"Pagine
corsare"
Notizie
Un poeta amico di Pasolini
preside di lingue
Viterbo - Università
della Tuscia - Intervista a Giorgio Manacorda
13 novembre 2006 - www.tusciaweb.it
Il
padre partigiano. L’amicizia con Pasolini. La poesia. Giorgio Manacorda,
65 anni preside della facoltà di lingue e letterature straniere,
è un intellettuale a tutto tondo.
A sentirlo raccontare la
sua vita, sembra di sfogliare l’album dei ricordi del Gotha della cultura.
Da Moravia a Pasolini, da Musatti a Luzi, da Zavattini a Bassani, ha conosciuto
tutti, è stato in confidenza con tutti. Come dire un creativo che
si è trovato a fare il preside di una facoltà.
Esperto e docente di letteratura
tedesca, critico di poesia, ha collaborato con le pagine culturali dei
più importanti quotidiani italiani. Da Repubblica alla Stampa di
Torino.
Una strada segnata la
sua dalla famiglia...
“Beh, direi di sì.
Anche se, sia io che mio fratello, abbiamo cercato di scartare, di uscire
dall’accademia. Mio padre Gastone è stato uno storico. Mia madre,
laureata in chimica, è stata da sempre nel mondo dell’editoria.
Per dirne una, ha partecipato alla fondazione degli Editori Riuniti. Erano
un gruppo di giovani intellettuali comunisti che lavoravano a stretto contatto
con Togliatti. Mio padre ha fatto la resistenza a Roma. Era commissario
politico dei Gap”.
Un background non solo
intellettuale ma anche politico impegnativo.
“Da ragazzo ero nella direzione
nazionale della Fgci con Occhetto e Petruccioli. Ho diretto Nuova generazione.
Poi mi è capitato di essere assessore alla cultura a Cosenza”.
Ma la sua vera passione
è la poesia, la critica letteraria.
“Scrivo poesie e mi occupo
di critica. Curo l’annuario di poesia edito da Castelvecchi. Diversi miei
libri si occupano di poesia. Mi piace ricordare che ho anche fondato una
struttura come il Teatro regionale calabrese. Ho scritto per il teatro.
E ovviamente insegno letteratura tedesca. Ma ho fatto anche trasmissioni
in radio e televisive. E da qualche anno dipingo”.
Tra i libri che ha scritto,
quali ricorda più volentieri?
“Direi Per la poesia
e La poesia è la forma della mente. Sta per uscire poi in
questo periodo un pamphlet, sempre per Castelvecchi, Apologia di un
critico militante”.
Lei con Viterbo ha trascorsi
notevoli.
“Appena creata la libera
università della Tuscia, vi insegnai letteratura tedesca. Poi sono
già stato preside di Lingue all’università degli studi della
Tuscia, quando c’era Scarascia Mugnozza”.
Sul piano della poesia
è stato Pier Paolo Pasolini a scoprirla. Come lo ha conosciuto?
“È vero, è
stato Pasolini che mi ha scoperto sul piano della poesia. Ero appena
tornato a Roma, dal collegio in Svizzera nel quale avevo studiato, e fondai
una associazione giovanile che si chiamava Nuova resistenza. Ebbe un grande
successo. Eravamo presenti in 40 città. Nella nostra sede romana
passarono tutti: intellettuali e politici. Invitammo anche Pier Paolo Pasolini,
agli inizi degli anni sessanta, per un incontro. Alla fine, mentre lo accompagnavo
per le scale, gli detti le mie poesie. Mi telefonò il giorno dopo
con parole di apprezzamento. Iniziò una amicizia, strana, fatta
anche di lunghi silenzi”.
Un ricordo, un episodio
della sua amicizia con Pasolini.
“Beh, gli presentai Enrique
Irazoqui, il basco che interpretò il Cristo nel Vangelo
secondo Matteo. Enrique era un militante della sinistra spagnola
che stava cercando finanziamenti. Non era un attore, non aveva mai recitato.
Lo portai da Pasolini e lui comincio ad osservarlo. A scrutarne il volto.
E alla fine lo convinse a interpretare la parte di Cristo”.
Le manca Pasolini?
“Mi manca, come interlocutore
privato, ma anche socialmente e politicamente. Una voce come la sua non
c’è più stata. Era una testa che pensava fuori dal coro.
Era illuminante. Era un movimento mentale che innescava movimenti mentali”.
Come seppe della sua morte?
“Dalla radio, ero in una
casa a Bolsena”.
La sua reazione?
“Mi misi a piangere. Fu
una cosa terribile”.
Come si ritrova a fare
il preside? Non le sembra un lavoro burocratico?
“Si può fare il preside
in modo creativo. Per fare un esempio il Centro universitario teatrale
è stato fondato da me insieme agli studenti. Abbiamo rivoluzionato
i piani di studio. Abbiamo istituito due master significativi. Uno
di E-learning. L’altro è un master europeo in traduzione.
