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Saggistica Pannella, il suo sguardo
irrequieto,
Nelle prime pagine, Rolando introduce il leader radicale - che compirà 80 anni il 2 maggio 2010 - definendolo ''austero, borghese, onesto, presuntuoso, elitario''. Un uomo ''risorgimentale'' perché ''si ostina a pensare il pensiero che altri non possono o non riescono più a pensare''. Insomma, ''Marco Pannella è parte della storia della politica italiana del dopoguerra. Ma, pur avendo molto parlato e comunicato, prima di questo libro non si era mai raccontato''. Alla guida di un 'piccolo partito', si legge ancora, ''è spesso stato espressione di maggioranze degli italiani, interprete dei loro desideri, delle loro necessità, dei loro bisogni. Per questo non considera il suo un partito minoritario''. Un partito di cui Rolando gli chiede conto, così come del suo retroterra politico e culturale. Nasce così un libro in cui si parla delle donne, del Sessantotto e del federalismo, e ancora di padri, figli e compagni di viaggio: da Mario Pannunzio ad Arrigo Benedetti, da Leonardo Sciascia a Elio Vittorini e Pier Paolo Pasolini, fino a Emma Bonino. * * * Da Notizie
radicali
“Le nostre
storie sono i nostri orti, ma anche i nostri ghetti”
Caro Marco, ce l’ha fatta, finalmente, qualcuno a “incastrarti”, a convincerti a mettere, nero su bianco, qualche pagina che andasse al di là delle due cartelle, e costringerti a parlare di te, cioè anche - un po’ - di noi, dei radicali che siamo, di quello che vuoi e del perché, il come, il dove, il quando… Parlo del libro appena uscito, trovato in bella evidenza su un bancone della libreria, e che - c’è da giurarlo - molto preso sarà molto meno “pila”, perché questo tuo/vostro “Le nostre storie sono i nostri orti, ma anche i nostri ghetti”, le duecento pagine di conversazione che Stefano Rolando ha messo insieme per Bompiani, è il libro che si attendeva da tempo, e finalmente eccolo… Nelle prime pagine del libro, quelle che fanno da introduzione, Rolando racconta di un “patto”, stretto con te. Dopo le cinque ore di chiacchierata “romana”, che si aggiungono alle sette della conversazione brussellese, gli dici: “Non voglio rileggere una riga”; e lui aggiunge: “Patto rispettato”. Si può credere che terrai fede a questo tuo proposito anche ora che quelle sette+cinque ore di dialogo sono diventate libro. Credo però che se tu venissi meno a questo tuo “patto”, leggendolo ne saresti soddisfatto. Prendiamo una notazione di Rolando, che mi pare felice: “Per situare Marco Pannella nella memoria collettiva degli italiani abitualmente si citano i successi referendari. Io sono venuto a Bruxelles con una sola breve annotazione sul taccuino. Questa: “Dove il potere nega, in forme palesi ma anche con mezzi occulti, la vera libertà, spuntano ogni tanto uomini ispirati come Andrei Sacharov e Marco Pannella che seguono la posizione spirituale più difficile che una vittima possa assumere di fronte al suo oppressore. Il rifiuto passivo. Soli e inermi, essi parlano anche per noi…”. È un brano di un’articolo scritto da Eugenio Montale, pubblicato sulla prima pagina del “Corriere della Sera” nel 1974 recuperato poi per una plaquette in occasione del tuo settantanovesimo compleanno. E non solo Montale… Ha ragione Rolando quando, al termine delle conversazioni, e dopo aver letto il materiale raccolto, dice di capire perché, di volta in volta hai saputo affascinare Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia, Elio Vittorini e “….fors’anche papa Wojtyla e, in cauda persino Giulio Andreotti. Molti politici poi hanno sognato di essere un po’ pannelliani, sapendo loro (hanno maliziosamente pensato) come riequilibrare poi questo lato donchisciottesco con i loro diversi principi di realtà”. E proprio qui è cascato e casca l’asino…”. Asini no, che non si raglia e non si comprende la lingua asinina; ma cascati, siamo cascati in tanti, non solo Rolando… Posso solo parlare bene di questo libro, e dunque non ne parlo; mi ripeto: è il libro che si attendeva, dopo pamphlet furbetti e perciò insulsi come i loro auori, e carichi di risentimento; un libro da tenere assieme ai due volumi con i tuoi interventi parlamentari curati da Lanfranco Palazzolo per l’editore Kaos. Ha fatto un buon lavoro, Rolando, e non credo sia stato facile e semplice ricavare per la pagina scritta testi che non tradissero il senso del tuo “parlato”. Scrivendo di te sullo spagnolo “El Pais” (perché quell’articolo in Italia nessun giornale lo volle pubblicare), Leonardo