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Notizie Sacro Ufficio.
L’Idea. Lo spettacolo nasce come omaggio alla figura più importante (e ‘ingombrante’) della cultura italiana del Novecento, all’intellettuale che non ha avuto paura di ‘testimoniare’ la vita attraverso la poesia, di accostare la poesia alla realtà, di descrivere il proprio tempo senza finzioni né compromessi, di ‘darsi’ con la sua opera nel modo più pieno e attivo, di mettersi in gioco, nella vita come nel lavoro, nel modo più provocatorio e rischioso, quasi come se il suo compito, quello dell’intellettuale appunto, fosse una missione e insieme una condanna, un sacrificio di sé da vivere con gioia e sofferenza. Un omaggio a Pier Paolo Pasolini dunque, che coglie l’occasione del trentennale della morte, più con l’idea di ribadire una irrinunciabile presenza, che non di piangere un’immedicabile assenza. E seguendo lo sviluppo della sua vicenda esistenziale, arrivare inevitabilmente a una rilettura della storia e della cultura italiana del secondo Novecento. La Figura. Pasolini è l’intellettuale della contraddizione e dello scandalo, dell’impegno civile e della desolata rinuncia, dell’utopia e dell’abiura, del sacro e del mito come della bestemmia e dell’eresia. È l’uomo che paga la sua libertà da “chiese e partiti” con una solitudine, un isolamento feroce; eppure è immerso come nessuno nel gaio fluire della sensualità della vita; ed è capace di ‘leggere’ la realtà a lui contemporanea con analisi che oggi dobbiamo riconoscere come profezie. Pasolini è un ‘ossimoro vivente’: l’autodefinitoria “disperata vitalità” è quanto di più poetico e straziante si possa dire di lui; lacerato da un contrasto quasi schizofrenico tra lucidità, coscienza ideologica, armi della ragione, e verità arcaica, mitica, irrazionale, mondo delle buie viscere. Questo egli ha saputo, con un continuo corpo a corpo con lo stile, con la lingua, con la materia letteraria, traformare in poesia, spesso in alta poesia, riuscendo a intrecciare, mirabilmente quanto inestricabilmente, i fili della sua vita (e della sua morte) con quelli della sua opera. Fino a diventare il simbolo stesso di un periodo storico, l’anima segreta e la ferita scoperta di un’epoca segnata da eventi traumatici e capitali per l’Italia di oggi e per il mondo intero (la Resistenza, il Dopoguerra, i fatti del ‘56, il Boom economico, la nascita della ‘civiltà dei consumi’ e la ‘mutazione antropologica’, ecc.). Pasolini che scriveva: “Solo grazie alla morte la nostra vita ci serve ad esprimerci”, ed era poi capace di lasciarci una morte aperta e sanguinante come uno dei tanti misteri italiani. Tutto questo filtrato dalla sua “furente espressività” (Daniele Piccini), che ne fa l’autore più prolifico degli ultimi tempi (sono occorsi dieci volumi dei Meridiani per contenerlo); fino a costringerci a riconoscere che “lo sguardo che noi posiamo sul mondo, lo sguardo di quanti hanno letto la sua poesia o visto i suoi film non è più, dopo di lui, lo stesso.” (Tahar Ben Jelloun) e quindi a dichiarare l’insostituibilità della sua figura e la sua urgente attualità. Il Poeta. Pier Paolo Pasolini fu, essenzialmente e prima di ogni altra cosa, un poeta. Tutto ciò che fece (nella sua vulcanica e inarrestabile attività di narratore, regista cinematografico, drammaturgo, saggista, critico letterario, documentarista, polemista, artista figurativo, paroliere di canzoni) lo fece sotto il segno inconfondibile della Poesia. Ogni nuovo linguaggio sperimentato e attraversato, era un modo nuovo per aggredire più da vicino la Realtà, per arrivare più dentro, più vicino al mistero della vita, ma non era che Poesia scritta in un altro modo. E la poesia, del resto, accompagnò ogni momento della sua vita, scrisse versi