Un master pilota”.
Perché occuparsi
di letteratura e poesia nel terzo millennio?
“Perché la poesia
è la forma della mente. Noi ragioniamo e pensiamo poeticamente.
Il pensiero razionale non esiste. Esiste solo il pensiero poetico. Per
questo bisogna studiare poesia e letteratura”.
Perché uno studente
dovrebbe iscriversi a lingue?
“Perché la facoltà
di lingue è moderna. È la facoltà del futuro. Il mondo
dell’informatica e della globalizzazione richiede flessibilità mentale,
capacità di reinventarsi. Capacità che possono essere acquisite
solo in un facoltà umanistica avanzata come la nostra. Questa è
la facoltà del futuro. Ti dà quelle competenze linguistiche
fondamentali senza le quali non si può vivere nel mondo globalizzato.
Oggi la formazione umanistica è fondamentale anche nel management”.
Ma si trova lavoro poi?
“I dati parlano chiaro.
Nel brevissimo tempo no, ma dall’anno in su siamo in testa per quanto riguarda
la collocazione a lavoro dei nostri studenti. Anche per quanto riguarda
i corsi. Abbiamo messo in campo specializzazioni interessanti dal punto
di vista del lavoro e dell’interconnessione col territorio. Penso a Lingue
per il turismo che si tiene a Viterbo. E il corso di Tecniche per
il turismo e il territorio a Tarquinia. In entrambi si dà una
formazione linguistica e conoscenze di un settore importante come quello
del turismo. Anche questa è creatività”.
Perché avete creato
un distaccamento a Tarquinia?
“La sede di Tarquinia nasce
da una collaborazione con il comune. Nasce da un rapporto creativo con
il territorio e punta a una valorizzazione dell’enorme patrimonio culturale
di Tarquinia. Basti pensare agli etruschi. Si tratta di formare personale
capace di far crescere il territorio. Un rapporto con il territorio che
abbiamo sempre curato. Penso al Festival Pasolini, alla stagione concertistica,
al Festival dei teatri dell’Est”.
E il trasferimento dal
Riello a Santa Maria in Gradi come è andato?
“Per la nostra facoltà
è importante avere una sede come questa. Una sede che ci permette
di avere un ruolo di motore culturale della città. Il trasferimento
è andato bene, nonostante le difficoltà che sono state molte.
È andato bene grazie soprattutto ai miei collaboratori, a tutti
i colleghi e agli studenti. In questo periodo sono dimagrito di tre chili,
tale è stato l’impegno. Un ringraziamento va al rettore che ha voluto
fortemente questo trasferimento”.
Tornando a lei, qual è
l’ultimo libro letto?
“Il crollo della mente
bicamerale di Julian Jaynes edito da Adelphi”.
Il film visto?
“Vado raramente al cinema”.
Un rammarico...
“A dir la verità
non mi son fatto mancare nulla. Ma forse ho sbagliato a non frequentare
il centro sperimentale di cinematografia, in gioventù. E poi dovevo
concentrarmi di più su una sola cosa. Per eccellere in modo assoluto”.
Di cosa va orgoglioso?
“Di ciò che ho scritto
sulla poesia”.
Tra i contemporanei il
poeta più grande?
“Montale”.
Tra i classici...
“Leopardi. Dante. Nessuno
è all’altezza di Dante”.
Il suo maestro?
“Pier Paolo Pasolini”.
Cosa pensa della morte?
“È inaccettabile
in assoluto, per se stessi. Ma ancor di più quando si tratta degli
altri”.
E suo padre cosa le ha
insegnato?
“Il rigore intellettuale.
L’onestà intellettuale. Il senso della res pubblica”.
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Giorgio Manacorda
insegna letteratura tedesca all'Università della Tuscia di Viterbo
e all'Università "La Sapienza" di Roma. È stato uno dei promotori
nel 1977 della manifestazione di poesia a Castel Porziano, dove parteciparono
trentamila persone. Ha scritto diversi libri di versi e saggi sulla poesia.
Dal 1994 cura un annuario critico della poesia italiana presso l'editore
Castelvecchi. Ha pubblicato otto libri di poesie, "Iconografia" (Lacaita
1974), "Tracce" (Guanda, 1977), "L'esecutore" (Guanda - Società
di poesia, 1981), "Comunista crepuscolare" (Daga, 1989), "Soldato segreto"
(Marcos y Marcos 1999), "Poesie per fare l'amore" (Es, 2000), "Il cielo
delle parche" (Empiria, 2002), "Scrivo per te mia amata (Cooper&Castelvecchi,
2003). È anche autore di due saggi sulla poesia: "Per la poesia/manifesto
del pensiero emotivo" (Editori Riuniti, 1993) e "La poesia è la
forma della mente" (De Donato-lerici, 2002). A febbraio 2004 ha pubblicato
per Castelvecchi un'antologia critica dal titolo "La poesia italiana oggi".
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