Sciascia ha osservato che spesso sei costretto a delle “sorties” che appaiono a volte funambolesche e grossolane per richiamare l’attenzione degli italiani sulla esistenza del diritto e rivendicare tale esistenza di fronte ai giochi di potere che appunto nel vuoto del diritto la politica italiana conduce; e aggiungeva, quasi un inciso: “lui, che a ben conoscerlo, è uomo di grande eleganza intellettuale…”. Ecco: chi legge “Le nostre storie sono i nostri orti” comprende cosa Sciascia intendeva dire; e si capisce anche perché, intervistato da “Le Matin”, vent’anni e passa anni fa, Jean-Paul Sartre a un certo punto abbia detto: “Un Partito Radicale internazionale, che non avesse nulla in comune con i partiti radicali attuali in Francia? E che avrebbe, ad esempio, una sezione italiana, una sezione francese, ecc.? Conosco Marco Pannella, ho visto i radicali italiani e le loro idee, le loro azioni; mi sono piaciuti. Penso che ancora oggi occorrano i partiti, solo più tardi la politica farà a meno dei partiti. Certamente dunque sarei amico di un simile organismo internazionale”. Degno continuatore di Aldo Capitini e di Danilo Dolci, ha scritto Guido Calogero; e un altro dimenticato, Arrigo Benedetti: “Pannella è uno di quegli italiani seri nell’intimo che non hanno paura di essere presi per buffoni. E perché crede in un’altra Italia che esiste, appena celata dal velo degli opportunismi…”. Mi fermo qui, perché son certo che cominci già a sbadigliare. E allora qualche annotazione qua e là, leggendo questo tuo/vostro dialogo. Per esempio: citi Mario Pannunzio ed Ernesto Rossi, Altiero Spinelli e Pasolini, Vittorini e Sciascia…C’è un’assenza di cui vorrei chiederti conto: Ignazio Silone. Eppure la ricordo, la stanza della Lega Obiettori di Coscienza, al 18 di Torre Argentina, la vecchia sede: arredata coi mobili dati da Silone, e i libretti pubblicati dalla Associazione per la Libertà della Cultura da lui animata; ricordo quando ci “costringesti” ad andare al suo funerale a Piscina, un pungo di radicali, e là ci trovammo un solo comunista, Antonello Trombadori; nei carteggi di Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi, Silone è una presenza ricorrente; e per inciso: mentre Rossi e Spinelli concepivano e scrivevano il “Manifesto di Ventotene” (“lì c’è tutto”, dici, e lo definisci una sorta di tuo/nostro Vangelo), a Zurigo, per altri percorsi e quasi contemporaneamente, Silone arrivava, con le sue “Nuove edizioni di Capolago” a conclusioni simili…Questo per dire che Silone appartiene a giusto titolo al nostro Pantheon; è un peccato che tu non ne abbia parlato, neppure incidentalmente. Sono certo che avresti potuto dire una quantità di cose interessanti. Spero che questo libro sia letto anche da quei nostri compagni che ciclicamente ci “rimproverano” perché abbiamo una tessera troppo costosa. Quando mi accostai a questo partito, e ormai sono passati più di trent’anni, il simbolo era ancora la donna con il berretto frigio, tu e altri aveste la pazienza e la voglia di spiegarci perché vi “ostinavate”, pur poche centinaia in tutt’Italia, a chiamarvi “partito”, e perché non regalavate ai compagni la parola “compagno”, perché radicale era solo chi si iscriveva, perché avere quella tessera in tasca era importate…E probabilmente noi oggi non sappiamo spiegare con la stessa pazienza e con ricchezza di argomenti quello che voi avete saputo spiegare a noi… Però a un certo punto ricordi Carandini, che parlava di “religiosità anglosassone, perché nessuna professione di fede viene ritenuta duratura senza l’obolo di uno scellino al giorno…”.Oppure quando parli del tuo primo sciopero della fame: “Inizio anni Sessanta. Lavoravo a Parigi per “Il Giorno”. E avevo ottimi rapporti con la resistenza algerina. C’era un vecchio anarchico francese, Louis Lecoin, uno che contro la tradizione anarchica aveva chiesto addirittura al papa di intervenire per salvare Sacco e Vanzetti, convertito alla nonviolenza, con un certo prestigio nel mondo intellettuale, che manifestava all’Arc de Triomphe. E a lui mi aggregai. Dopo quattro-cinque giorni smise lui, e smisi io…”. Tu ora sbufferai dicendo che sono storie prive di importanza, che lasciano il tempo che trovano. Lasciami dire che qui ti sbagli. Credo al contrario che aiutino molto a capire quello che siamo, che siamo stati, che saremo. Gli anarchici, per esempio: sono una presenza “carsica”: Salvemini scriveva su riviste anarchiche; Rossi ha pubblicato alcuni libri in una casa editrice anarchica; tu ogni tanto