La narrativa - Sommario


.Pier Paolo Pasolini
La narrativa

Teorema
1968
commento di Angela Molteni


Tra i drammi teatrali che Pasolini scrisse nel 1965, durante una malattia che lo costrinse a ridurre i ritmi del suo lavoro cinematografico, vi era anche un primo abbozzo di Teorema. Divenne però un libro – parte in prosa, parte in versi – pubblicato nel 1968, quasi contemporaneamente alla sceneggiatura e alla produzione dell'omonimo film. 

La sirena di una fabbrica, in quel clima sempre un po' nebbioso che vi è in primavera o in autunno nelle campagne nei dintorni di Milano, il proprietario della fabbrica stessa (Paolo) che esce in Mercedes dalla fabbrica e si avvia verso la città sono gli elementi che costituiscono il quadro d'esordio della storia, oltre a una rispettabile famiglia borghese nella quale vi sono lo stesso Paolo, gli studenti Pietro e Odetta, figli di Paolo, Lucia, annoiata moglie ed Emilia, una “esclusa di razza bianca”, come la definisce Pasolini, cameriera di origini contadine nella ricca casa padronale. Tutto, nella casa, si svolge con molto ordine e regolarità, con la scontata “normalità” che si immagina, appunto, in una famiglia borghese benestante.
Tale normalità sarà sconvolta dall'arrivo di un ospite misterioso, alle cui origini e provenienza non si fa cenno, “straordinario prima di tutto per bellezza”. Emilia sarà la prima ad essere affascinata oltre misura da questo ospite, e ad essere da lui soccorsa quando, sconvolta, quasi isterica, tenterà addirittura di uccidersi. Il giovane ospite la consolerà nel modo che Emilia stessa vuole, “prestandosi al suo desiderio di essere posseduta da lui”. 
Via via tutti i componenti della famiglia, dal giovane Pietro, che dorme nella stessa stanza dell'ospite, a Odetta, a Lucia e infine a Paolo, il capofamiglia, conquistati dalla bellezza e dolcezza dell'ospite, hanno rapporti sessuali con lui. Finché, misteriosamente com'è arrivato, l'ospite partirà dalla ricca casa della famiglia borghese. Il cui ordine, però, è ormai sconvolto. Così si esprime, per esempio, Lucia: 

