Pier Paolo Pasolini
La narrativa
Petrolio
Un
romanzo di luce
di
Federico De Melis
Bisognerà leggere
a fondo, e a fondo riflettere, sul romanzo postumo di Pier Paolo Pasolini
Petrolio,
che la casa editrice Einaudi manderà in libreria il 30 ottobre.
La sensazione prima di questa approfondita lettura - è che nelle
pieghe di quest'opera incompiuta e frammentaria si nascondano, in codice,
motivi che possono illuminare alla radice i moventi delle scelte estetiche
e delle prese di posizione polemiche dell'ultimo Pasolini; e gettare una
luce tremenda sulla realtà italiana oltre la sua morte, fino a oggi.
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Da questo punto di vista
- ma ripeto; prima di una lettura approfondita - si può dissentire
da Aurelio Roncaglia (che ha supervisionato la cura filologica del libro,
svolta da Graziella Chiarcossi e Maria Careri) allorché, nella finale
"nota filologica", sostiene che tra i motivi per cui oggi, dopo 17 anni,
se ne decide la pubblicazione si può annoverare anche la lontananza
di "situazioni contingenti (politiche e di costume), oggi non certo dimenticate,
ma in qualche modo lasciate alle nostre spalle", se "oggi la società
è mutata, ed è mutato anche il quadro politico", questo mutamento
si ha l'impressione che sia avvenuto nella direzione indicata da Pasolini,
soprattutto in quelle opere, come Salò e questo Petrolio,
in cui ragiona, attraverso una trasposizione allegorica del suo intimo
vissuto, delle atrocità cui conduce l'anarchia del potere.
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Ma è certo troppo
presto, a proposito di Petrolio, per arrivare a queste conclusioni.
Per presentarlo al pubblico l'Einaudi ha scelto la storica collana dei
Coralli: su una copertina bianca, senza alcuna illustrazione, spicca in
rosso il titolo e in nero quello dell'autore; nei risvolti di copertina
e sul retro nulla che dia qualche indicazione, se non una dichiarazione
di Pasolini rilasciata a "La Stampa" il 10 gennaio 1975: «Ho iniziato
un libro che mi impiegherà per anni, forse per il resto della mia
vita. Non voglio parlarne, però basti sapere che è una specie
di 'summa' di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie».
Questa 'summa' sarebbe dovuta essere di almeno 2000 pagine. Alla data della
morte, sul suo tavolo da lavoro, custodito in una cartellina logorata dagli
anni, ce ne erano 522.
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Che cos’è Petrolio?
Lo si può capire solo leggendo il libro. E infatti ieri, alla presentazione
presso il gabinetto Vieusseux in Palazzo Strozzi a Firenze, Aurelio Roncaglia
si è voluto limitare a parlare dei problemi filologici che ha posto
la cura del testo e di quelli etici legati alla decisione di pubblicarlo.
Per quanto riguarda i primi, ha informato che, trattandosi di un testo
non solo incompiuto, ma la cui parte scritta era ancora in fase di abbozzo
e sarebbe stata certo rivista da Pasolini e limata anche in quelle tranche
che sembrano più compiute, si è lavorato soprattutto a restituire
i materiali per quello che si pensa fosse il progetto dell’autore. E del
resto, difficoltà particolari non ci sono state, dato che i 200
"appunti" o unità che Pasolini aveva scritto erano ordinati cronologicamente:
i problemi sono stati soprattutto per la decifrazione di parole incomprensibili,
a volte rimaste tali, e per decidere come restituire in stampa parti su
cui l’autore manifestava incertezze attraverso segni grafici. Si è
deciso così di dare al lettore tutti gli strumenti per capire il
lavoro di ricostruzione effettuato, ma senza subissarlo di note e segnalazioni
grafiche, che avrebbero rappresentato una foresta impervia trattandosi
di un testo che è già impervio di per sé.
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Per quanto riguarda i problemi
etici, angosciosi per Graziella Chiarcossi, che di Pasolini è nipote
e erede, Roncaglia ha tenuto a chiarire che non si tratta "come nella vicenda
di Virgilio, per citare un esempio classico o, per venire al novecento,
di Kafka, che voleva le sue opere al rogo", di un testo sulla cui pubblicazione
esista un veto di Pasolini. Quale diritto avremmo avuto, ha poi protestato
il filologo, rovesciando i termini del problema, di "tenere nascosto un
libro, che può portare un grande contributo di studio o conoscenza
sull’opera pasoliniana?".
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Il progetto di Petrolio
risale alla primavera o estate del 1972, anno in cui Pasolini stila una
"scaletta", riprodotta dal volume Einaudi, alla fine della quale spiega
il motivo minimale e insieme folgorante della sua decisione di scrivere
il romanzo: «Mi sono caduti per caso gli occhi sulla parola petrolio
in un articoletto credo de "l’Unità", e solo per aver pensato la
parola petrolio come il titolo di un libro mi ha spinto poi a pensare alla
trama di tale libro. In nemmeno un’ora questa "traccia" era pensata e scritta».
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Ma, come spiega Roncaglia
nella sua "Nota", non si puo’ dire che l’opera si sviluppi secondo questa
‘traccia’. Che essa rimane il motivo del doppio, raro nell’opera di Pasolini,
riluttante alle suggestioni romantiche: il protagonista è scisso
in un Carlo Polis e in un Carlo Tetis, che poi corrispondono alle due dimensioni
in cui vive l’opera, quella del pubblico, del politico, e quella dell’intimo
del sessuale. Questo Carlo, industriale del petrolio, è metà
donna e metà uomo, un androgino che condensa in sé il rispettabile
borghese, però di aperte vedute, di sinistra, e quella, atroce,
dell’essere simbiotico, orgiastico, che come Mister Hyde ha obliato ogni
possibilità di redenzione.