ci parli di quando conoscesti Pino Pinelli, e di come - anche lui contro una certa tradizione - sfilasse con i radicali, da Milano a Vincenza, durante le prime marce antimilitariste; ma si possono fare altri esempi: se negli anni della tua esperienza parigina riesci a montare un finimondo e alla fine ce la fai a far riaprire il “caso Arancio”, quell’italo-magrebino accusato e condannato ingiustamente di un delitto, azzardo troppo se dico che già li si può cogliere un primo manifestarsi della tua ossessione per la giustizia? Tante cose dell’oggi le ho potute cogliere e meglio comprendere alla luce di quelle di “ieri”…E poi, concetti, elaborazioni che ormai sono carne della nostra carne: quando dici che fin dai primi anni dell’Unione Goliardica la parola d’ordine era: “Democrazia come legalità”; “antenata di quel concetto riassunto in “Non c’è pace senza giustizia”. Oppure quando racconti della tua (tua di “Sinistra Radicale”) sfida a Palmiro Togliatti, che non venne compreso neppure dal “Mondo” di Pannunzio e dagli altri, che ti criticarono pesantemente. La proposta era in quello slogan che era un vero e proprio programma politico, elaborato, se ricordo bene, da Franco Roccella: “No all’unità delle sinistre laiche”, “Sì all’unità laiche delle sinistre”. Quanti anni sono passati? Siamo, tutto sommato, ancora fermi lì. Anche per questo è importante leggere il tuo/vostro libro. «Sai quanto ti amo e quanto sono dalla tua parte - scrive Pier Paolo Pasolini a Pannella all'indomani del successo comunista nelle elezioni del maggio 1975 -, ...c'è gente come noi che continua ad agire sotto la spinta "inerte" di necessità civili di cui si è avuto coscienza una decina di anni fa: che lotta cioè per una sincera ansia democratica e in nome di una reale tolleranza... Tu devi aggiornarti semanticamente sul linguaggio che usi. Non devi più chiamare la tua "disobbedienza" ma "obbedienza" e di tale "nuova obbedienza" offrirti come modello... Fondare la possibilità di una simile "obbedienza" e di una simile "volontà di ricostruzione" è il vero nuovo grande ruolo storico del Pci. Ma anche tua: anche dei radicali; anche di ogni singolo intellettuale, di ogni uomo solo e mite" ("Corriere della Sera", 18 luglio 1975). Pasolini non esitò a scendere in campo per essere accanto a Marco Pannella che aveva varcato il limite dei settanta giorni di digiuno nell'indifferenza generalizzata, aprendo una polemica dalla prima pagina del "Corriere" che si protrasse per oltre un mese. E non si trattava soltanto di simpatia e di quell'amore pubblicamente dichiarato per il leader radicale nella cui persona trovava una profonda affinità per aver egli gettato il proprio corpo nella lotta. Si trattava oltre che di ciò del fatto, che «i loro principi per così dire "metapolitici" hanno condotto i radicali a una prassi politica di un assoluto realismo. E non è per tali principi "scandalosi" che il mondo del potere - governo e opposizione - ignora, reprime, esclude Pannella, fino al punto di fare, eventualmente del suo amore per la vita un assassinio: ma è appunto per la sua prassi politica realistica. Infatti è il Partito Radicale, la LID che sono i reali vincitori del referendum del 12 maggio. Ed è per l'appunto questo che non viene loro perdonato "da nessuno"» ("Corriere della Sera", 16 luglio 1974). Ancora una volta, durante il periodo "luterano", sull'aborto e sul sesso Pasolini moralista paradossale ha come interlocutori privilegiati le azioni promosse dai radicali; così come, quando deve definire l'esperienza «esistenziale, diretta, concreta, drammatica", corporea» "da cui nascono i suoi discorsi ideologici fa ricorso al termine "gente" («Dico "gente" a ragion veduta»), non casualmente familiare nel lessico radicale in contrapposizione "classe" e "popolo". Gli esempi potrebbero allungarsi: il "Palazzo", il "processo", il "fascismo di sinistra"... Ma non è necessario. Basterà ricordare quel che Pier Paolo scrisse per il congresso radicale e che altri per lui vollero leggere a Firenze all'indomani dell'assassinio, il 4 novembre 1975: «Non sono qui come radicale. Non sono qui come socialista. Sono qui come marxista che vota per il Pci, e spera molto nella nuova generazione di comunisti almeno come spera nei radicali...». Pier Paolo Pasolini, Intervento letto al Congresso del Partito radicale, novembre 1975 "Notte Pasolini" a Radio Radicale, a cura di Emilio Targia Un santo laico, citato da tutti, La Stampa, 9 luglio 2002
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