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Notizie Aki Kaurismäki,
fiaba nordica
Uno dei «prodotti»
creati per risollevare il morale del paese è stato il tango finlandese.
Negli anni trenta rappresentava uno dei tanti generi della musica da ballo,
vicino alla sua variante tedesca, ma di scarso interesse. Agli inizi degli
anni cinquanta il tango è
Alcuni luoghi importanti Di proprietà dei fratelli Kaurismäki, di Erkki Lahti e di Kari Pulkkinen, il Corona è uno dei bar preferiti dai giovani di Helsinki. Due biliardi occupano la grande sala interna del locale, che è posto sopra il cinema Andorra. Un cinema che aveva avuto un grande successo negli anni ottanta, ma che, a seguito di un breve periodo di inattività, ha perso tutto il suo pubblico. Attualmente si può dire che sotto il locale più popolare della città si trova il cinema meno frequentato. Poco lontano si trova il Moskova, una copia sputata dei bar dei paesi socialisti per l’arredamento, il giradischi e la selezione di trentatré giri (primi fra tutti quelli del cantante estone Georg Ots che si può ascoltare anche nei film di Kaurismäki). Anche quel che si beve è in sintonia. Su un cartello c’è scritto: «Facciamo credito a Lenin, gli altri pagano in contanti». C’è pure una fotocopia affissa al muro, quella della Dichiarazione d’indipendenza della Finlandia con le firme di Lenin, Trockij, Stalin... E in più, aggiunta a penna, quella di Aki Kaurismäki. Una scena di L’uomo senza passato, quella in cui Esko Nikkari discute con M dei suoi affari piuttosto ingarbugliati, è stata girata qui, con l’immagine tutelare di Pellonpää sullo sfondo. Sulla porta un altro cartello avvisa fin dall’inizio della serata che il locale è pieno. Non è vero, ma poco più tardi si riempie e la folla sembra tutta sintonizzata sulla lunghezza d’onda dell’età d’oro del socialismo. E non è una messinscena. Vuol dire solo che la vita imita l’arte. Terzo luogo essenziale, l’hotel
ristorante Oiva (che può essere tradotto per i turisti curiosi come
«Il migliore»), che si trova nella foresta a cinque chilometri
dal centro di Karkkila, la città in cui vive Aki Kaurismäki.
A mille leghe di distanza da Bruxelles, nel cuore della vita finlandese.
Con la sua bella pista all’aperto, come si conviene, in cui Kaurismäki
nei weekend estivi riunisce il meglio delle stelle della musica da ballo
tradizionale.
L’uomo senza passato (2002) La verità profonda e poetica di Nuvole in viaggio ha colpito gli spettatori di tutta Europa. Quel film costituiva la prima parte di una trilogia proseguita con l’onirico e fantastico L’uomo senza passato, nel quale al tema della disoccupazione si aggiunge quello dei senzatetto. Un uomo (Markku Peltola), giunto a Helsinki in cerca di lavoro, viene aggredito, perde la memoria e si ritrova costretto a ricominciare la sua vita da zero. Incontra l’amore con Irma (Kati Outinen), che lavora nell’Esercito della salvezza, e si trova a dover ridefinire i valori su cui imperniare la propria vita. La trama del film è di una estrema semplicità: racconta la storia di una resurrezione che permette a un uomo di vivere una seconda vita. La fede, la speranza (vedi la storia delle patate) e l’amore per il prossimo assumono, in questo suo nuovo stato, una tinta onirica che raramente appare nella vita di tutti i giorni (o al cinema). Questa storia modesta di
persone ancora capaci di compassione si trasforma in un grande momento
di cinema: i suoi temi nascondono una bellezza limpida che il regista illumina
con sconcertante ricchezza. Già a partire dalla prima sequenza,
magnifica, in cui il personaggio principale, denominato M, prende il treno,
troviamo inscritta nel film la coscienza della morte e dell’inflessibilità
del caso. Sceso alla stazione di Helsinki, viene tramortito in un parco
poco distante. La scena all’ospedale, la guarigione del paziente precedentemente
dichiarato morto, apre la via a diverse interpretazioni: il tutto potrebbe
essere un sogno fatto da un moribondo. Ma la vita continua, compresa quella
del nostro eroe... La personalità dell’attore musicista emana un’integrità