Insomma, nella mia famiglia, tutti viviamo 
nell'esistenza come essa deve essere; 
le idee attraverso cui giudichiamo noi stessi 
e gli altri, i valori e gli avvenimenti, 
sono, come si dice, un patrimonio comune 
a tutto il nostro mondo sociale. 
[…] 
Come potevo vivere in tanto vuoto? Eppure ci vivevo. 
E quel vuoto era, a mia insaputa, 
pieno di convenzioni, ossia 
di una profonda bruttezza morale.
E in questo modo Paolo: 
Se dunque da molto tempo 
io avevo assunto la forma che dovevo assumere 
e la mia figura era, in qualche modo, perfetta, 
ora, che cosa mi rimane? 
Non vedo niente che possa reintegrarmi 
nella mia identità. Ti guardo: non mi ascolti 
con imparzialità – perché tu non ti dividi in parti – 
ma con dedizione – perché tu ti dai tutto a ognuno.
Emilia tornerà nella cascina delle sue origini: Pasolini narra come Emilia terminerà il proprio viaggio verso la natìa campagna: “In fondo, oltre il mucchio di mattoni rossi e degli attrezzi, c'è una vecchia panca – bruciata dal sole, marcita dalla pioggia – restata lì chissà da che tempi dell'infanzia di Emilia. È questa panca che essa, riconoscendola, guadagna con un passo che è ritornato il passo invasato e ostinato di prima, e vi si mette a sedere, restando rigida e immobile, nella luce estranea del sole.” Emilia resterà lì, ferma e priva di qualsiasi espressione, fino a raggiungere un soprannaturale stato di santificazione: arriverà fino a levitare, rimanendo sospesa nel cielo sopra la sua antica cascina, nel muto e religioso stupore dei contadini raccolti nel cortile della cascina. 
Odetta finirà in una casa di cura: “Essa è lì, nel suo letto, ferma, con la faccia in alto, gli occhi senza alcuna commozione, con solo un po' di spavento – fissi nel vuoto e il pugno stretto contro il fianco”.
Ritroveremo il giovane Pietro che medita su un dipinto che già aveva ammirato insieme all'ospite, “vi si accanisce sopra, come a ricercare il senso non solo storico, cui tutti questi segni così rigorosi e precisi si riferivano; ma anche il senso che aveva avuto peso per lui, e per cui quel quadro era stato una rivelazione, solo poche settimane, o pochi mesi prima […] Grande è il mucchio dei disegni e delle pitture dentro la cameretta di Pietro [dipinge su vetro, sovrapponendo man mano un vetro all'altro, confondendo in tal modo le forme che traccia] I movimenti di Pietro, nell'eseguire queste operazioni, sono meccanici e ispirati; e la sua voce che instancabile li commenta ha perso ogni colorazione […] Bisogna inventare nuove tecniche – che siano irriconoscibili– che non assomiglino a nessuna operazione precedente. Per evitare così la puerilità e il ridicolo. Costruirsi un mondo proprio, con cui non siano possibili confronti”. 
Lucia percorre la città, in macchina, e si accompagna ripetutamente con alcuni giovani raccolti in strada. Poi, risalita in macchina, “il disorientamento di Lucia dipinto nella sua faccia, che è come diventata di vetro, nasconde una sola ferrea volontà. Ma quale? Forse non è che un irrigidimento, un rifiuto. Un 'no' detto a una verità, sia pur infima, scarsa e disperata”. 
Paolo raggiungerà dapprima la stazione ferroviaria, là si denuderà (l'avrà già fatto anche simbolicamente, donando la propria fabbrica alle maestranze) e infine percorrerà, un arido deserto: 
Ah, miei piedi nudi, che camminate 
sopra la sabbia del deserto! 
Miei piedi nudi, che mi portate 
là dove c'è un'unica presenza 
e dove non c'è nulla che mi ripari da nessuno sguardo! […] 
Bene. E cosa dire di me? 
Di me, che sono dove ero, e ero dove sono, 
automa di una persona reale 
mandato nel deserto a camminare per essa? 
IO SONO PIENO DI UNA DOMANDA A CUI NON SO RISPONDERE. […] 
Perché guardo fisso davanti a me, come vedessi qualcosa? […] 
E perché l'urlo, che, dopo qualche istante, 
mi esce furente dalla gola, […] 
È un urlo che vuol far sapere, 
in questo luogo disabitato, che io esisto, 
oppure, che non soltanto esisto, 
ma che so. È un urlo 
in cui in fondo all'ansia 
si sente qualche vile accento di speranza; 
oppure un urlo di certezza, assolutamente assurda, 
dentro a cui risuona, pura, la disperazione.
L'ultima metafora, quella del deserto, e dell'urlo nel deserto che quasi più nulla ha di umano, riassume il messaggio del libro: una presa di coscienza dolorosa e drammatica, provocata da un elemento estraneo, (in questo caso, dall'ospite misterioso, la cui capacità di possesso fisico è a sua volta metafora dell'impossessamento dei pensieri e delle coscienze), della nullità dell'esistenza borghese (quel mondo “pieno di convenzioni, ossia di una profonda bruttezza morale”) produce in tutti i personaggi, magistralmente delineati da Pasolini, una perdita di identità (un deserto, appunto) che, forse, anche se l'autore non lascia intravedere che “qualche vile accento di speranza”, avrà un momento di rinascita e che può comunque essere recuperata solo attraverso un processo lungo e doloroso. 

Vedi anche Teorema, il film 


Nella foto: Pier Paolo Pasolini e Giuseppe Zigaina. Le parti virgolettate e i brani in versi sono tratti da: Pier Paolo Pasolini, Teorema, Garzanti, Milano 1968 

 



 
 
 
 
 


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