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Notizie Un anno fa moriva Delli
Colli,
Era il 17 agosto del 2005 quando improvvisamente si spense nella sua casa romana, a causa di un infarto, Tonino Delli Colli, uno dei più grandi direttori della fotografia italiani, insieme a Vittorio Storaro, Giuseppe Rotunno, Aldo Tonti e Beppe Lanci. Nato nel 1923 a Roma, Delli Colli già a sedici anni era di casa a Cinecittà, dove era assistente operatore di Ubaldo Arata e Anchise Brizzi. Il suo esordio come direttore della fotografia è nel 1943 con Finalmente sì!, del regista ungherese Laslo Kish, ma è negli anni Cinquanta che il suo nome si accosta ai più grandi registi dell’epoca e ai più disparati generi cinematografici. È Delli Colli infatti a “illuminare” la commedia all’italiana: nel 1952 gira il primo film italiano a colori (Ferraniacolor) Totò a colori di Steno. Seguono pellicole come Piccola Posta (1955) e Accadde al penitenziario (1955) entrambi con Alberto Sordi, o classici come Poveri ma belli (1957) di Dino Risi e Susanna tutta panna (1957) ancora di Steno, fino all’incontro (e mai incontro fu più prolifico) con Pier Paolo Pasolini, con il quale collaborò in undici film su quattordici. È Delli Colli a rendere ancora più asettica e rarefatta l’atmosfera delle borgate romane in Accattone (1961), Mamma Roma (1962), La ricotta (Ro.Go.Pa.G.) (1963) e Uccellacci e uccellini (1966), senza dimenticare Il Vangelo secondo Matteo (1964) o Porcile (1969). Anche il grande Sergio Leone è incantato dalla sua fotografia, e nel 1966 lo vuole con lui per Il buono, il brutto e il cattivo e nel 1968 per C’era una volta il West, fino ad arrivare al sublime C’era una volta in America (1984). Di quest'ultima opera Delli Colli andava particolarmente orgoglioso: “È un film che ho girato tutto in controluce. Girare in esterno a favore di sole appiattisce l’immagine e rovina il fascino della finzione: preferisco trovarmi in controluce e poi schiarire i volti”. Sempre a proposito del sodalizio artistico con il regista romano, Delli Colli affermerà: “È l’ambiente che inevitabilmente cambia lo stile della fotografia. Un cow boy non si può fotografare come un borgataro romano. Ed è chiaro che la Monument Valley non è Torre Spaccata. Il diverso modo di illuminare viene da sé. Ed è quasi automatico”. Nel 1973 torna a dare la luce al sottoproletariato romano, lavorando con Sergio Citti in Storie scellerate e nel 1977 ne Il Casotto, sempre del “discepolo” di Pasolini. Inevitabile in questi gloriosi anni del cinema italiano l’incontro tra Delli Colli e il “maestro” Federico Fellini, con cui lavora in Ginger e Fred (1986) e La voce della luna (1990). Negli anni Novanta l’attività di Delli Colli diventa meno prolifica, ma colleziona ugualmente due “perle” come Marianna Ucrìa (1997) di Roberto Faenza, e il pluripremiato La vita è bella (1997) di Roberto Benigni. Tonino Delli Colli era un artigiano discreto e orgoglioso del proprio lavoro; orgoglioso a tal punto da rifiutare un rapporto troppo stretto con lo star system hollywoodiano che non comprendeva perché eccessivo e privo, per propria natura, di quell’inventiva che Delli Colli concepiva come elemento indissolubile del proprio lavoro. La sua natura lo spingeva, pur nella sua riservata presenza sul set, a essere un ottimo collaboratore del regista ed è stato soprattutto con Pasolini che ebbe il rapporto più lungo e duraturo lavorando alla fotografia di quasi tutti i suoi film. Resta famosa nel Vangelo secondo Matteo la scelta di girare la scena a Roma e il controcampo a Matera, segno di una puntigliosa determinazione. Nella sua carriera Tonino Delli Colli ha vinto sei Nastri d’argento. Nel 1965 per Il Vangelo secondo Matteo, nel 1968 per La Cina è vicina (1967) di Marco Bellocchio, nel 1982 per Storie di ordinaria follia (1981) di Marco Ferreri, nel 1985 per C’era una volta in America, nel 1987 per Il nome della rosa (1986) di Jean-Jacques Annaud, e nel 1998 per Marianna Ucria. Ha vinto quattro David di Donatello, nel 1982 per Storie di ordinaria follia, nel 1987 per Il nome della rosa, nel 1997 per Marianna Ucria e nel 1998 per La vita è bella.
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