ininterrottamente, dalla primissima età fino ai giorni precedenti la notte del 2 novembre 75. Da questo la scelta di parlare di lui utilizzando i suoi stessi versi, il tentativo di ridipingerne un’immagine il più possibile vicina ai mille colori della sua personalità composita e problematica, usando le sue stesse parole, quelle che lui usava per descriversi, lucidamente e impietosamente, mentre descriveva, altrettanto lucidamente e impietosamente la società che gli stava attorno. Il Testo. Lo spettacolo è costruito come successione dei tradizionali capitoli della Messa in musica (Kyrie, Gloria, Credo, ecc.); ad ogni capitolo corrisponde un argomento, uno stato emotivo o una situazione esistenziale. Tutto il testo è composto da frammenti tratti dall’opera pasoliniana: in primo luogo la Poesia (le raccolte maggiori, ma anche la gran mole dei testi postumi); ma non mancano citazioni da narrativa (Una vita violenta), saggistica (Empirismo eretico, Lettere luterane), lettere, interviste, articoli, discorsi. Il cinema è presente con una pagina dal Vangelo secondo Matteo, alcune sequenze di Accattone e una citazione dalla stupenda canzone di apertura di Che cosa sono le nuvole? Due grossi inserti, che sostengono circolarmente l’ossatura drammaturgica, provengono dalla tragedia Pilade (il Coro degli Uomini e quello delle Eumenidi - III e IV episodio). Altri riferimenti e citazioni importanti presenti nel testo sono: "Un affetto e la vita" (da Trasumanar e organizzar); "La recessione" (da La nuova gioventù); "Profezia" (da Alì dagli occhi azzurri); "Una disperata vitalità" (da Poesia in forma di rosa); frammenti da Bestia da stile, Porcile e dalla sceneggiatura di San Paolo (un film non realizzato); La ballata del suicidio, una canzone con testo di Pasolini e musica di Giovanni Fusco. L’Argomento. In generale tre sono i temi principali attorno a cui ruota tutta la ricostruzione della figura del poeta: l’amore, la passione vitale, la tensione erotica, come principale motore dell’esistenza: dal rapporto tenero ed esasperato con la madre alla traumatica conclusione dell’amicizia con Ninetto; dai primi candidi incontri con i giovani contadini friulani alle degradate notti randagie nelle borgate e nei “prati di periferia” del terzo mondo; dal conflitto con la figura paterna alla “norma che fa dei figli teneri padri”. La parallela, costante tensione verso la morte, consumata nelle decine di ‘premonizioni’ disseminate in tutto il corpus della sua opera, e che hanno portato addirittura alcuni studiosi ad elaborare una affascinante e sconvolgente teoria di una morte come “rito sacrificale”, di un ‘progetto’ di “martirio per autodecisione” secondo coordinate mitico-alchemiche (Giuseppe Zigaina), attraverso cui si potrebbe leggere anche il precipizio sempre più vorticoso delle ultimissime opere pasoliniane (La divina mimesis, il film Salò, l’incompiuto romanzo Petrolio), la “coincidenza finale e totale tra eros e morte” (Adriano Sofri). La passione politica, vissuta come impegno civile, ostinazione quotidiana, urlo profetico e inascoltato, ferma denuncia apocalittica e dolce richiamo nostalgico, assurdo rifiuto, provocazione blasfema e sfiduciata speranza. Ma sempre visione lucidissima, dialogo aperto, amore per le sorti dell’uomo. Lo spettacolo termina - mentre si consuma il momento della ‘comunione’, con un originale e pasoliniano ‘Corpo di Cristo’ smembrato e condiviso - con due brani: la chiusa del poemetto Le belle bandiere e il finale del romanzo Teorema, che cercano di lasciare al pubblico, come ultimo saluto, “qualche accento di speranza, dentro cui risuona pura la disperazione”. La Scena. Nel suo “Manifesto per un Nuovo Teatro”, Pasolini prevede “la mancanza quasi totale dell’azione scenica” che implica