Repaci. È un libro che ha colpito fortemente i giurati per il suo modo di fondere il rigore della documentazione con la passione civile e che è diventato nell’arco di due mesi un vero e proprio caso editoriale. Dopo aver ribadito con forza la capacità della parola letteraria di intervenire sulla realtà, Saviano ha dedicato questa vittoria alle quattro vittime innocenti della faida di Secondigliano: Gelsomina Verde, Dario Scherillo, Antonio Lantieri, Attilio Romanò. «Sono stati loro - afferma - che mi hanno motivato a scrivere». 

La cerimonia di premiazione è stata interamente dedicata a Enzo Siciliano, ricordato da Giuliano Amato, Giorgio Ficara, Elisabetta Rasy e Marisa Volpi. Alba Donati, segretaria del premio, sottolinea quanto disse Enzo Siciliano a proposito di Gomorra: «Ricordiamoci che non è solo un bel libro; questo ragazzo rischia la vita». Un libro ibrido, lo definisce il suo autore: «a metà tra il romanzo e il reportage, che utilizza documenti, intercettazioni telefoniche, ordinanze di custodia cautelare, resoconti di processi. Ma mi ritengo un narratore, e non un cronista; piuttosto che conoscere le cose, preferisco farmi conoscere dalle cose». 

Qual è l’intenzione di chi, come lei, si reca sul posto subito dopo un agguato di camorra?
«Arrivavo lì, con il motorino, per farmi investire da un flusso di sensazioni. I pori ostruiti, lo stomaco che si contrae. Della camorra ho dato una lettura che è anche fisiologica perché non mi interessava tanto riportare la realtà, quanto esprimerla, mantenendo uno sguardo diverso rispetto ai media. Mi viene in mente la frase di una canzone di Bob Marley: ”Quello che ci raccontano non è quello che sappiamo”. Io ho cercato di raccontare quello che sappiamo, con la rabbia di voler modificare quello che ci raccontano». 

Che cosa ci hanno raccontato, e che cosa sappiamo, ora, sulla camorra? 
«È l’organizzazione criminale che ha ucciso di più nella storia d’Europa: 3600 morti in 26 anni, ma è anche il ramo vincente dell’imprenditoria di questo paese. E non è solo un problema meridionale, chiuso nel perimetro della Campania. Il Sud subisce la violenza delle faide, ma è altrove che gli affari vengono realizzati. Oltre al traffico di droga e di armi, i boss gestiscono il giro del cemento e delle costruzioni; gestiscono l’economia con la carta vincente che gli inglesi definiscono "scratch". Come i deejay, che bloccano con le dita il girare del disco sul piatto, allo stesso modo gli imprenditori di camorra bloccano l’andatura del disco del mercato legale e innescano il binario criminale, così poi il disco riparte più velocemente di prima. Ormai i clan hanno assunto il profilo delle grandi imprese internazionali. E dunque, che nessuna parte politica si senta al riparo dal pericolo di infiltrazioni camorristiche».

In una situazione del genere che può fare la parola?
«Quando sono andato a Casarsa, sulla tomba di Pasolini, ero particolarmente arrabbiato. I pugni serrati non si volevano aprire nemmeno per scrivere. Sono andato lì in una sorta di empatia, per capire se era ancora possibile credere in una parola capace di aggredire la realtà. Ci ho riflettuto a lungo e mi sono convinto che la parola letteraria proprio perché svincolata da obiettivi, da sentenze di tribunale, può mostrare le budella del potere, può raggiungere un nucleo di significato molto semplice, che è poi quello dei tragici greci: verità e potere non coincidono mai». 

È da lì, dalla tomba di Pasolini che hai iniziato ad articolare «io so». 
«L’”io so” del mio tempo: so e ho le prove. In questo libro non mi interessava mostrare un mondo altro di violenti e di crudeli diviso dal nostro, non mi interessava dare una lezione morale. Ho voluto sussurrare all’orecchio del lettore ”questo ti riguarda”». 

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C’è qualcosa di nuovo, oggi a Napoli 
di Filippo La Porta, Il Messaggero 3 luglio 2006

Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira. Non succede spesso però.
(Jerome David Salinger, Il giovane Holden)
Qual è la forma di Napoli? Dove si è smarrita l’anima di una città così labirintica e terminale, luminosa e piena di ombre, definita - secondo un proverbio che risale al 1400 - “paradiso abitato da diavoli”? Difficile dire qualcosa di nuovo su Napoli. Eppure sono usciti due libri che, in modi diversi, provano intrepidamente a farlo: Giù napoli di Silvio Perrella (Neri Pozza, 186 pagine, 15 euro) e Gomorra di Roberto Saviano (Mondadori, 331 pagine, 15,50 euro), vincitore sabato 1° luglio del Viareggio opera prima. Perrella ha scritto una intensa, partecipe autobiografia che contiene una sintesi personalissima di quanto detto su Napoli da scrittori, intellettuali, artisti (con alcuni dei quali ha avuto e ha rapporti di amicizia e frequentazione, come La Capria, Herling, la Ortese e Rea). Il secondo è un abbagliante reportage sulla camorra scritto con la lingua di un romanzo visionario e iperrealistico. Si tratta di due opere non facilmente classificabili, in qualche modo spiazzanti. Ma sono accomunate da un elemento “costruttivo”, da una stessa fiducia, pur nella registrazione impietosa del male e della putrescenza. Fiducia in cosa? Ci torno su tra un po’. 
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Pochi romanzi di quest’anno ci hanno presentato personaggi memorabili come quelli che incontriamo in Gomorra: manager bocconiani semi-criminali che trattano quotidianamente con la criminalità, donne corrotte e donne eroiche, killer feroci e boss vanitosi, e soprattutto l’io narrante, Saviano stesso, che per conoscere meglio quella realtà diventa operaio o cameriere, vi si mescola e vi si immerge in modo temerario. Una grande narrazione insieme epica e documentaria, evitando però qualsiasi ambigua mitologia dei camorristi. Nel napoletano la ferocia arcaica si fonde con l’imperativo di divenire una “belva da profitto, un rapace della finanza”. Non dimenticheremo quello stakeholder - esperto in smaltimento illegale di rifiuti tossici - che scruta il paesaggio alla ansiosa ricerca di vuoti in cui poterci ficcare dentro la spazzatura chimica... Notizie e dati sulla malavita campana si alternano a potenti accensioni di immaginazione sociologica: se apprendiamo con sgomento che l’ordine del clan a Secondigliano era eliminare i malati di Aids per bloccare l’epidemia, scopriamo anche che i modelli dei camorristi sono Al Pacino in Scarface, e poi i film di Scorsese, Coppola, e ancora Matrix, il Corvo. La realtà si sforza di assomigliare all’immaginario, prima di svaporare definitivamente. 

Dicevo di un tratto - miracolosamente “positivo” - comune ai due libri: la fiducia nella possibilità di capire, nella verità, e direi la verità come modalità di esistenza, nella città che ha portato all’estremo la recita del quotidiano. La pagina di Perrella è illuminata dalla “luce della conoscenza”, quella dei grandi scrittori meridionali, inventori di un “illuminismo malinconico”: anche gli “slanci e delusioni continui” sono sempre “sorretti dalla voglia di conoscenza”. Mentre nell’ultima pagina di Gomorra, entro un paesaggio allucinato e fangoso, di fuochi di discariche, pioggia fetida, giovani Rom in moto con il fazzoletto alla bocca, leggiamo: “conoscere non è più una traccia di impegno morale. Sapere, capire diviene una necessità”. Benedetto Croce in un articolo del 1930 (ora in Un paradiso abitato da diavoli, Adelphi, 315 pagine, 15 euro) ricorda l’atteggiamento sarcastico di Leopardi verso i napoletani, il cui cuore è “né gentil cosa, né rara / né il bel sognò giammai, né l’infinito!”. Croce gli obietta che invece non pochi a Napoli sognavano queste cose, anzi si veniva formando una sana vita intellettuale e morale “ascosta al suo sguardo triste”. E anche oggi due scrittori dal “cuore gentile” ci mostrano, senza neanche bisogno di scrivere romanzi, come sognare il bello e cercare la verità siano non una nobile scelta di “valori” ma l’unica alternativa al virus misterioso che da sempre corrode le radici di Partenope. 

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“Viareggio”, vince la qualità
di Giuseppe Rocca, Il Messaggero, 2 luglio 2006

Settantasette edizioni ma questa, senza il suo presidente Enzo Siciliano, è stata speciale. Un vice, Giorgio Van Straten, molto discreto nel suo ruolo. Una giuria ad alta tensione, ma in un clima di collaborazione. Un ministro degli Interni, Giuliano Amato, che ha seguito da vicino lo svolgimento dell’ultima e decisiva votazione e non è voluto mancare alla serata conclusiva per l’amico Enzo. Ieri mattina, in una sala affollata e molto attenta, è andata in scena la finale del Premio Viareggio Repaci con i nomi dei vincitori delle quattro categorie. Per la narrativa il riconoscimento è stato assegnato, secondo le previsioni della vigilia, a Gianni Celati con Vite di pascolanti (Nottetempo). Per la saggistica a Giovanni Agosti con Su Mantegna I (Feltrinelli), per la poesia a Giuseppe Conte con Ferite e rifioriture (Mondadori), superando nelle votazioni Claudio Damiani. Infine, per l’opera prima, a Roberto Saviano con Gomorra (Mondadori). 