incrollabile e un carisma tali che non si può fare a meno di avere
fiducia nel suo personaggio e di credervi. In precedenza, Peltola aveva
già recitato nei film di
Ogni elemento visivo contribuisce
alla creazione di questo sentimento di estraneità. Nel mondo reale,
la sopravvivenza del protagonista è solo un’eventualità utopica,
una inverosimiglianza integrata qui all’immagine stessa. Nella misura in
cui la situazione rinvia a un racconto o a un sogno, questa esige nell’espressione
cinematografica un’architettura che renda visibili queste speranze sotterranee,
ma dotate di una forza tangibile. Le leggi qui vigenti sono quelle di una
condizione limite. I personaggi sono reali e fittizi insieme, non fosse
altro che per la loro «appartenenza di classe». Jeancolas ha
notato che nel film il proletariato inteso come categoria è sparito;
l’immagine risale al XIX secolo. Dal momento che si ritrovano sprovvisti
di una coscienza di classe e ignorano persino l’esistenza stessa di una
lotta di classe, i personaggi non sono proletari. Questa osservazione merita
un approfondimento. L’essenziale, piuttosto, risiede nel fatto che questi
esistono, benché si sia cercato di escluderli dall’«immagine
della realtà» di un numero spropositato di film. Questi alienati,
marginali, sembrano emergere da un altro tempo e sono a modo loro inimitabili,
carichi di un’energia arcaica, pieni di dignità. Le relazioni umane
e i vincoli di amicizia sono trattati con uno humour tagliente, particolare:
Juhani Niemelä, il capo della baraccopoli, sogna litri di birra ma
si accontenta di una sola bottiglia; sotto la sua apparente avidità,
Sakari Kuosmanen nasconde un cuore d’oro.
Per la prima volta, in
L’uomo senza passato muovi alcuni passi nel fantastico: c’è
la possibilità che il personaggio principale sia morto.
Ne sono sollevato. Ti
ricordi come è nata questa storia, che è una delle tue migliori?
Come hai scelto Markku
Peltola?
Come hai impostato la
gamma dei colori?
Non credo alla fotografia digitale e neppure ai film in digitale. Per quanto riguarda l’immagine, l’elettronica non rimpiazzerà mai la luce. I fiori hanno bisogno della luce. I bit del computer possono solo trasformarli in fiori artificiali. Allo stesso modo, la registrazione digitale del suono toglie alla musica qualcosa di essenziale: il suo cosmico rumore di fondo, le sue imperfezioni. In una parola: la sua anima. Il cinema digitale pone anche un problema di credibilità; la scena di Harold Lloyd aggrappato alla lancetta dell’orologio del grattacielo (Preferisco l’ascensore, 1923) perde di interesse se allo spettatore manca la certezza che Lloyd vi sia appeso realmente. Comincio a essere abbastanza vecchio da poter dire che smetterei di fare questo lavoro se non potessi più utilizzare le tecnologie di ripresa e di montaggio tradizionali. Nato dall’amichevole dialogo tra lo storico del cinema Peter von Bagh e il regista che ora vive in Portogallo, «Aki Kaurismäki» (Isbn edizioni, traduzione Gualtiero De Marinis, Rinaldo Censi, 19 euro) esce il 14 luglio. Il libro, nato grazie alla collaborazione con la Cineteca di Bologna, sarà presentato in occasione di «Le parole dello schermo», festival internazionale di Letteratura e Cinema che si tiene a Bologna dal 9 al 16 luglio, durante il quale una giornata sarà dedicata al cinema e alla letteratura finlandese e al suo celebre cineasta che riceverà il Premio Pasolini 2007. Peter von Bagh incontrò Kaurismaki nel ’79 alle prime proiezioni della Cineteca di cui poi è diventato il direttore. Con il regista ha ideato il Midnight Sun Film Festival ed è anche direttore artistico del festival «Il Cinema Ritrovato» di Bologna. La lunga intervista che può gareggiare con quella a Hitchcock fatta da Truffaut, ha in più un senso dell’umorismo affine, la capacità di leggere tra i paradossi. Un bel viaggio di circa vent’anni con uno dei registi che ha saputo raccontare la parabola discendente di un sistema, autore di alcuni tra i più bei film europei. (s.s.)
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