naturalmente “la scomparsa quasi totale della messincena”. Perché protagonista principale dello spettacolo è la Parola. Una scena vuota, dunque, che l’attore deve riempire con la sua consapevolezza, con il suo ‘esserci’, con la Poesia del suo Corpo offerto agli altri. Un vero Ufficio Sacro, un’immolazione quotidiana al Dio della Parola. Compito ingrato, che l’attore assume su di sé, indifeso e nudo come un Cristo sulla croce, come un poeta sanguinante sulla pagina e sull’asfalto, forte di una assoluta identificazione e partecipazione alla stessa passione che ha mosso l’autore. Con l’idea di compiere (sempre seguendo le teorie teatrali del poeta) un Rito, non religioso, politico o sociale, com’era il Teatro nelle diverse epoche del passato, ma un Rito Culturale, attuale e contemporaneo. In scena un unico ‘oggetto-tabernacolo’, che viene impiegato in modo continuamente diverso, manipolato ininterrottamente dall’attore per rinventarlo, per ricrearne significati, rimandi, simboli. La Musica. La colonna sonora dello spettacolo consiste in una vera e propria Messa Solenne, composta (anche qui col principio della contaminazione, tanto caro a Pasolini) da brani di autori diversi, quasi una Messa della storia della Musica, dal cinquecentesco Byrd al novecentesco Part, passando per tutti i più importanti autori di musica sacra, da Bach a Beethoven, da Mozart a Cherubini. Due canzoni di Domenico Modugno (attore e collaboratore di Pasolini) sostengono il momento drammatico della morte del poeta, e quello gioioso della Comunione finale, e restituiscono il clima degli anni Sessanta, della canzone leggera dell’epoca, della quale anche Pasolini si occupò. L’Interprete. “Sacro Ufficio” è pensato, costruito e interpretato da un attore-regista che da oltre vent’anni ‘insegue’ Pasolini, e che periodicamente ha la necessità di riconfrontarsi con la sua Parola, con la sua figura e con la sua Presenza-Assenza. È uno spettacolo, quindi, che scaturisce da una stratificazione di studio, di riflessione, di consapevolezza, di passione di lunghissima data, che porta l’interpretazione ai limiti dell’adesione totale alla ‘materia verbale ed esistenziale’ dell’autore, e che fa della performance una vera e propria ‘dichiarazione d’amore’, e non semplicemente la ‘recitazione’ di un testo teatrale. Negli ultimi dieci anni, La Maison des Hirondelles è stata protagonista di numerose iniziative dedicate a Pier Paolo Pasolini: un convegno sulla figura dello scrittore; una mostra itinerante di materiale documentario; lo spettacolo ‘da piazza’ “Briciole (e Patmos!)”; lo studio per un attore “Cinquantasessantasettanta” che metteva in scena tre poemetti integrali. Del 2006 la registrazione del CD “Notturno”, contenente dieci pagine pasoliniane. Come integrazione alla visione
dello spettacolo (della durata di 60 minuti e che prevede nel finale anche
un coinvolgimento molto ‘discreto’ di alcuni spettatori), soprattutto in
occasione di repliche per studenti, è possibile effettuare al termine
della rappresentazione un incontro con l’autore-attore, che illustrerà
i contenuti e le scelte artistiche della messa in scena, rispondendo a
domande, osservazioni e curiosità del pubblico. Sarà inoltre
disponibile, come ulteriore materiale di documentazione e approfondimento,
il testo dello spettacolo e un CD audio, contenente alcune poesie di Pasolini,
non incluse nel testo dello spettacolo, interpretate dall’attore.
Troppo Tardi Teatral Truppa
(Introitus beatitudini pazzarielle)
Musiche di: Byrd, Bach, Cherubini, Mozart, Beethoven, Schumann, Bruckner, Verdi, Part, Modugno Mi hai sedotto,attore involontario e colpevole: Hans Stankorp Per ulteriori informazioni: tel 0184.673288 - 347.5224073 |
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