Ventisette anni, giornalista e scrittore, Saviano è diventato un caso editoriale. Nel raccontare e mappare il potere della camorra, l’affermazione economica e finanziaria, le metamorfosi, l’autore si cala dentro la verità in prima persona, partendo dalla guerra di Secondigliano, con le sole armi di una motoretta, un taccuino, un registratore. 
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Ieri sera la premiazione dei vincitori al Cinema Teatro Eden. Trasformata in una serata in ricordo di Enzo Siciliano, hanno parlato alcuni membri della giuria: Giuliano Amato, Giorgio Ficara, Elisabetta Rasy e Marisa Volpi mentre Roberto Saviano, Roberto Galaverni e Mario Desiati hanno letto brani dal Diario tenuto da Siciliano su "Nuovi Argomenti".

Difficile sarà la scelta del nuovo presidente. La giuria si è riunita un paio di volte, ma ogni decisione è stata rimandata a settembre, tuttavia sembra che l’orientamento sia di scegliere un nome tra i giurati. Con la consapevolezza che la scomparsa di Siciliano abbia segnato la fine di un’epoca di intellettuali che hanno speso la vita in sintonia con la letteratura. In questo senso, si tratterebbe anche di un riallineamento ai desideri del fondatore del premio, Leonida Repaci, che non ha mai derogato da questa linea. 

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“Lo straniero” di Fofi, premio alternativo 
Il messaggero, 1° luglio 2006

 A Tricase, in provincia di Lecce, la rivista “Lo straniero”, diretta da Goffredo Fofi, premierà Carlo Verdone, Nino De Vita, Alberto Capitta, Roberto Saviano, la rivista bolognese Hamelin e Emilio Varrà, Giovanni Zoppoli e il gruppo “Chi rom e chi no”, mentre il premio in memoria di Carmelo Bene sarà consegnato a Ermanna Montanari.

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Roberto Saviano, Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra (Mondadori)

Questo incredibile, sconvolgente viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra si apre e si chiude nel segno delle merci, del loro ciclo di vita. Le merci “fresche”, appena nate, che sotto le forme più svariate - pezzi di plastica, abiti griffati, videogiochi, orologi - arrivano al porto di Napoli e, per essere stoccate e occultate, si riversano fuori dai giganteschi container per invadere palazzi appositamente svuotati di tutto, come creature sventrate, private delle viscere. E le merci ormai morte che, da tutta Italia e da mezza Europa, sotto forma di scorie chimiche, morchie tossiche, fanghi, addirittura scheletri umani, vengono abusivamente “sversate” nelle campagne campane, dove avvelenano, tra gli altri, gli stessi boss che su quei terreni edificano le loro dimore fastose e assurde - dacie russe, ville hollywoodiane, cattedrali di cemento e marmi preziosi - che non servono soltanto a certificare un raggiunto potere ma testimoniano utopie farneticanti, pulsioni messianiche, millenarismi oscuri. Questa è oggi la camorra, anzi, il “Sistema”, visto che la parola “camorra” nessuno la usa più: da un lato un’organizzazione affaristica con ramificazioni impressionanti su tutto il pianeta e una zona grigia sempre più estesa in cui diventa arduo distinguere quanta ricchezza è prodotta direttamente dal sangue e quanta da semplici operazioni finanziarie. Dall’altro lato un fenomeno criminale profondamente influenzato dalla spettacolarizzazione mediatica, per cui i boss si ispirano negli abiti e nelle movenze a divi del cinema e a creature dell’immaginario, dai gangster di Tarantino alle sinistre apparizioni de “Il corvo” con Brandon Lee. Figure come Gennarino McKay, Sandokan Schiavone, Cicciotto di Mezzanotte, Ciruzzo ‘o Milionario, se non avessero provocato decine di morti ammazzati potrebbero sembrare in tutto e per tutto personaggi inventati da uno sceneggiatore con troppa fantasia. 
In questo libro avvincente e scrupolosamente documentato Roberto Saviano ha ricostruito sia le spericolate logiche economico-finanziarie ed espansionistiche dei clan del napoletano e del casertano, da Secondigliano a Casal di Principe, sia le fantasie infiammate che alle logiche imprenditoriali coniugano il fatalismo mortuario dei samurai del medioevo giapponese. Ne viene fuori un libro anomalo e potente, appassionato e brutale, al tempo stesso oggettivo e visionario, di indagine e di letteratura, pieno di orrori come di fascino inquietante, un libro il cui giovanissimo autore, nato e cresciuto nelle terre della più efferata camorra, è sempre coinvolto in prima persona. Sono pagine che afferrano il lettore alla gola e lo trascinano in un abisso dove davvero nessuna immaginazione è in grado di arrivare.

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DI ROBERTO SAVIANO VEDI ANCHE:
" Io so e ho le prove"
da "Nuovi Argomenti, ottobre-dicembre 2005
e inoltre una serie di commenti e recensioni, oltre
ad alcuni estratti dal suo libro Gomorra

 


A Gomorra di Roberto Saviano il Premio Viareggio Opera Prima
 

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