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Narrativa Saviano: «Io,
nel segno di Pasolini»
![]() La cerimonia di premiazione è stata interamente dedicata a Enzo Siciliano, ricordato da Giuliano Amato, Giorgio Ficara, Elisabetta Rasy e Marisa Volpi. Alba Donati, segretaria del premio, sottolinea quanto disse Enzo Siciliano a proposito di Gomorra: «Ricordiamoci che non è solo un bel libro; questo ragazzo rischia la vita». Un libro ibrido, lo definisce il suo autore: «a metà tra il romanzo e il reportage, che utilizza documenti, intercettazioni telefoniche, ordinanze di custodia cautelare, resoconti di processi. Ma mi ritengo un narratore, e non un cronista; piuttosto che conoscere le cose, preferisco farmi conoscere dalle cose». Qual è l’intenzione
di chi, come lei, si reca sul posto subito dopo un agguato di camorra?
Che cosa ci hanno raccontato,
e che cosa sappiamo, ora, sulla camorra?
In una situazione del
genere che può fare la parola?
È da lì,
dalla tomba di Pasolini che hai iniziato ad articolare «io
so».
C’è qualcosa
di nuovo, oggi a Napoli
Qual
è la forma di Napoli? Dove si è smarrita l’anima di una città
così labirintica e terminale, luminosa e piena di ombre, definita
- secondo un proverbio che risale al 1400 - “paradiso abitato da diavoli”?
Difficile dire qualcosa di nuovo su Napoli. Eppure sono usciti due libri
che, in modi diversi, provano intrepidamente a farlo: Giù napoli
di Silvio Perrella (Neri Pozza, 186 pagine, 15 euro) e Gomorra di
Roberto Saviano (Mondadori, 331 pagine, 15,50 euro), vincitore sabato 1°
luglio del Viareggio opera prima. Perrella ha scritto una intensa, partecipe
autobiografia che contiene una sintesi personalissima di quanto detto su
Napoli da scrittori, intellettuali, artisti (con alcuni dei quali ha avuto
e ha rapporti di amicizia e frequentazione, come La Capria, Herling, la
Ortese e Rea). Il secondo è un abbagliante reportage sulla camorra
scritto con la lingua di un romanzo visionario e iperrealistico. Si tratta
di due opere non facilmente classificabili, in qualche modo spiazzanti.
Ma sono accomunate da un elemento “costruttivo”, da una stessa fiducia,
pur nella registrazione impietosa del male e della putrescenza. Fiducia
in cosa? Ci torno su tra un po’.
[...] Pochi romanzi di quest’anno ci hanno presentato personaggi memorabili come quelli che incontriamo in Gomorra: manager bocconiani semi-criminali che trattano quotidianamente con la criminalità, donne corrotte e donne eroiche, killer feroci e boss vanitosi, e soprattutto l’io narrante, Saviano stesso, che per conoscere meglio quella realtà diventa operaio o cameriere, vi si mescola e vi si immerge in modo temerario. Una grande narrazione insieme epica e documentaria, evitando però qualsiasi ambigua mitologia dei camorristi. Nel napoletano la ferocia arcaica si fonde con l’imperativo di divenire una “belva da profitto, un rapace della finanza”. Non dimenticheremo quello stakeholder - esperto in smaltimento illegale di rifiuti tossici - che scruta il paesaggio alla ansiosa ricerca di vuoti in cui poterci ficcare dentro la spazzatura chimica... Notizie e dati sulla malavita campana si alternano a potenti accensioni di immaginazione sociologica: se apprendiamo con sgomento che l’ordine del clan a Secondigliano era eliminare i malati di Aids per bloccare l’epidemia, scopriamo anche che i modelli dei camorristi sono Al Pacino in Scarface, e poi i film di Scorsese, Coppola, e ancora Matrix, il Corvo. La realtà si sforza di assomigliare all’immaginario, prima di svaporare definitivamente. Dicevo di un tratto - miracolosamente “positivo” - comune ai due libri: la fiducia nella possibilità di capire, nella verità, e direi la verità come