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Bisogna leggere a fondo
Petrolio
perché questo non è che un flebile tracciato tematico, scavalcato
dal suo possente significato allegorico. Però non si può
che rimanere colpiti dal fatto che mentre Pasolini, voracemente, come un
fiume in piena, senza scrupoli di stile, scriveva disperatamente
Petrolio,
era tutto intento a cogliere l’interezza dei corpi e dei luoghi, girando
i due ulteriori film della sua Trilogia: I racconti di Canterbury
e Il fiore delle mille e una notte. "Di giorno" impressionava sulla
pellicola il mondo intatto e popolare dell’universo novellistico orientale
e medievale-anglosassone; di "notte" dissociava la vita del personaggio
di Carlo. Finché con Salò, questo gioco non si ricompone
in un’astratta, fredda, lucida, geometrica rappresentazione del Potere.
E’ la stessa sconsolata e abissale necessita’ di "adattamento" al degrado
neocapitalistico, denunciata nella sua famosa "Abiura", che informa il
suo romanzo postumo.
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Che "romanzo" in senso proprio
non è spiega Roncaglia, senza volersi troppo perdere, però,
nei nominalismi. Pasolini accarezzava da almeno otto anni, quando cominciò
a scrivere Petrolio (che nella sua testa si sarebbe potuto chiamare
anche Vas, forse per suggestione dantesca "Vas d’elezione", "Natural
vassello"), "l’idea di un libro scritto a strati... in modo che... si presenti
quasi come un diario...; alla fine... come una stratificazione cronologica,
un processo formale vivente... un misto di pagine rifinite e in abbozzo,
o solo intenzionali". Così, aggiungeva nell’appunto che contiene
queste parole, datato 1 novembre 1964 (e ora "Nota n.1" in fondo a La
Divina Mimesis), "il libro avrà insieme la forma magmatica e
la forma progressiva della realtà". Non solo: nella prima pagina
di Petrolio, che risale alla primavera del ’73, Pasolini presenta
la sua opera come un "meta romanzo filologico", per usare le parole di
Roncaglia: cioé un’opera il cui risultato sarebbe dovuto figurare
come la collazione filologica di parti sparse (quattro, cinque manoscritti,
concordanti e discordanti di cui due apocrifi, "con varianti curiose, caricaturali,
ingenue o rifatte alla maniera", e molto altro materiale scritto a mano.
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Se Pasolini non poté
realizzare questo programma strutturale, ciò non di meno l’idea
di mettere di fronte al lettore non un libro, ma un’esperienza, come era
nelle sue intenzioni, scegliendo la strada dell’opera aperta musiliana,
non decade, in virtù del fatto che il lavoro di filologia che sarebbe
dovuto essere intrinseco al suo processo creativo, il fato - diciamo così
- ha voluto che lo svolgesse dopo la sua morte, qualcun altro. Ed è
agghiacciante, ma insieme comico "alla Kafka", che abbia immaginato come
autore dell’opera incompiuta, La Divina Mimesis, cioè se
stesso, un scrittore morto ucciso a colpi di bastone a Palermo, l’anno
scorso: e lui, nella finzione, ne risulta il filologo. Ricorda Roncaglia,
che nelle Lettere luterane Pasolini ha scritto: "non c’è
niente di più alluncinatorio del verificarsi, in atto, di qualcosa
che si era prevista e descritta come.... possibilità".
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"E’ un romanzo, ma non scritto
come sono scritti i romanzi veri: la sua lingua è quella che si
adopera per la saggistica, per certi articoli giornalistici, per le recensioni,
per le lettere private e anche per la poesia", scrisse Pasolini a Moravia
a proposito di Petrolio (la lettera è anch’essa riportata
nel volume). E inoltre tra le pagine della sua opera, in cui riflette continuamente
sul testo che sta scrivendo, estraniandosene al pari di un Hoffmann del
ventesimo secolo (a cui lo accumuna il motivo del doppio, del borghese
presentabile e del rifiuto vivente, com’è nel Gatto Murr), Pasolini
scrive che è intenzionato non ha raccontare una storia, ma ad arrivare
ad "una forma... ‘qualcosa di scritto’", a un blocco di segni. In questa
intenzione, riflette Roncaglia, si palesa la sopraffazione del simbolo
su la cosa narrata. Ma il "simbolo tende a tradurre il pensiero in immagine
poetica", così se il romanzo tende al saggio, il saggio tende alla
poesia.
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Avremo, di conseguenza,
un registro già sperimentato in Trasumanar e Organizzar,
dove la provocatoria concettualizzazione della metrica a favore di un "parlato
monotonale", finiva per piegarsi alle esigenze primarie della poesia. "La
poesia è in alcuni appunti del libro, compatti, conchiusi, che possono
leggersi come novelle. Da alcune parti che descrivono l’Oriente, emana
una luce", ha detto Roncaglia. Infine ha ripetuto: "Si, si può parlare
di un romanzo di luce".
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Bisognerà leggerlo
a fondo, Petrolio, perché questa luce illumini, come sembra
in suo potere, zone recondite del nostro presente, nonostante siano lontani
lo scandalo del petrolio, o le stragi di Brescia e dell’Italicus, dentro
cui trovava la sua incidentale cornice storica.
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Da "il manifesto" del 25/10/92,
per gentile concessione
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