modalità di esistenza, nella città che ha portato all’estremo la recita del quotidiano. La pagina di Perrella è illuminata dalla “luce della conoscenza”, quella dei grandi scrittori meridionali, inventori di un “illuminismo malinconico”: anche gli “slanci e delusioni continui” sono sempre “sorretti dalla voglia di conoscenza”. Mentre nell’ultima pagina di Gomorra, entro un paesaggio allucinato e fangoso, di fuochi di discariche, pioggia fetida, giovani Rom in moto con il fazzoletto alla bocca, leggiamo: “conoscere non è più una traccia di impegno morale. Sapere, capire diviene una necessità”. Benedetto Croce in un articolo del 1930 (ora in Un paradiso abitato da diavoli, Adelphi, 315 pagine, 15 euro) ricorda l’atteggiamento sarcastico di Leopardi verso i napoletani, il cui cuore è “né gentil cosa, né rara / né il bel sognò giammai, né l’infinito!”. Croce gli obietta che invece non pochi a Napoli sognavano queste cose, anzi si veniva formando una sana vita intellettuale e morale “ascosta al suo sguardo triste”. E anche oggi due scrittori dal “cuore gentile” ci mostrano, senza neanche bisogno di scrivere romanzi, come sognare il bello e cercare la verità siano non una nobile scelta di “valori” ma l’unica alternativa al virus misterioso che da sempre corrode le radici di Partenope. “Viareggio”, vince
la qualità
Settantasette edizioni ma questa, senza il suo presidente Enzo Siciliano, è stata speciale. Un vice, Giorgio Van Straten, molto discreto nel suo ruolo. Una giuria ad alta tensione, ma in un clima di collaborazione. Un ministro degli Interni, Giuliano Amato, che ha seguito da vicino lo svolgimento dell’ultima e decisiva votazione e non è voluto mancare alla serata conclusiva per l’amico Enzo. Ieri mattina, in una sala affollata e molto attenta, è andata in scena la finale del Premio Viareggio Repaci con i nomi dei vincitori delle quattro categorie. Per la narrativa il riconoscimento è stato assegnato, secondo le previsioni della vigilia, a Gianni Celati con Vite di pascolanti (Nottetempo). Per la saggistica a Giovanni Agosti con Su Mantegna I (Feltrinelli), per la poesia a Giuseppe Conte con Ferite e rifioriture (Mondadori), superando nelle votazioni Claudio Damiani. Infine, per l’opera prima, a Roberto Saviano con Gomorra (Mondadori). Ventisette anni, giornalista
e scrittore, Saviano è diventato un caso editoriale. Nel raccontare
e mappare il potere della camorra, l’affermazione economica e finanziaria,
le metamorfosi, l’autore si cala dentro la verità in prima persona,
partendo dalla guerra di Secondigliano, con le sole armi di una motoretta,
un taccuino, un registratore.
Difficile sarà la scelta del nuovo presidente. La giuria si è riunita un paio di volte, ma ogni decisione è stata rimandata a settembre, tuttavia sembra che l’orientamento sia di scegliere un nome tra i giurati. Con la consapevolezza che la scomparsa di Siciliano abbia segnato la fine di un’epoca di intellettuali che hanno speso la vita in sintonia con la letteratura. In questo senso, si tratterebbe anche di un riallineamento ai desideri del fondatore del premio, Leonida Repaci, che non ha mai derogato da questa linea. * * * “Lo straniero” di Fofi, premio alternativo
A Tricase, in provincia di Lecce, la rivista “Lo straniero”, diretta da Goffredo Fofi, premierà Carlo Verdone, Nino De Vita, Alberto Capitta, Roberto Saviano, la rivista bolognese Hamelin e Emilio Varrà, Giovanni Zoppoli e il gruppo “Chi rom e chi no”, mentre il premio in memoria di Carmelo Bene sarà consegnato a Ermanna Montanari. Roberto Saviano, Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra (Mondadori)
* * * DI ROBERTO SAVIANO VEDI
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